Il fantasma del cambio di regime
Trump dichiara il cessate il fuoco via social ma pagherà le conseguenze della guerra. Perché lo scopo di Netanyahu è prosperare nel caos del Medio oriente
Iguai arrivano sempre a due a due. Donald Trump ha messo fine al mistero del suo coinvolgimento nella guerra di Israele contro l’Iran. Sempre pronto al gesto clamoroso, il presidente degli Stati uniti ha scatenato i cani della guerra, con i bombardieri B-2 che hanno sganciato sei bombe bunker-buster su tutti e tre i siti nucleari iraniani noti (Natanz, Isfahan e Fordō). Le forze statunitensi hanno anche lanciato missili Tomahawk contro obiettivi iraniani non specificati.
Con una dose di cupa ironia, gli Stati uniti hanno trasmesso un messaggio diplomatico all’Iran affermando che la loro aggressione era diretta al suo programma nucleare e non mirava a promuovere un cambio di regime. Ma il complice di Trump, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato esplicitamente che questo è l’obiettivo di Israele. Trump ha scritto domenica su Truth: «Perché non dovrebbe esserci un cambio di regime???». E l’attacco statunitense indebolisce seriamente il regime teocratico, il che potrebbe portare direttamente a ciò che gli Stati uniti negano di sostenere: un cambio di regime.
Netanyahu ha inoltre affermato che l’attacco israeliano mirava a distruggere gli impianti nucleari iraniani. Ciò è vero solo in parte: l’obiettivo non è solo la distruzione della capacità nucleare del paese, ma anche l’intera infrastruttura della società iraniana. Ha attaccato depositi di petrolio, l’emittente nazionale, un aeroporto e impianti industriali. E questo solo nella prima fase.
In breve, l’obiettivo di Netanyahu non è altro che un cambio di regime. Anzi, ha esortato il popolo iraniano a sollevarsi e rovesciare lo Stato clericale.
L’espressione «cambio di regime» è impropria. Il termine implica che un regime cadrà e sarà sostituito da un altro più consono ai propri interessi. Tuttavia, Israele non vuole che nessun regime sostituisca quello attuale. Vuole – come ha ottenuto in Libano e Palestina – un paese debole, diviso in fazioni e afflitto da conflitti settari: un paese così indebolito da non poter rappresentare una minaccia all’obiettivo israeliano di dominio regionale attraverso la forza e l’intimidazione.
Israele ha assassinato gran parte dei vertici delle forze armate iraniane e i principali scienziati nucleari. Ma non si è fermato qui: Israele ha ucciso anche un esponente di vertice del team negoziale responsabile dei colloqui sul nucleare.
Dopo l’attacco israeliano, Netanyahu ha sostenuto che l’assassinio della Guida suprema non avrebbe intensificato le ostilità, ma piuttosto «ne avrebbe decretato la fine». Pur essendo un sociopatico, il primo ministro israeliano non è uno stupido. Sa che l’omicidio seminerebbe ulteriore caos all’interno della leadership iraniana. È esattamente ciò che vuole: un Iran indebolito proprio come Israele ha decimato Hamas e Hezbollah, con l’eliminazione dei loro vertici. Gli attacchi non porranno fine alle ostilità né elimineranno il programma nucleare. Al contrario, renderanno il Medio Oriente un luogo molto più pericoloso di quanto non lo sia già per tutti i suoi abitanti, compresi gli israeliani.
Trita Parsi, vicepresidente esecutivo del Quincy Institute for Responsible Statecraft ed esperta di Iran, fa notare che se l’alleanza Israele-Stati uniti dovesse rovesciare il governo iraniano, non porterà al regime compiacente e amico dell’Occidente che immagina, ma a un regime più aggressivo e ostile, governato dai più intransigenti tra gli estremisti, persino più estremisti dell’Ayatollah Khamenei. E se Israele assassinasse la Guida suprema (obiettivo caro a Netanyahu), è probabile che si verifichino caos e disordini, indebolendo ulteriormente l’Iran.
Trump si è vantato di aver «annientato» il programma nucleare iraniano, ma non ha fatto nulla del genere. Sebbene l’infrastruttura sia stata gravemente danneggiata, l’Iran sapeva che un attacco era imminente e ha sottratto i suoi 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito (in alcuni casi al 60%, livelli prossimi a quelli per uso militare). Potrebbe anche avere altri impianti di produzione nucleare segreti, sconosciuti all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) e ai servizi segreti occidentali.
Ora, come ha detto Parsi Mehdi Hasan, il paese procederà senza dubbio alla produzione di un’arma nucleare. Si ritirerà dall’Aiea, eliminando così ogni possibilità di monitorare il programma nucleare del paese, che diventerà letteralmente sotterraneo. Pertanto, l’obiettivo di questo attacco non verrà raggiunto e una bomba iraniana (inclusa la testata stessa e un vettore di missili balistici) è una certezza virtuale: l’esatto opposto dell’obiettivo di Stati uniti e Israele. Parsi prevede – contrariamente all’agenzia di intelligence israeliana, il Mossad, che afferma che l’Iran può produrre un’arma in quindici giorni, e alla Casa bianca, che afferma di essere a «settimane» dal breakout nucleare – che ciò accadrà nei prossimi cinque-dieci anni.
