Il parassitismo politico e istituzionale: chi produce la ricchezza e chi se ne appropria
di Francesco Oriolo
Viviamo in una società attraversata da forme sempre più profonde di sfruttamento, nella quale il neoliberismo continua a consolidare il proprio dominio anche attraverso una destra che alimenta divisioni sociali, razzismo e ostilità verso i più deboli. Una politica che individua negli immigrati, nei poveri e negli emarginati i presunti responsabili del degrado sociale, distogliendo l’attenzione dai meccanismi attraverso i quali la ricchezza prodotta collettivamente viene concentrata nelle mani di pochi. A questa offensiva si accompagna un progressivo irrigidimento repressivo, evidente nei diversi decreti sicurezza che introducono nuovi reati, aggravano le pene e ampliano gli strumenti di controllo e di impunità delle forze dell’ordine. Provvedimenti presentati come necessari alla tutela della sicurezza pubblica, ma che, quando vengono applicati alle proteste e ai conflitti sociali, contribuiscono a restringere gli spazi di contestazione e a trattare il dissenso come una questione di ordine pubblico. Questa logica punitiva coinvolge persino adolescenti di quindici, sedici o diciassette anni, sottoposti a misure restrittive e a una crescente pressione sanzionatoria. Ragazzi che dovrebbero trovare nelle istituzioni ascolto, tutela e possibilità di partecipazione vengono invece coinvolti in un sistema che privilegia il controllo e la punizione. A tutto questo si aggiungono le denunce di intimidazioni, interventi sproporzionati e violenze da parte delle forze dell’ordine.
Ma questa crescente repressione non può essere considerata separatamente dal sistema economico e sociale nel quale si sviluppa. Il paradigma capitalistico, infatti, non si mantiene soltanto attraverso lo sfruttamento del lavoro e l’appropriazione della ricchezza prodotta collettivamente. Ha anche bisogno di disciplinare i comportamenti, limitare le possibilità di contestazione e rendere socialmente accettabili le condizioni che impone. La repressione rappresenta una delle forme più evidenti di questo controllo, ma ad essa si affiancano meccanismi meno visibili, attraverso i quali le persone vengono progressivamente abituate alla precarietà, ai bassi salari, alla competizione e alla rinuncia ai propri diritti, fino a considerare tutto questo normale, inevitabile e persino giusto.
Allo stesso tempo vengono alimentate divisioni tra occupati e disoccupati, italiani e immigrati, lavoratori stabili e precari. Si mettono gli uni contro gli altri proprio coloro che, attraverso il proprio lavoro, rendono possibile il funzionamento della società. È uno dei meccanismi fondamentali del dominio capitalistico: impedire che chi subisce lo sfruttamento riconosca i propri interessi comuni e sviluppi una capacità collettiva di mettere in discussione i rapporti di potere esistenti.
La repressione interviene quando questo ordine viene contestato, mentre il controllo sociale cerca di prevenire la protesta, diffondendo la convinzione che non esistano alternative
Ma c’è una contraddizione ancora più profonda sulla quale bisognerebbe riflettere: chi lavora, produce beni, garantisce servizi e sostiene materialmente l’intera società dispone di un potere sempre più limitato sulle decisioni che riguardano la propria esistenza. Al contrario, chi amministra la ricchezza prodotta dagli altri esercita spesso un’autorità sproporzionata rispetto al proprio effettivo consenso sociale.
È qui che emerge una delle espressioni più evidenti di quello che considero un vero e proprio parassitismo politico e istituzionale.
Mi riferisco a quella parte della classe politica che occupa le istituzioni, dal Parlamento alle amministrazioni regionali, provinciali e comunali, trasformando la rappresentanza democratica in uno strumento di conservazione del proprio potere. Personaggi che pretendono di governare e decidere sulla vita di milioni di persone anche quando il loro consenso elettorale rappresenta soltanto una frazione della popolazione complessiva. Una volta conquistata una carica, si comportano come se avessero ricevuto un’investitura assoluta, quasi che il voto conferisse loro la proprietà delle istituzioni e delle risorse pubbliche.
