Il lavoro come rischio privato

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Negli ultimi trent’anni, una sequenza di riforme ha progressivamente smontato l’idea di stabilità come diritto e l’ha sostituita con la flessibilità come obbligo. Il pacchetto Treu del 1997 ha introdotto il lavoro interinale e aperto la strada ai contratti atipici; la legge Biagi del 2003 ha ampliato il ventaglio delle forme non standard; il Jobs Act del 2015 ha reso più semplice licenziare e ha svuotato il tempo indeterminato di una parte della sua funzione di garanzia. Ogni intervento è stato presentato come modernizzazione, ma l’esito cumulativo è stato la normalizzazione dell’instabilità: la trasformazione della discontinuità in condizione ordinaria. La precarietà è diventata l’architettura stessa del mercato del lavoro, ridefinendo l’equilibrio tra capitale e lavoro.

Questa traiettoria era stata anticipata con lucidità da Luciano Gallino, che in libri come “Il costo umano della flessibilità” aveva descritto un futuro in cui la precarietà sarebbe diventata la forma dominante del lavoro. Gallino non parlava di aggiustamenti tecnici, ma di un processo di redistribuzione del rischio: ciò che un tempo gravava sull’impresa veniva trasferito sul lavoratore. La flessibilità, nella sua analisi, era un dispositivo politico destinato a produrre una nuova classe di lavoratori poveri, frammentati, ricattabili, privi di continuità e di potere contrattuale. La sua diagnosi, allora considerata pessimistica, è oggi una descrizione accurata della realtà.

La precarietà non riguarda solo la durata del contratto, ma la struttura dell’esistenza. Un lavoratore che non conosce il proprio reddito a sei mesi non può pianificare nulla: non può formare una famiglia, non può accedere a un mutuo, non può investire nella propria formazione. Il tempo biografico si accorcia: il futuro diventa un rischio da contenere, non un progetto da costruire. La vita si riduce alla gestione dell’immediato. La precarietà diventa una forma di vita che comprime la soggettività e riduce la capacità di azione, trasformando l’incertezza in un orizzonte permanente.

In questo quadro, la retorica dell'”occupabilità” svolge una funzione ideologica decisiva. Il problema non è più la struttura del mercato del lavoro, ma la presunta inadeguatezza del singolo: se non trovi un impiego stabile, è perché non ti formi abbastanza, non ti adatti, non sei “flessibile”. La responsabilità viene individualizzata, mentre le cause sono sistemiche. La precarietà non appare più come il prodotto di scelte politiche, ma come una condizione naturale, un dato di fatto con cui ciascuno deve imparare a convivere. È in questo slittamento che si consuma la trasformazione più profonda: il lavoratore non solo subisce la precarietà, ma finisce per interiorizzarla come norma.

Dentro questa architettura, il lavoro povero non è una deviazione, ma un esito coerente. La figura del working poor – chi lavora ma resta sotto o vicino alla soglia di povertà – è diventata una componente stabile del paesaggio sociale italiano. I settori più colpiti sono logistica, ristorazione, commercio al dettaglio, servizi alla persona, pulizie, piattaforme digitali: ambiti in cui bassi salari, orari irregolari, part time involontario e contratti brevi producono redditi insufficienti pur in presenza di un’occupazione formale. L’assenza di un salario minimo legale e la proliferazione di contratti pirata hanno ulteriormente indebolito la capacità dei lavoratori di difendere il proprio reddito.
A rendere ancora più evidente la distorsione del modello è la retorica ricorrente di una parte del mondo imprenditoriale, soprattutto nei settori turistico alberghieri e della ristorazione. Ogni estate si ripete lo stesso copione: imprenditori che denunciano l’assenza di personale disposto a lavorare, lamentando la difficoltà nel trovare cuochi, camerieri, bagnini o addetti stagionali, e dichiarandosi pronti a offrire stipendi “da 2.000 euro e oltre”. Questa narrazione, amplificata mediaticamente e ripresa da figure politiche e imprenditoriali di rilievo, contrasta con la realtà materiale del lavoro stagionale in Italia: orari estenuanti, straordinari non pagati, riposi inesistenti, turni di dodici o quindici ore. Non tutti gli operatori adottano queste pratiche, ma il modello prevalente resta quello di un lavoro intensivo, sottopagato e privo di diritti. La retorica del “nessuno vuole lavorare” diventa così un dispositivo ideologico che sposta la responsabilità sui lavoratori e oscura la struttura di sfruttamento che rende quei posti di lavoro poco attrattivi.