I media statunitensi raramente parlano del pericolo che corrono gli ebrei. Gran parte del mondo si oppone a questa guerra. Porterà a un movimento pacifista di base e a una risposta sempre più rabbiosa, persino potenzialmente violenta. Indipendentemente dal fatto che gli ebrei la sostengano o si oppongano, saranno incolpati perché sono considerati sionisti che forniscono un forte sostegno a Israele e ai suoi crimini. Netanyahu e Trump stanno mettendo gli ebrei in pericolo.
Alcuni manifestanti confondono Israele e il sionismo con gli ebrei e l’ebraismo. Abbiamo già assistito a numerose esplosioni di violenza antisemita da parte dei suprematisti bianchi contro gli ebrei e le istituzioni ebraiche. Ora c’è un’ulteriore motivazione per aggredire gli ebrei.
I media descrivono la rappresaglia dell’Iran contro l’attacco israeliano (e la presunta risposta all’attacco di Trump) come «terrorismo». Il National terrorism advisory center ha diffuso un «bollettino di allerta terrorismo» che mette in guardia dagli attacchi informatici iraniani contro le infrastrutture critiche. Ecco un altro esempio dalla Cnn: «L’Iran potrebbe ricorrere a misure ‘asimmetriche’, come il terrorismo». Questo non è «terrorismo». Difendere il paese è proprio questo: difesa. Sono gli aggressori i terroristi. Israele e Stati uniti hanno fomentato una guerra immotivata, in violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni unite. Questo è terrorismo.
Le ambizioni di Israele, la corsa verso la gloria di Trump
Trump – che si è candidato alla presidenziali con un programma contro la guerra, denunciando specificamente le «guerre eterne» in Medio Oriente – spinto da Israele si è lanciato in ciò che in precedenza aveva rinnegato. È quasi certo che gli Stati uniti pagheranno a lungo la sua arroganza.
La storia è piena di imperi che hanno perseguito grandiose visioni imperialistiche. La loro espansione eccessiva ha inevitabilmente portato a disordini e risentimenti da parte dei popoli colonizzati e poi alla caduta definitiva dell’impero. La campagna di Israele per la supremazia porterà allo stesso risultato, anche se l’antipatia dovrà crescere a tal punto che vittime, Stati rivali o organismi internazionali si solleveranno contro di esso.
Prima dell’attacco statunitense, il gruppo parlamentare Democratico era scomparso. I principali esponenti del partito o sostenevano l’operazione con entusiasmo o rimanevano in silenzio. Di fatto, hanno ceduto lo spazio mediatico ai falchi del Maga che bramano il sangue iraniano. I leader del Congresso Chuck Schumer e Hakeem Jeffries hanno proferito vuote banalità.
Una delle ragioni principali del silenzio risiede nella lobby israeliana. L’American Israel Public Affairs Committee (Aipac) è in testa al gruppo a favore della guerra. Ha preparato modelli di dichiarazioni a sostegno dell’aggressione israeliana da distribuire ai deputati. La lobby elargisce centinaia di milioni di dollari in finanziamenti elettorali ai candidati del partito in difesa del programma bellico di Israele.
I Democratici che hanno mosso critiche sono i soliti esponenti della sinistra come le deputate Rashida Tlaib e Alexandria Ocasio-Cortez e il senatore Bernie Sanders. Due membri Democratici del Congresso hanno proposto risoluzioni che chiedono al presidente l’approvazione del Congresso per un’azione militare contro l’Iran ai sensi del War Powers Act. Questo è tutto, per quanto riguarda i Democratici.
Nonostante la quasi unanime opposizione popolare alle ostilità, le nazioni europee non hanno sollevato alcuna eccezione. Al contrario, il cancelliere tedesco di destra ha cantato le lodi di Israele, affermando che sta «facendo il lavoro sporco per noi». Israele, che sta conducendo un genocidio a Gaza e cerca di ripeterlo in Iran, non deve rispondere delle sue azioni. Gli Stati uniti sono fiancheggiatori di Israele in omicidi di massa. Se Trump avrà la meglio, diventeremo dei veri e propri complici.
La guerra di Trump costituisce una rinuncia totale a una tradizione diplomatica lunga 250 anni. In questo arco di tempo, con alcune importanti eccezioni, gli Stati uniti hanno negoziato conflitti con i propri rivali e nemici. Lo hanno fatto con l’accordo nucleare del 2015 sul Piano d’azione congiunto globale (Joint Comprehensive Plan of Action). Lo hanno fatto anche con vari accordi con l’Unione sovietica per ridurre la minaccia nucleare. In uno degli sviluppi più critici, hanno fondato le Nazioni unite dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Il loro scopo era quello di risolvere i conflitti futuri attraverso il negoziato e la diplomazia. Ciò che Trump sta abbandonando dichiarando guerra all’Iran.
Richard Silverstein scrive sul blog Tikun Olam, si occupa delle politiche di sicurezza isaeliane. Ha contribuito alle raccolte di saggi A Time to Speak Out: Independent Jewish Voices on Israel, Sionism and Jewish Identity e Israel and Palestine: Alternative Perspectives on Statehood. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.
24/6/2025 https://jacobinitalia.i










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