La questione diventa ancora più grave quando il consenso elettorale viene costruito attraverso promesse di lavoro, favori personali, distribuzione di incarichi e rapporti clientelari. Nei casi più gravi, documentati anche da inchieste giudiziarie, il voto diventa una merce da comprare e vendere attraverso reti di potere che possono coinvolgere organizzazioni mafiose, ambienti massonici, imprenditori e intermediari politici.
In questi intrecci tra politica, affari e criminalità, i bisogni delle persone vengono trasformati in strumenti di dipendenza. Si promettono favori in cambio di fedeltà elettorale e si utilizzano le risorse pubbliche per consolidare clientele. La rappresentanza politica finisce così per rispondere non alla collettività, ma a coloro che hanno contribuito a garantirle voti, finanziamenti e protezione.
Una volta conquistato il potere, questo meccanismo può riprodursi attraverso appalti, concessioni, finanziamenti, nomine e incarichi, utilizzati per ricompensare fedeltà politiche, costruire dipendenze economiche e favorire interessi privati. Quando il rapporto tra politica e affari assume la forma dello scambio illecito, il clientelismo diventa un vero e proprio sistema di gestione del potere, attraverso il quale le risorse pubbliche vengono utilizzate per consolidare reti di interessi economici, garantire privilegi e riprodurre rapporti di subordinazione e dipendenza. La rappresentanza politica viene così svuotata della sua funzione collettiva e trasformata in uno strumento di conservazione degli interessi dominanti.
Il parassitismo, dunque, non consiste semplicemente nel percepire uno stipendio pubblico o nel ricoprire una carica istituzionale. Consiste nel trasformare una funzione che dovrebbe essere esercitata nell’interesse generale in uno strumento di rendita, privilegio e subordinazione agli interessi dominanti.
Ma da dove proviene la ricchezza che permette a questo apparato di esistere?
Non nasce certamente nei palazzi della politica. Non viene prodotta dalle dichiarazioni dei ministri o dalle riunioni dei consigli regionali. Nasce dal lavoro quotidiano di milioni di persone: dagli operai nelle fabbriche, dai lavoratori dei servizi, da chi coltiva la terra, trasporta merci, garantisce il funzionamento delle infrastrutture, della sanità, della scuola e dell’intera organizzazione sociale.Eppure, proprio a queste persone viene continuamente chiesto di accettare salari insufficienti, precarietà, sacrifici, tagli ai servizi pubblici e riduzione dei diritti.
Chi lavora deve giustificare ogni rivendicazione, mentre chi esercita il potere sembra spesso considerare i propri privilegi intoccabili.
Si sostiene che manchino le risorse per aumentare i salari, garantire una sanità pubblica accessibile, finanziare la scuola e l’università, assicurare il diritto all’abitare, sostenere la cultura, la ricerca, i trasporti e i servizi sociali. Ma quando si tratta di aumentare la spesa militare, acquistare armamenti, finanziare grandi opere, sostenere imprese private o alimentare il sistema degli appalti e delle consulenze, le risorse vengono trovate.
Questa contraddizione mostra come la scarsità del denaro pubblico venga presentata come una necessità inevitabile quando si tratta di garantire diritti sociali, mentre diventa superabile quando sono in gioco interessi economici, finanziari e militari considerati prioritari.
Non si tratta quindi soltanto di stabilire quante risorse siano disponibili, ma soprattutto di decidere a chi destinarle e quali interessi privilegiare
È qui che il parassitismo istituzionale rivela il proprio carattere strutturale: la ricchezza viene prodotta socialmente, mentre il potere di decidere come distribuirla rimane concentrato nelle mani di una minoranza politica ed economica.
Il problema non riguarda soltanto la corruzione, gli sprechi o i privilegi personali. Riguarda il ruolo che le istituzioni possono assumere nella riproduzione dello sfruttamento. Quando le decisioni politiche favoriscono sistematicamente la rendita finanziaria, la speculazione, i grandi patrimoni e gli interessi delle imprese più potenti, scaricandone i costi sui lavoratori e sulle fasce sociali più deboli, la rappresentanza democratica rischia di ridursi all’amministrazione degli interessi dominanti.
