Il Governo contro il Cestes. Migliaia di adesioni alla protesta dell’USB

La decisione del ministro FDI dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara di annullare il corso del Cestes previsto per il 4 novembre non è soltanto un atto amministrativo: è un passaggio politico che segna un salto di qualità nella repressione del dissenso e nella normalizzazione culturale in senso militarista. La reazione immediata dell’USB e della rete studentesca e universitaria ha mostrato quanto questo attacco sia stato percepito come un vero e proprio abuso di potere, una ferita ai principi costituzionali e un segnale sempre più cupo sul clima che si respira nelle scuole e negli atenei italiani.

L’aggressione non solo ha colpito un centro di formazione indipendente, ma tenta di intimidire docenti e studenti che ancora credono nella libertà di insegnamento e nella funzione critica dell’istruzione pubblica. La risposta, però, è stata immediata, massiccia e sorprendentemente compatta: l’USB e una larga rete di collettivi, associazioni, docenti e ricercatori hanno trasformato un attacco in una mobilitazione nazionale.

A parlare sono innanzitutto i numeri. Lo ricorda Luciano Vasapollo, coordinatore del Cestes, che ha voluto mettere bene in evidenza la consistenza straordinaria della reazione: “Abbiamo avuto fino ad adesso 12.000 firme all’appello di solidarietà lanciato a favore del Cestes. Oggi nelle piazze eravamo in 39 o 40 città. E al convegno che il ministero ha fatto saltare erano iscritti in 1.500: non avevamo mai avuto un numero così alto”. È un dato politico enorme, che ridimensiona radicalmente la narrazione di Valditara su una presunta iniziativa marginale o ideologica: l’Italia che difende la scuola pubblica è viva, e si è vista tutta.

Il corso annullato – “4 novembre, la scuola non si arruola” – doveva essere un momento di riflessione sulla crescente militarizzazione delle scuole, sulle collaborazioni sempre più strette con l’industria bellica e sull’idea che l’educazione possa diventare strumento di propaganda patriottica e consenso armato. L’intervento del ministro ha trasformato questo dibattito in un caso nazionale, facendo emergere un disagio diffuso tra docenti e studenti. “Una grande iniziativa – ha detto Vasapollo – piena di ragazzi, collettivi, professori. Tutti hanno espresso solidarietà al Cestes. Abbiamo difeso la Costituzione senza se e senza ma: l’articolo 11 che ripudia la guerra, l’articolo 33 che garantisce libertà dell’insegnamento, il diritto alla formazione”.

La protesta romana sotto il Ministero di Viale Trastevere è stata una delle più partecipate: un pubblico variegato, trasversale, determinato. Vasapollo, intervenendo dalle scalinate del Ministero, ha lanciato un messaggio diretto a Valditara: “Il ministro censura il Cestes solo perché difende la libertà di insegnamento e i diritti costituzionali. Se vuole un confronto, noi siamo qui. Difenderemo lo Stato di diritto, che non è il diritto alla guerra, ma il diritto alla pace, all’istruzione, alla salute”.

Nelle dichiarazioni di questi giorni è emersa solo in parte, ma merita spazio pieno, un’altra riflessione molto forte che Vasapollo ha voluto sottolineare: oggi chi difende la Costituzione e lo Stato di diritto non siede nelle stanze del Ministero, ma nelle piazze. “La nostra battaglia è in difesa della Costituzione e dello Stato di diritto. Oggi lo Stato di diritto siamo noi. Oggi la Costituzione siamo noi. Siamo come Gramsci davanti al tribunale speciale, quando disse ai fascisti che avevano distrutto l’Italia e che i comunisti si assumevano il compito di ricostruirla. Davanti allo sfascio – e al fascio – ideologico di chi vuole distruggere diritti, scuola, pace e democrazia, noi siamo l’ideologia della ricostruzione, della pace, dello Stato di diritto”.

Questa identificazione con la funzione resistente della cultura non è retorica: trova fondamento concreto nella situazione sociale ed economica del Paese. Vasapollo insiste su un punto: mentre si tagliano diritti fondamentali come studio e salute, il governo spinge per aumentare la spesa militare dal 2% al 5% del Pil. “È un salto che distruggerebbe definitivamente il welfare italiano. Parlano di responsabilità, ma in realtà si preparano a un’economia di guerra. E l’idea che la pace si costruisca con le armi è semplicemente assurda. La pace si fa con la pace, con i saperi critici, con investimenti nel sociale e non nelle armi”.

Dello stesso tono l’intervento di Rita Martufi, che denuncia il tentativo sistematico di trasformare la scuola in un luogo di fedeltà all’ordine costituito più che di autonomia critica: “Stiamo assistendo a una normalizzazione preoccupante. La censura al Cestes non colpisce solo un convegno: è un segnale a tutta la scuola. Chi produce pensiero critico, chi analizza i rapporti tra università e complesso militare-industriale, chi rifiuta la retorica bellicista viene trattato come un sovversivo”.

L’intero episodio rivela un quadro più ampio: una pedagogia autoritaria che si sta imponendo a colpi di decreti, protocolli e censure. La scuola come terreno di reclutamento ideologico, non come luogo di formazione libera. Ed è per questo che la reazione di queste ore è così significativa: non è difesa corporativa, ma difesa civile.

