Il lavoro che non basta
di Fabio Cavallari
Oggi in Italia si lavora e si è poveri. Non è più un’eccezione, è una condizione. Silenziosa, normalizzata, a tratti persino premiata. Uno su dieci tra gli occupati non raggiunge la soglia minima per una vita dignitosa. Il lavoro non basta più. Non protegge, non emancipa, non garantisce. È diventato una promessa disattesa. Un dovere senza orizzonte.
Nel Dizionario della Dottrina sociale della Chiesa, Diego Boerchi scrive che il lavoro sostenibile non è un punto d’arrivo, ma un processo continuo. Una strada da percorrere. E in questo tempo senza fiato, quella strada sembra franata. Il lavoro sostenibile dovrebbe essere motore di giustizia, occasione di fioritura, spazio per l’umano. E invece il lavoro oggi, spesso, è solo un luogo che ci tiene in vita. Ma non ci fa vivere.
È un paradosso amaro: si può avere un contratto, una busta paga, un mestiere anche faticoso, e restare poveri. Le retribuzioni sono basse, la vita è cara, le tutele fragili. L’instabilità è diventata un criterio. L’incertezza, un valore. La precarietà, una competenza. Non si parla più di disoccupazione. Si parla di sotto-lavoro. Di impieghi che non bastano a vivere. Di tempo pieno che non arriva a fine mese.
Eppure, ci viene chiesto di ringraziare. Perché abbiamo un lavoro. Come se bastasse. Come se non ci fosse più diritto al desiderio, al progetto, alla costruzione di un domani.
Papa Francesco ha scritto: «Non ci troviamo di fronte a due crisi separate, una ambientale e l’altra sociale, ma a un’unica crisi complessa». È proprio così. La sostenibilità non riguarda solo le emissioni. Riguarda il senso. Un lavoro è sostenibile solo se è abitabile. Se permette di pensare, respirare, amare, curare, crescere. Se non si limita a farci sopravvivere, ma ci accompagna a vivere. A essere.
La povertà lavorativa è una ferita della democrazia. Non urla. Non esplode. Ma intacca tutto. Spezza le comunità. Distrugge la fiducia. Lascia giovani formati senza un futuro. Madri stremate senza un giorno libero. Famiglie intere in cui si lavora in due e non si arriva alla fine del mese. È un’esclusione senza scenografia. Nessuno la vede. Ma c’è. E fa male. Profondamente.
Anche Giovanni Paolo II lo scrisse, nella Laborem exercens: «Il lavoro non deve pregiudicare la salute o l’integrità spirituale». Eppure, oggi il lavoro logora la mente prima ancora del corpo. Ci chiede di sorridere sempre, anche quando non basta. Di accettare ogni compromesso, anche quando significa smettere di sognare.
La risposta non può essere l’assistenza. Non può essere il pietismo di Stato. Serve ridare al lavoro la sua vocazione: essere strumento di libertà. Di dignità. Di legame. Serve smettere di misurare tutto solo in ore, in produttività, in flessibilità. Serve, invece, una nuova grammatica del lavoro. Che parta dalla persona. Che ridia al gesto del lavorare il peso e la bellezza che merita.
Chi lavora e resta povero non è solo vittima di un sistema. È anche testimone di una domanda che non può essere zittita. Che cosa abbiamo fatto del lavoro? Che cosa significa, oggi, guadagnarsi da vivere? E che cosa vuol dire vivere, davvero?
3/8/2025 https://ambientenonsolo.com/










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