Il partigiano fantasma
Ilio Barontini dalle Brigate internazionali in Spagna attraversa i deserti del Sudan, diventa imperatore d’Etiopia per conto di Hailé Selassié e guida i partigiani abissini contro i fascisti italiani
Giuseppe Di Vittorio tirò le tende e accese il grande lampadario su cui due lampadine erano spente. Gli spifferi delle finestre facevano passare il freddo pungente di quel dicembre 1938. In poco tempo la sala riunioni della sede del Partito comunista d’Italia a Parigi si riempì: per primo arrivò il rappresentante dell’Etiopia alla Società delle Nazioni, Lorenzo Taezaz, seguito da una folta e chiassosa delegazione francese composta da Georges Mandel, da poco tempo ministro delle Colonie, dal direttore del suo gabinetto André Diethelm, da Pierre Cot, esponente radicale che aveva buoni rapporti con le organizzazioni comuniste e che era stato ministro del Commercio nel secondo governo Blum, dal colonnello Paul Robert Monnier del Deuxième Bureau, il servizio di informazioni militari. Davanti agli altri dirigenti comunisti, fu Di Vittorio a tracciare il quadro della missione che andava delineandosi, diretta all’Etiopia. Raccontò che aveva già reclutato una decina di persone esperte durante la sua permanenza in Spagna, ma che alla fine sarebbero partiti tre o quattro combattenti.
I prescelti da Di Vittorio erano certamente valorosi militanti, ma anche uomini capaci di inventiva e immaginazione, in grado cioè di tirarsi fuori dai guai in situazioni delicate e soprattutto in un ambiente ostile e pieno d’insidie. I tre prescelti si chiamavano Ilio Barontini, reduce dalla Spagna, Anton Ukmar e Domenico Bruno Rolla, impegnati nella dolorosa retirada. Georges Mandel si disse disposto a mettere a disposizione tutti i canali aperti con la resistenza abissina e il colonnello Monnier confermò che il Deuxième Bureau e pure gli inglesi di stanza in Sudan avevano già avviato contatti diretti con il ras Cherassà e con Abebe Aregai.
Il primo a partire, alla fine del 1938, fu Ilio Barontini, l’eroe della battaglia di Guadalajara, assieme a un altro compagno, Paolo De Bargili, un uomo ombra che usava lo pseudonimo di Paul Langlois. Il partigiano che venne nominato vice imperatore d’Abissinia è appunto Ilio Barontini (Cecina, 28 settembre 1890 – Scandicci, 22 gennaio 1951), perseguitato dal fascismo, fuggì da Livorno nel 1931, raggiunse nell’apparato clandestino del PCd’I a Parigi, si trasferì in Unione sovietica, seguì Mao Tse-tung nella Lunga Marcia e nel 1936 fu inviato nella guerra di Spagna. Seppur considerato un eroe, da buon livornese Barontini aveva sempre mostrato una certa insofferenza all’«inquadramento» politico e militare, tant’è che Manfred Stern, massimo comandante delle brigate internazionali, gli diede persino del codardo. E lui rispose alla sua maniera: il 24 settembre 1937, dopo due ore di attesa sotto una pioggia torrenziale, fece ritirare negli acquartieramenti di Castelnou le truppe, reduci dalla seconda sfortunata offensiva di Aragona, schierate in attesa di un’ispezione da parte del Tenente Colonnello Casado, comandante del XII° Corpo d’Armata, del Comandante Vernal e del Commissario politico del 21° Corpo dell’Esercito. Possiamo solo immaginare cosa disse il livornese ai suoi uomini, bagnati fradici: «Oh sti bischeri m’hanno proprio rotto, de’ andiamocene!».
