Il prezzo politico dell’impunità

Dallo sparo di Rogoredo a Milano allo “scudo penale”: quando lo Stato sceglie l’impunità e prepara il terreno alla violenza

Partiamo da un fatto di cronaca, perché è così che si misura il progetto politico della Lega e del governo. A Rogoredo un poliziotto ha ucciso Abdelrahim Mansouri, ventotto anni. Oggi questo significa ancora un’indagine; domani, se passerà lo scudo penale, potrebbe non significare più nulla. Non è una svista normativa né una risposta all’emergenza: è una scelta ideologica. È la decisione di stare strutturalmente dalla parte della forza, di proteggerla anche quando uccide, di neutralizzare ogni controllo. È la stessa logica che negli Stati Uniti ha prodotto violenza sistemica e impunità. Chi governa lo sa benissimo, ed è esattamente questo il punto.

Oggi, almeno formalmente, l’uccisione di una persona da parte di un agente dello Stato attiva un meccanismo automatico: apertura di un fascicolo, accertamento dei fatti, verifica delle responsabilità. Non è una concessione alla “cultura del sospetto”, ma una soglia minima di controllo sul potere armato dello Stato. È quell’argine che la Lega vuole abbattere introducendo lo scudo penale: una norma che sottrae l’uso della forza letale al diritto comune e lo colloca in una zona di immunità preventiva.

Con lo scudo penale, l’indagine non scatta più automaticamente. Sarà il giudice a decidere, in via discrezionale e preliminare, se si è trattato di legittima difesa. Tradotto: si assolve prima di indagare. Si rovescia il principio secondo cui il potere, proprio perché armato, deve essere sottoposto a controllo. Non è una riforma tecnica, è una rottura politica: l’istituzionalizzazione dell’impunità.

Non a caso, il messaggio che accompagna questa scelta è esplicito. Si parla di “presunzione di liceità” dell’azione di polizia, di stare “con il poliziotto senza se e senza ma”. È una dichiarazione di fedeltà politica: più libertà operativa in cambio di meno responsabilità. Il potere garantisce copertura preventiva e, così facendo, libera l’uso della forza da ogni freno effettivo.

Questo scudo non arriva da solo. Si inserisce in un disegno più ampio che include il primo decreto sicurezza, quello in arrivo e il disegno di legge collegato. Daspo urbano per chi viene denunciato durante una manifestazione. Perquisizioni arbitrarie durante i cortei. Trattenimenti fino a dodici ore per chi manifesta. Divieti preventivi di partecipazione alle proteste. Non misure per gestire l’ordine pubblico, ma strumenti per colpire soggetti politici. Non si reprimono comportamenti violenti: si selezionano nemici interni.

Il bersaglio è chiaro. Prima gli stranieri, poi chi protesta, poi chiunque non accetti di stare al proprio posto. L’uso politico delle forze dell’ordine serve a questo: a governare il conflitto sociale non con il consenso, ma con la paura. A trasformare lo spazio pubblico in una zona sorvegliata, dove il dissenso è trattato come una minaccia e non come un diritto.

Chi pensa che si tratti di un’esagerazione dovrebbe guardare a ciò che è già accaduto negli Stati Uniti. Lì, per anni, si è smantellato ogni controllo sul potere di polizia in nome della “law and order”. Il risultato non è stato più sicurezza, ma violenza sistemica, impunità, rottura del rapporto tra istituzioni e cittadini. Minneapolis non è un monito astratto: è un precedente concreto. È la dimostrazione di cosa accade quando la forza viene liberata dal diritto.

L’Italia sta scegliendo consapevolmente la stessa strada. Non per errore, non per distrazione, ma per progetto. Lo scudo penale e la criminalizzazione delle manifestazioni non rispondono a un’emergenza reale: rispondono alla necessità politica di blindare il potere e ridurre gli spazi di opposizione. È una strategia di governo che considera il conflitto sociale un problema di ordine pubblico e non una questione democratica.

Non è sicurezza, è una scelta di campo. È la scelta di un governo che decide di governare attraverso la paura, di indicare nemici interni e di armare lo Stato contro di loro. Prima gli stranieri, poi chi protesta, poi chiunque non stia al suo posto. Lo scudo penale non serve a proteggere le forze dell’ordine: serve a proteggere il potere dalle conseguenze delle proprie decisioni. Minneapolis non è un eccesso, è l’esito. E chi oggi spinge l’Italia in quella direzione non potrà dire di non sapere come va a finire.

30/1/2026 https://www.osservatoriorepressione.info

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