La conclusione di Vasapollo, durissima ma lucida, sembra riassumere l’intero senso della mobilitazione: “Un ministro deve difendere i valori della Costituzione, non affossarli. Il diritto alla formazione, allo studio, all’informazione libera, alla pace spetta a tutti i cittadini. Il governo invece pratica l’inciviltà della guerra. Noi non ci stiamo. E continueremo a difendere la scuola pubblica, la Costituzione e lo Stato di diritto”.

In questa storia, l’attacco del governo ha avuto un effetto non previsto: ha riunito un fronte sociale che non si vedeva da tempo. E ha mostrato che, davanti alle forzature autoritarie, l’Italia democratica non è disposta a farsi mettere a tacere.

Il corso del Cestes – ricorda Martufi – era stato pensato per interrogare criticamente la militarizzazione crescente della formazione, le collaborazioni tra istituzioni scolastiche e complesso militare-industriale e il progressivo slittamento culturale verso una pedagogia dell’obbedienza, dell’ordine e della guerra. Il ministro lo ha invece definito una “iniziativa ideologica”, accusando gli organizzatori di voler strumentalizzare la scuola. Ma ciò che Valditara chiama ideologia è in realtà semplice esercizio della libertà di insegnamento prevista dall’articolo 33 della Costituzione.

Da Nord a Sud, le 40 piazze mobilitate dall’USB hanno rappresentato una risposta compatta e immediata. A Roma, di fronte al Ministero di Viale Trastevere, studenti, ricercatori, docenti e attivisti hanno denunciato il tentativo di imbavagliare chi difende il pensiero critico e la scuola come spazio pubblico, non come caserma o laboratorio per l’industria delle armi. “Una grande iniziativa – ha spiegato Luciano Vasapollo – piena di ragazzi, collettivi, professori. Tutti hanno espresso solidarietà al Cestes. Abbiamo messo in evidenza che si tratta di difendere la Costituzione senza se e senza ma, dall’articolo 11 che ripudia la guerra agli articoli sulla libertà dell’insegnamento e sulla formazione”.

Vasapollo e Martufi hanno parlato dalle scalinate del Ministero, trasformate per un giorno in un’aula a cielo aperto sulla democrazia italiana. “Il ministro censura il Cestes solo perché difende la libertà di insegnamento e i diritti costituzionali. Se vuole un confronto, noi siamo qui. Difenderemo fino all’ultimo lo Stato di diritto, che non è il diritto alla guerra ma il diritto alla pace, all’istruzione, alla salute. Oggi si vuole invece il diritto ai profitti, e si tenta di uscire dalla crisi del capitale attraverso l’economia di guerra, le guerre NATO, le aggressioni imperialiste”, ha spiegato l’ economista.

Toni duri, che diventano durissimi quando il professore parla del fondamento politico di questo attacco. “Il fascismo non si vede dal nome che ci si dà, ma dalle azioni. Attaccare la Costituzione, la libertà di formazione, lo studio, l’informazione libera come accade contro giornali indipendenti e programmi come Report: questo è fascismo nei fatti”. E ancora: “Ci accusano di fare ideologia. Sì, facciamo l’ideologia dei saperi critici, della cultura popolare, dell’alternativa, del bene comune. La loro invece non sarebbe ideologia? L’ideologia della guerra, del profitto, della repressione del dissenso non è ideologia? È semplicemente l’ideologia dei padroni”.

Dello stesso tono le dichiarazioni di Rita Martufi, che ha ricordato come il controllo politico sulla scuola sia ormai un processo strutturale: dalla presenza crescente delle forze armate nelle attività scolastiche ai progetti finanziati da aziende belliche sotto la voce “innovazione e ricerca”. “Stiamo tornando a un modello educativo che scoraggia il pensiero autonomo e premia la disciplina cieca. Colpire il Cestes significa colpire qualunque spazio che produca controinformazione e saperi critici. È un attacco grave e pericoloso”.

Nelle piazze emerge un timore condiviso: la normalizzazione del linguaggio della guerra. Vasapollo lo ha definito “uno slogan assurdo: la pace si fa con la guerra”. Al contrario, ha ricordato, “la pace si fa con la pace, con i saperi critici, con gli investimenti nel sociale e non nelle armi”. E ha rimarcato come il governo Meloni non solo segua, ma anticipi le richieste NATO, arrivando a proporre una crescita della spesa militare al 5% del Pil: “Non ci rendiamo conto che stiamo costruendo uno dei più grandi investimenti pubblici nelle armi della storia repubblicana”.

La vicenda del Cestes è dunque solo un tassello di un mosaico più ampio: il ritorno di un’idea autoritaria della scuola, dove la libertà di insegnamento viene subordinata alla ragion di Stato, e dove ogni critica alla cultura militarista viene trattata come deviazione o disordine. È per questo che le manifestazioni di questi giorni non sono state semplici proteste categoriali, ma un richiamo generale alla democrazia.

Lo ha detto Vasapollo in modo netto: “Un ministro deve difendere i valori della Costituzione, non affossarli. Il diritto alla formazione, allo studio, all’informazione libera, alla pace: questo spetta ai cittadini. Non l’inciviltà della guerra”.

Il caso è appena iniziato e avrà inevitabili conseguenze politiche. Ma un dato è già chiaro: il mondo della scuola non accetterà in silenzio la trasformazione dell’istruzione in un terreno di propaganda militarista. E il governo, scegliendo la censura invece del dialogo, ha ottenuto il contrario di ciò che sperava: ha risvegliato una mobilitazione larga, determinata e sorprendentemente compatta.

Sante Cavalleri

4/11/2025 https://www.farodiroma.it/

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