A Parigi passò un mese in isolamento prima di intraprendere il viaggio che lo avrebbe condotto in Etiopia passando per l’Egitto e il Sudan con le credenziali di Hailé Selassié trascritte su fazzoletti di seta per sfuggire al controllo nemico. Nell’estate del ’39 venne raggiunto da Anton Ukmar, ex ferroviere sloveno di Gorizia conosciuto in Spagna, da Bruno Rolla, antifascista spezzino, dal colonnello Paul Robert Monnier del Deuxième Bureau e dal segretario del Negus Lorenzo Taezaz. Mussolini aveva conquistato con l’uso dell’iprite i villaggi e le città più importanti, la ferrovia Addis Abeba-Gibuti e le principali vie di comunicazione, ma una parte considerevole del territorio era ancora in mano agli Arbegnuoc, i patrioti etiopi. Barontini trovò difficoltà nel mettere insieme i diversi ras locali e quindi chiese aiuto al Negus, in esilio a Londra, che lo nominò appunto suo vice. Così, dotato dello scettro imperiale, il comunista di Livorno tenne a bada i vari ras, organizzò un esercito di 250 mila resistenti, scelse la tattica di piccoli gruppi offensivi di 15-20 combattenti per attacchi ai fortini fascisti, portò a termine missioni importanti e pubblicò un giornale bilingue, La voce degli Abissini, tanto da diventare una leggenda.
Quando si incontrarono per la prima volta nel Goggiam fu un lungo abbraccio. Era dall’infausta fuga dalla Spagna che i tre italiani non si vedevano. A ridere erano soprattutto Rolla e Ukmar nel trovare Barontini conciato da esploratore coloniale. Il capo villaggio propose che il bottino dell’ultima spedizione, una decina di buoi presi a ladri di animali mentre tentavano il guado di un fiume, fosse utilizzato per una festa di benvenuto. Poi portò gli ospiti nel tucul e ordinò alle due-tre figlie di lavare i piedi a Rolla, Ukmar e Monnier in segno di ospitalità. I tre restarono basiti, ma Barontini fece una smorfia con le labbra, come a dire di accettare senza troppa titubanza. I gesti ritmati delle tre giovani sembravano un rituale a cui gli europei non erano certo abituati, ma non si può dire che, oltre alla sorpresa, non provassero pure piacere, soprattutto dopo le fatiche del lungo viaggio. La festa si protrasse sino a tarda notte, con il campo che odorava di grasso bruciato e spezie. La carne veniva messa allo spiedo e distribuita poco cotta, staccata direttamente a grosse fette e assaporata con il classico berberé di peperoncino e aromi, divorata con pezzi di injera. Poi tutti brindavano con il tecc.
Barontini e gli altri cercavano di allontanarsi dal convivio per mettere a punto il loro programma, ma venivano subito richiamati dai ribelli. Così, quando i tre giorni di festa terminarono, ancora un po’ frastornati, decisero come dividersi il territorio. Barontini restò nel Goggiam, Ukmar e Rolla andarono nella zona di Gondar, attorno al lago Tana e all’Alto Nilo Azzurro, Monnier nella regione di Harar, a est nel territorio etiopico. L’ufficiale francese morirà l’11 novembre 1939 a Gantola, non prima di aver scoperto l’abitazione di Harar dove dal 1880 al 1884 aveva vissuto il suo poeta preferito, Arthur Rimbaud, di cui conservava i libri nella sacca. Per meglio relazionarsi con i guerriglieri etiopi i tre italiani assunsero nomi biblici: Rolla era Petrus, il livornese Ilio Barontini era Paulus e il triestino Anton Ukmar era Johannes. La missione terminò nel giugno 1940, quando i tre antifascisti intrapresero la via del ritorno tra malattie e assalti di predoni. Anche in quel caso Barontini escogitò un sistema per fuggire.
Si ritrovarono miracolosamente vivi a Khartum dove scattarono l’unica fotografia che li ritrae tutti e tre insieme. Rientrato in Europa, Barontini organizzò la resistenza prima in Francia e quindi in Emilia-Romagna e partecipò alla liberazione di Bologna. Nel 1946 per il Pci divenne deputato all’Assemblea Costituente nella circoscrizione di Pisa e Livorno e, nel 1948, venne eletto al Senato della Repubblica, dove fu segretario della commissione Difesa. Venne altresì nominato cittadino onorario della città di Bologna, decorato dalle forze alleate con la Bronze Star Medal e dall’Unione sovietica con l’Ordine della Stella Rossa. Morì in un incidente automobilistico a Scandicci nel 1951 all’età di 60 anni, sulla strada per Firenze dove si stava recando a portare il saluto dei comunisti livornesi alla federazione fiorentina del partito, assieme ad altri due dirigenti di valore come Otello Frangioni e Leonardo Leonardi. Al suo rientro in Francia Anton Ukmar venne internato a Vernet d’Ariège e poi a Castres, da cui evase l’8 settembre 1943. Raggiunse la resistenza in Venezia Giulia, nel 1944 fu inviato dalla dirigenza del partito comunista a Genova e divenne comandante della VI Zona Operativa Ligure dei partigiani Garibaldini con sede a Carrega Ligure, in provincia di Alessandria. Partecipò alla liberazione di Genova, tanto che gli venne conferita la cittadinanza onoraria della città della Lanterna, oltre alla Bronze star statunitense, la Medaglia d’oro alla Resistenza del governo italiano e altri riconoscimenti da parte del governo jugoslavo.