Le conseguenze di queste scelte sono già visibili nello smantellamento dei diritti sociali e dei servizi pubblici
La sanità pubblica non riesce a garantire visite specialistiche ed esami in tempi adeguati, costringendo chi può permetterselo a rivolgersi ai privati e chi non dispone del denaro necessario a rinunciare alle cure. Nel 2024, secondo l’Istat, 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria per difficoltà economiche, liste d’attesa o problemi di accesso.Nella scuola e nell’università, la carenza di personale e le difficoltà di finanziamento si traducono in edifici che necessitano di manutenzione, classi sovraffollate in diversi territori e costi crescenti per le famiglie. La ricerca continua a confrontarsi con la precarietà dei contratti e con la necessità di reperire finanziamenti.
Il diritto all’abitare viene progressivamente subordinato alla rendita immobiliare e alla speculazione. Gli affitti assorbono quote sempre più pesanti dei redditi, le case popolari non rispondono alla domanda e molte famiglie sono costrette a scegliere tra pagare l’abitazione e sostenere altre spese essenziali. La povertà assoluta, che nel 2025 ha coinvolto oltre 5,4 milioni di persone, mostra la profondità delle difficoltà materiali che attraversano la società.
Anche la cultura viene sempre più ridotta a merce e subordinata agli interessi del potere politico. Il problema non riguarda soltanto la scarsità delle risorse, ma il clientelismo attraverso il quale finanziamenti pubblici, incarichi, direzioni artistiche e concessioni di spazi possono diventare strumenti per ricompensare fedeltà e costruire consenso elettorale. Si favoriscono gli ambienti vicini al potere, mentre vengono marginalizzate le esperienze indipendenti che non accettano queste logiche.
Nei trasporti pubblici, l’insufficienza dei collegamenti penalizza soprattutto chi vive nelle periferie e nei territori meno serviti.
Nei servizi sociali, la carenza di personale e strutture rende più difficile assistere anziani, persone con disabilità e famiglie in difficoltà.
Il risultato è che diritti che dovrebbero essere garantiti a tutti diventano sempre più spesso servizi da acquistare. Chi dispone di denaro può curarsi, studiare, abitare dignitosamente e accedere alla cultura; chi non ne ha deve aspettare, indebitarsi, rinunciare o affidarsi alla solidarietà familiare.I bisogni fondamentali vengono così trasformati in occasioni di profitto privato, mentre le condizioni di vita dipendono sempre più dalla disponibilità economica individuale.
Quando queste contraddizioni producono scioperi, mobilitazioni e conflitti sociali, emerge nuovamente il ruolo degli apparati repressivi
Uno Stato democratico dovrebbe garantire il diritto al dissenso e alla protesta. Ma quando le rivendicazioni vengono affrontate prevalentemente come problemi di ordine pubblico, quando chi sciopera viene rappresentato come un ostacolo all’economia e chi manifesta come una minaccia alla sicurezza, gli strumenti coercitivi dello Stato finiscono per contribuire alla conservazione dei rapporti di potere esistenti.A questa repressione si affianca una forma di disciplinamento meno visibile, ma altrettanto efficace: la paura di perdere il lavoro, il reddito o la propria posizione sociale. Una condizione che può scoraggiare la partecipazione, alimentare la rassegnazione e spingere le persone ad accettare decisioni che peggiorano le loro condizioni di vita.Si crea così una situazione nella quale milioni di persone continuano a lavorare, produrre ricchezza, pagare imposte e sopportare sacrifici, senza esercitare un controllo effettivo sulle decisioni che riguardano la destinazione delle risorse collettive.
È questa contraddizione a rendere il conflitto sociale una questione centrale, non una semplice protesta contro singole decisioni politiche.
