Il mito dei poliziotti che si uniscono alle proteste
di Leonardo Bianchi
Le manifestazioni delle ultime settimane hanno riportato in auge la vecchia teoria del complotto sulla “polizia rivoluzionaria” che marcia insieme alla “gente comune”
Giù gli scudi
Tra il 24 e il 30 ottobre centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in tutta Italia per protestare contro il carovita, l’aumento del prezzo del carburante, l’insostenibilità degli affitti, i tagli all’istruzione e alla sanità, gli stipendi bloccati da tempo immemore e tanto altro ancora.
Nonostante l’allarmismo del governo Meloni e gli attacchi scomposti alla magistratura per la scarcerazione di Youssef Siher – ritenuto, a torto, l’ispiratore dei riot di Milano del 17 e 18 ottobre – la maggior parte delle manifestazioni si è svolta in maniera pacifica.
Talmente pacifica che, a detta di diversi post virali comparsi sui social network, persino la polizia si sarebbe unita alla protesta, aderendo in modo più o meno esplicito alle ragioni di studenti e lavoratori.
A Bologna, ad esempio, un gruppo di agenti della guardia di finanza avrebbe abbassato gli scudi al passaggio del corteo “in segno di distensione ma pure di rispetto per le ragioni dei manifestanti”.
Lo afferma, tra i tanti, il giornalista Lorenzo Tosa in un post su Facebook che ha raggiunto più di 50mila like.
Secondo Tosa i manifestanti avrebbero risposto a questo gesto augurando “buon lavoro” agli agenti, in uno “scambio di rispetto reciproco che di colpo riconcilia dopo giorni pesantissimi”.
Sarebbe questa la dimostrazione, prosegue il giornalista col suo tono enfatico, che “a volte basta un piccolissimo ma potente gesto per cambiare la Storia”.
Anche l’avvocata Cathy La Torre ha pubblicato la foto dei finanzieri con gli scudi abbassati sulla sua pagina Facebook, parlando di “un gesto che restituisce fiducia” e scrivendo che “può esserci umanità e buon senso da entrambe le parti”.
In un altro post virale su Facebook, pubblicato sulla pagina del creator Fabrizio Uda, si legge addirittura che quella scena “racconta la verità del Paese reale: non ci sono divisioni tra chi indossa una divisa e chi scende in piazza a protestare”.
Le difficoltà sociali “non fanno distinzioni”, continua Uda, e “la polizia, i lavoratori e i giovani vivono esattamente le stesse identiche crisi”.

Quelle che ho appena citato sono sovrainterpretazioni – per usare un eufemismo – di un gesto che nulla c’entra con le ragioni delle proteste, né tanto meno implica una comunanza d’intenti tra le piazze e gli agenti.
Come mi ha spiegato il fotografo Michele Lapini, che ha seguito lo sciopero del 30 ottobre a Bologna, gli agenti hanno abbassato gli scudi “in un momento molto tranquillo, dove il corteo stava sfilando senza problemi”.
I finanzieri erano fermi di fronte a una via laterale rispetto al percorso principale, che nessuno aveva intenzione di forzare.
In altre parole, chiosa Lapini, in quel momento non c’era alcuna esigenza operativa di tenere in alto gli scudi o di indossare i caschi. Lo ha confermato anche la stessa Guardia di Finanza al Resto del Carlino.
Insomma: non c’è stato alcuno “scambio di rispetto reciproco” tra polizia e manifestanti. Né tanto meno si è trattato di un gesto che “restituisce fiducia”.
La scena immortalata nei post virali non racconta affatto “la verità del paese reale”, che sarebbe quella di un’improbabile unione tra poliziotti e manifestanti.
Molto semplicemente, si tratta di un basilare protocollo di de-escalation che si vede sempre in tutte le manifestazioni.
I precedenti dei No Green Pass e dei Forconi
Non è finita qui: oltre ai finanzieri con gli scudi abbassati, i poliziotti si sarebbero addirittura messi a guidare i cortei.
Su Facebook, X e TikTok è circolato un video in cui si vedono degli agenti che camminano davanti alla testa di un corteo senza indossare i caschi.
Stando alle didascalie in sovraimpressione, la clip in questione sarebbe stata girata a Napoli il 24 ottobre e mostrerebbe i poliziotti che “sfilano assieme ai manifestanti aprendo loro la strada”.
Tuttavia, come ha ricostruito Facta, il filmato mostra un corteo studentesco che si è svolto a Milano la mattina del 16 ottobre.
La polizia era posizionata davanti al carro di apertura per evitare deviazioni non previste del corteo, non di certo per “guidare” i manifestanti.
Nella realtà, tra l’altro, a Napoli uno spezzone del corteo è stato caricato in piazza Municipio mentre cercava di avvicinarsi alla sede del comune.
Sempre a Napoli si sarebbe poi verificata una scena – immortalata in una foto virale – che ha del clamoroso: dei poliziotti che marciano a braccetto insieme ai manifestanti che sventolano il tricolore, al grido di “Insorgete” e “Italia unita”.
L’immagine è stata rilanciata su Facebook dal deputato di Alleanza Verdi Sinistra Francesco Emilio Borrelli, che a suo dire l’avrebbe ricevuta da un follower “con la speranza che possa dare il buon esempio”.
Peccato che la foto in questione sia un plateale falso generato con l’intelligenza artificiale.