Al rientro dall’Africa, nel marzo 1940, Domenico Rolla fu internato nel campo francese di Vernet d’Ariege, tentò il rientro in Italia ma venne arrestato al Ponte Unione, a Mentone il 5 aprile del 1944 e tradotto nelle carceri giudiziarie della Spezia a disposizione del Tribunale Speciale. Il 24 luglio fu condotto a Regina Coeli ma, ai primi del 1944, con uno stratagemma riuscì a evadere e a raggiungere Avezzano in Abruzzo, dove partecipò alla Resistenza come commissario politico, con il nome di «Carlo». Nel dopoguerra tornò alla Spezia entrando a far parte della segreteria provinciale del Pci quale responsabile dell’organizzazione e poi alla direzione nazionale del partito. Morì il 9 giugno 1954 a soli 46 anni. È sepolto nel cimitero di Baccano, in provincia della Spezia.
Le fonti di ricerca di questa avventura sono abbastanza rare. Quando Barontini morì a Scandicci si parlò di un suo diario sui fatti dell’Etiopia ma non venne mai trovato.
«Su quella vicenda e del fatto che là aveva trovato persino un comunista etiopico, ci disse di averne scritto nelle sue memorie. Doveva essere un racconto affascinante: dopo la sua morte cercammo il manoscritto per mezza Italia. Non lo trovammo e perciò restammo col dubbio che lo avesse scritto davvero. Si fece ogni sforzo, ma nessuna delle donne che avrebbe potuto averlo avuto in consegna – e che, essendo assai numerose, rendevano la ricerca imbarazzante e non facile – fu in grado di farcelo ritrovare», scrisse Giancarlo Pajetta nel volume Il ragazzo rosso edito da Mondadori.
Pure Rolla morì a soli 46 anni senza scrivere alcuna memoria. L’unico a lasciare qualche testimonianza dei fatti etiopici è stato Ukmar: una relazione dattiloscritta di dodici cartelle depositate nell’archivio dell’Istituto Gramsci, un’altra conservata nell’archivio regionale di Capodistria, varie interviste e colloqui e una biografia autorizzata, Anton Ukmar (Miro). Storia di un rivoluzionario, curata da Rastko Bradaskja. Anche per lui un mosaico difficilmente ricomponibile, visto l’attaccamento al partito e le sue mille vite di attività illegale contrassegnate da diverse identità: Miro, Ogenj, Jože Ogenj, Oghen, commissario Jose, Johannes, Makomer, Martinez e Uljanov.
Marco Ferrari, giornalista e scrittore spezzino, ha esordito nella narrativa nel 1988 con il romanzo Tirreno (Editori Riuniti), a cui hanno fatto seguito: I sogni di Tristan,Grand Hotel Oceano eTi ricordi Glauber per Sellerio; La vera storia del mitico undici per Ponte alle Grazie; Cuore Atlantico e Morire a Clipperton per Mursia; Le nuvole di Timor per Cavallo di Ferro; Sirenate per Il Melangolo; Un tango per il duceper Voland; Rosalia Montmasson. L’angelo dei Mille per Mondadori.Con Arrigo Petacco ha firmato Ho sparato a Garibaldi e Caporetto per Mondadori e con Marino Magliani Sporca faccenda, mezzala Morettini per Atlantide. Per Laterza è autore di: Mare verticale. Dalle Cinque Terre a Bocca di Magra; L’incredibile storia di António Salazar, il dittatore che morì due volte; Ahi, Sudamerica! Oriundi, tango e fútbol; Alla rivoluzione sulla Due Cavalli. con Ritorno a Lisbona 50 anni dopo.
24/4/2025 https://jacobinitalia.it/










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