A questa lettura critica si contrapponeva quella di Pietro Ichino, che partiva da una diagnosi corretta – la dualità tra garantiti e precari – ma approdava a soluzioni che hanno prodotto un superamento al ribasso. Il superamento dell’articolo 18 e il contratto a tutele crescenti hanno realizzato ciò che in molti temevamo: non l’eliminazione del dualismo, ma la sua degenerazione. Non si sono estese le tutele a chi non le aveva: sono state ridotte a chi le possedeva. Il Jobs Act, di cui Ichino è stato ispiratore culturale e giuridico, ha reso più fragile il lavoro e più esposta la forza lavoro alla volatilità.
Esisteva un’altra strada, proposta da Tito Boeri e Pietro Garibaldi: il contratto unico, che prevedeva un’estensione progressiva delle tutele e non la loro riduzione. Una sperimentazione triennale graduale, non un abbassamento generalizzato. Il loro modello puntava a superare il dualismo alzando il livello delle garanzie, non abbassandolo. La scelta politica è andata nella direzione opposta.

Gli effetti del lavoro povero vanno oltre la dimensione individuale. Sul piano macroeconomico, la stagnazione dei salari reali contribuisce alla debolezza cronica della domanda interna. Se una quota crescente di lavoratori dispone di redditi appena sufficienti alla sopravvivenza, la capacità di consumo si riduce, gli investimenti si contraggono, la crescita ristagna. Si innesca un circolo vizioso: bassi salari producono bassa produttività, che viene poi utilizzata come argomento per giustificare ulteriori compressioni salariali. Sul piano sociale, il lavoro povero erode la classe media, amplia le disuguaglianze, cristallizza la vulnerabilità. La mobilità sociale si blocca.

La precarietà funziona anche come dispositivo disciplinare. Un lavoratore che sa di poter essere sostituito facilmente è meno incline a rivendicare diritti. La minaccia implicita – la non conferma, la riduzione delle ore, lo spostamento su turni peggiori – è sufficiente a ottenere conformità. Sul piano soggettivo, la retorica meritocratica spinge il lavoratore a interpretare la propria condizione come esito di scelte personali. Il conflitto viene interiorizzato, trasformandosi in senso di colpa e autosvalutazione. La precarietà erode la possibilità stessa di pensare il conflitto come legittimo.

Gli effetti sulla salute mentale sono evidenti: ansia, stress cronico, depressione. Il confine tra tempo di lavoro e tempo di vita si sfuma. La precarietà diventa una forma di logoramento lento, che consuma energie, relazioni, capacità di resistenza. E produce frammentazione: contratti diversi, orari diversi, datori di lavoro diversi impediscono la costruzione di solidarietà. La precarietà spezza il “noi” del lavoro e lo sostituisce con una somma di “io” isolati. Le conseguenze politiche sono profonde. Un paese con milioni di lavoratori poveri è un paese politicamente fragile. La precarietà riduce la partecipazione, alimenta la sfiducia, indebolisce la democrazia. La questione salariale è una questione democratica: riguarda la possibilità stessa di partecipare alla vita pubblica.

Affrontare la precarietà non significa introdurre correttivi marginali, ma intervenire sul cuore del modello. Questo implica almeno tre livelli: una ricomposizione del quadro normativo che riduca drasticamente le forme contrattuali atipiche e ripristini il tempo indeterminato come forma standard; l’introduzione di un salario minimo legale che fissi una soglia invalicabile di dignità, rafforzando al contempo la contrattazione collettiva; un sistema di welfare che non scarichi tutto il rischio sul singolo, ma distribuisca in modo più equo gli effetti delle crisi e delle transizioni.
Ma c’è un livello ancora più profondo, che riguarda l’immaginario politico. Bisogna rovesciare l’idea, oggi dominante, secondo cui la stabilità è un costo e la precarietà è una condizione inevitabile. La stabilità non è un freno alla competitività: è la condizione per una società capace di progettare, innovare, investire nel lungo periodo. Un lavoro che garantisce reddito sufficiente e continuità non è un privilegio corporativo, ma un requisito minimo di una democrazia che voglia dirsi tale. La precarietà non è un destino: è una scelta politica. E come tale può essere rovesciata.

Renato Fioretti

Esperto Diritti del Lavoro. Collaboratore redazionale di Lavoro e Salute

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