Il Jobs Act e la falsa coscienza

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“Il Jobs Act sta fallendo nei suoi obiettivi principali: promuovere l’occupazione e ridurre la quota di contratti temporanei e atipici”. Erano state queste le conclusioni di“Labour market reforms in Italy: evaluating the effects of the Jobs Act”, il primo studio accademico presentato a dicembre e realizzato per conto di ISIGrowth da Marta Fana (dottoranda in economia presso l’Istituto di SciencesPo Paris), insieme con i giovani economisti Dario Guarascio e Valeria Cirillo. Meno diritti e più precariato, e ad alcuni mesi di distanza la situazione del mercato del lavoro non sembra essere migliorata.

Nella vostra ricerca, la prima di carattere accademico a valutare gli effetti occupazionali del Jobs Act, giungete a conclusioni diametralmente opposte a quel che sono le affermazioni del governo. Anche nel caso in cui a farle siano persino i consiglieri economici del presidente del consiglio. Come spieghi questa discrasia?

Attribuisco la discrasia a una ormai palese falsa coscienza del governo e dei suoi consiglieri economici: che il Jobs Act e gli sgarvi non avrebbero potuto portare a un exploit occupazionale era evidente – le teorie mainstream sugli effetti positivi della flessibilizzazione del mercato del lavoro sono state ampiamente smentite. Allo stesso tempo, era anche chiaro che gli sgravi si sarebbero trasformati in un regalo alle imprese e alla loro redditività, non competitività, dal momento che non esiste nessuna crescita del sistema economico nel suo complesso se non una lieve ripresa ciclica che ha caratterizzato la fine del 2014 e il primo semestre del 2015. Ma pur di non ammettere che l’operazione del Jobs Act è ideologica e ha come obiettivo lo smantellamento delle tutele reali dei lavoratori, nonché quello di frammentare ancora di più il mondo del lavoro, hanno fatto di tutto per mascherare la realtà dei risultati con argomenti al limite del surreale, ma pur sempre consapevoli dell’inganno originario.

Immediatamente dopo la pubblicazione del vostro lavoro l’Istat ha fornito dei dati che mostrano una fiammata nei contratti a tempo indeterminato. Come si può interpretare questa impennata?

I dati sono frutto delle revisioni dell’Istat. Revisioni che in realtà non sono pesanti in termini assoluti, in quanto ci muoviamo sempre su cifre piuttosto basse (qualche decina di migliaia) dove l’errore statistico è ampio. Complessivamente però questi dati non modificano i risultati.

Come commenti la tendenza alla crescita esponenziale nell’uso dei vouchers?

L’esplosione dei voucher è una conseguenza naturale del processo di liberalizzazione di questo strumento di pagamento dei rapporti di lavoro non contrattualizzati. I governi che si sono succeduti nell’ultimo decennio, ma soprattutto dall’inizio della crisi del 2008, avevano due strade:  proteggere i lavoratori (occupati, disoccupati e potenziali) garantendo loro diritti materiali dentro e fuori dai rapporti di lavoro oppure ridurre al massimo le tutele, svalutando il lavoro, affinché gli imprenditori potessero beneficiare di una lotta tra poveri per rimanere a galla. Hanno scelto la seconda, come da tradizione ormai più che decennale. Giovani e anziani sono andati a rinforzare un vero e proprio esercito di riserva, senza salari o redditi di riserva da difendere. Ma allo stesso tempo, i voucher hanno proprio cambiato natura negli anni: sono oggi strumento di regolazione di rapporti di lavoro non più saltuari mentre rimangono estremamente precari. Inoltre, spesso nascondono rapporti nel chiaroscuro del lavoro sommerso, così come ripete spesso il presidente dell’Inps Boeri. Poi c’è tutta la questione previdenziale che oggi al governo pare ipocritamente sfuggire.

Dunque che tipo di relazione vedi tra il nuovo assetto del mercato del lavoro delineato dal Jobs Act e la dinamica delle disuguaglianze in Italia?

La relazione non può essere che positiva: abbassamento delle tutele e svalutazione dei salari comportano inevitabilmente una riduzione nella componente del reddito legata al lavoro. Specularmente aumenterà la quota di reddito a remunerazione del capitale, che fa la fortuna di chi detiene il capitale, quindi i mezzi di produzione, ma anche della sua componente speculativa, cioè finanziaria e immobiliare.

Come nel resto della periferia UE, l’Italia ha scelto la strada della flessibilità e della deflazione per recuperare competitività e ricominciare a crescere. Una strategia come questa, che tipo di impatto potrebbe avere sulla struttura dell’economia e sul medio lungo periodo?  

Da un lato notiamo che la strategia è fallimentare: della crescita in giro non c’è neppure l’ombra nella periferia ma non solo (si pensi al forte rallentamento della Francia). In temini strutturali, la progressiva deindustrializzazione dell’economia e la non pervenuta espansione di servizi ad alto contenuto tecnologico porteranno inevitabilmente ad un impoverimento lento e inesorabile del sistema economico italiano. Di conseguenza, la dinamica del lavoro nel medio e lungo termine andrà di pari passo con la competizione (internazionale) su prodotti di bassa qualità e quindi salari sempre più bassi e lunghi periodi di profonda disoccupazione di massa, ciclicamente collegata all’andamento delle crisi della produzione di questi prodotti. Questo processo è un circolo vizioso data la scarsa capacità di creare esso stesso le condizioni per ulteriori espansioni industriali legate all’innovazione e all’occupazione.

Giampaolo Martinotti

11/2/2016 http://popoffquotidiano.it

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