La democrazia non può ridursi alla possibilità di scegliere periodicamente chi amministrerà la ricchezza prodotta dal lavoro sociale. Il voto non può diventare una delega incondizionata, né tantomeno un diritto di proprietà sulle istituzioni e sulle risorse pubbliche.
Il problema, dunque, non è semplicemente sostituire un governante con un altro o eliminare qualche privilegio. Occorre mettere in discussione il meccanismo attraverso il quale la ricchezza prodotta collettivamente viene sottratta al controllo effettivo di chi contribuisce a crearla, mentre una parte della classe politica continua a riprodurre la propria posizione attraverso incarichi, relazioni di potere e rapporti con i grandi interessi economici.
Le istituzioni non sono organismi estranei ai rapporti sociali ed economici. Attraverso le leggi, la gestione delle risorse pubbliche e gli apparati di controllo contribuiscono a conservare un ordine nel quale chi produce la ricchezza rimane subordinato a chi dispone del potere economico e politico.Per questo non basta denunciare i comportamenti di singoli amministratori o gli episodi di corruzione. Bisogna interrogarsi sul funzionamento complessivo di un sistema che consente a una minoranza di decidere sulla destinazione delle risorse prodotte dalla maggioranza.
E soprattutto bisogna rifiutare l’idea che tutto questo sia naturale, inevitabile o immodificabile.
Non è naturale che chi lavora debba vivere nell’incertezza mentre chi trae vantaggio dalla sua subordinazione continua ad accumulare privilegi. Non è inevitabile che le risorse collettive vengano amministrate senza un controllo effettivo della popolazione. Non è accettabile che il dissenso venga delegittimato proprio da chi dovrebbe garantirne l’esercizio.
La questione fondamentale resta una: come restituire a chi produce la ricchezza la possibilità concreta di decidere sulla sua destinazione?
È su questo terreno che acquistano significato gli scioperi, le assemblee, le organizzazioni sociali e le manifestazioni pubbliche. Non come semplice espressione di indignazione, né come strumenti per ottenere qualche concessione da chi governa, ma come possibilità di costruire una forza collettiva organizzata, capace di mettere in discussione le fondamenta stesse di un sistema fondato sullo sfruttamento, sulla subordinazione sociale e sulla concentrazione del potere politico ed economico.
Perché una società nella quale la maggioranza produce la ricchezza e una minoranza ne controlla la distribuzione pone un problema che non può essere risolto attraverso la sola alternanza elettorale.Finché questa contraddizione non verrà affrontata, il parassitismo politico e istituzionale continuerà a riprodursi, anche cambiando volti, partiti e maggioranze.
La possibilità di superarlo dipenderà dalla capacità di trasformare la rassegnazione in consapevolezza, l’indignazione in partecipazione e la protesta in una forza collettiva organizzata, capace di rivendicare una democrazia nella quale chi rende possibile, attraverso il proprio lavoro, l’esistenza della società possa finalmente esercitare un potere reale sulle decisioni che la riguardano.
Francesco Oriolo nasce e cresce a Taranto, dove negli anni Sessanta e Settanta scopre nella musica una forma di resistenza culturale capace di opporsi al conformismo del tempo. Attivo in un collettivo musicale cittadino, collabora anche con una rivista quindicinale e con alcune radio private, vivendo da vicino il fermento artistico di quegli anni. Collezionista di vinili e appassionato sperimentatore, partecipa alla realizzazione di video di concerti e al recupero di rari reperti audio legati alla scena rock progressiva tarantina. L’esplorazione del suono lo conduce dalla psichedelia al free jazz e alla musica d’avanguardia, che per lui diventano strumenti di consapevolezza e libertà. Negli anni riflette criticamente sull’impatto del mercato musicale, riconoscendo nell’autoproduzione e nelle scene indipendenti nuove forme di resistenza creativa. Oggi continua a considerare il suono come un gesto critico e comunitario, dando vita a uno spazio dedicato a chi cerca nella musica una pratica di libertà.
3/11/2026 https://www.ahidaonline.com/









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