Non è la prima volta che video e immagini del genere spopolano sui social.
Anzi: i post virali degli ultimi giorni rientrano nel mito populista dei “poliziotti rivoluzionari” che, in determinate manifestazioni, si unirebbero alla protesta della “gente comune”.
Le stesse identiche narrazioni si sono viste tra la fine del 2020 e il 2021 nell’ambito delle manifestazioni contro il green pass.
Nel luglio del 2021 un post su Twitter di Radio Savana, l’antesignano dell’account di estrema destra RadioGenoa, sosteneva che a Firenze i poliziotti si erano tolti il casco “in segno di rispetto per le persone discriminate dal passaporto sanitario”.
Negli ambienti complottisti e antivaccinisti, i caschi sfilati erano diventati la prova regina della supposta vicinanza degli agenti alla rete No Green Pass.
Un gruppo di medici infettivologi aveva persino scritto al questore di Firenze per chiedere un chiarimento pubblico su quel gesto, da loro ritenuto “inaccettabile e fuori luogo”.
La questura aveva però fatto sapere al Corriere Fiorentino che “i poliziotti sono stati spostati da un punto da un altro e si sono tolti il casco non ravvisando la necessità di indossare la protezione individuale”.
Nessuna solidarietà agli antivaccinisti, dunque, ma soltanto l’usuale prassi operativa.
Diversi anni prima, nel 2013, era successo praticamente lo stesso nel corso delle proteste del movimento 9 Dicembre (comunemente chiamato dei Forconi).
A Torino i poliziotti si erano tolti i caschi dopo essersi scontrati con i manifestanti in piazza Castello. Scene analoghe si erano verificate a Genova e Milano, ed erano state acriticamente interpretate come l’adesione della polizia alla protesta.
Sul suo blog, Beppe Grillo aveva scritto che i poliziotti “si sono fatti riconoscere” e “hanno guardato negli occhi i loro fratelli”.
Il fondatore del Movimento 5 Stelle, che all’epoca era da poco entrato in Parlamento, aveva poi chiesto alle forze dell’ordine “di non proteggere più questa classe politica che ha portato l’Italia allo sfacelo”.
Persino alcuni sindacati di polizia avevano rilanciato la tesi della solidarietà degli agenti nei confronti dei manifestanti.
Il Siulp, la principale organizzazione sindacale della polizia di Stato, aveva affermato in un comunicato che il gesto di sfilare i caschi “dimostra che la misura è colma e che i palazzi, gli apparati e la stessa politica ormai sono lontani dai problemi reali dei cittadini”.
Anche in questo caso, la questura di Torino aveva seccamente smentito l’ipotesi della “polizia rivoluzionaria”: gli agenti in servizio si erano tolti i caschi “essendo venute meno le esigenze operative che ne avevano imposto l’utilizzo”.
Il miraggio della “polizia rivoluzionaria”
Per il resto, il mito dei poliziotti che si uniscono alle proteste è perfettamente speculare a quello degli agenti che si infiltrano e rovinano i cortei, di cui avevo parlato nella puntata speciale #3.
Entrambi, seppur in modi diversi, banalizzano le proteste e ingabbiano i movimenti collettivi in una narrazione dicotomica tra il bene e il male.
Nel caso degli agenti infiltrati, ad esempio, si nega alla radice l’esistenza di tattiche di piazza violente – come quelle del Black Bloc – e si evoca l’idea di una polizia onnipotente, che conosce tutto e manovra ogni singola mossa dei manifestanti.
Nel caso dei “poliziotti rivoluzionari”, invece, si mettono in secondo piano gli abusi in divisa – che ci sono stati eccome, in queste settimane – e si rimuove il fatto che la polizia italiana è sempre meno democratica e sempre più militarizzata, con tutto ciò che questo comporta.
Lo ripete da tempo Orlando Botti, un ex poliziotto che è stato uno degli animatori del “movimento dei carbonari” – un gruppo clandestino di agenti che negli anni Settanta si batteva per la smilitarizzazione del corpo e l’estensione dei diritti sindacali e politici anche ai poliziotti.
Le coraggiose lotte dei “carbonari”, come ha ricostruito il giornalista Luigi Mastrodonato nel saggio L’ordine, hanno poi portato alla storica riforma della polizia del 1981, che tuttavia è stata in larga parte disattesa.
Il G8 di Genova e la difesa corporativa nei numerosi casi di malapolizia – da Federico Aldrovandi a Igor Squeo – hanno fatto definitivamente tramontare il progetto di una polizia democratica, almeno come la intendevano i “carbonari”.
A partire dagli anni Duemila, inoltre, il reclutamento degli agenti avviene soprattutto con l’assunzione di ex militari, e meno attraverso i concorsi rivolti ai civili.
Il risultato, ha detto Botti a Mastrodonato, è che “oggi per un controllo in strada” ci si imbatte in agenti che hanno una mentalità militare [e sono] addestrati per affrontare nemici, non cittadini”.
Lo stesso discorso, chiaramente, vale per la gestione della piazza e dell’ordine pubblico.

Per Michele Di Giorgio, ricercatore all’università di Bari e autore del libro Il braccio armato del potere, ora come ora “non esiste più niente di portata paragonabile alle istanze e agli ideali degli anni Settanta”.
Il clima sociale e politico è radicalmente mutato, anche all’interno delle forze dell’ordine.
In tutto ciò, ha sottolineato Di Giorgio in un’intervista a Il Tascabile, la classe politica – e non solo quella di destra – usa la polizia “come strumento per sopperire all’assenza di un progetto politico e sociale”, mandando cioè gli agenti a “rispondere in maniera muscolare e repressiva ai problemi sociali, all’immigrazione, alla marginalità e alla povertà”.
In altre parole, quello della “polizia rivoluzionaria” che sfila a braccetto insieme ai cittadini è una fantasia da dare in pasto all’intelligenza artificiale.
Anche perché – come ha ampiamente dimostrato la storia italiana degli ultimi decenni – quando le forze dell’ordine si sono confrontate con movimenti radicali e di rottura, i caschi e gli scudi sono rimasti saldamente al loro posto.
1/11/2026 complotti.substack.com









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