Il ritorno dell’arbitrarietà: perché il bonus per i genitori separati è una misura sbagliata

di Renato Fioretti

L’articolo “Bonus genitori separati: l’abbandono dell’Isee crea effetti paradossali”, pubblicato su lavoce.info il 15 ottobre 2026 e firmato da Maria Cecilia Guerra, mette in luce le profonde contraddizioni del decreto interministeriale n. 200/2026 che disciplina il nuovo bonus affitto per i genitori separati. Attraverso esempi concreti, l’autrice dimostra come l’abbandono dell’Isee e la sua sostituzione con una semplice soglia reddituale individuale rischino di generare risultati palesemente irrazionali. La sua analisi coglie un punto essenziale: quando le risorse pubbliche sono limitate, il problema non è soltanto quanti beneficiari si riesca a raggiungere, ma soprattutto come si scelga chi aiutare e chi lasciare escluso. Ed è proprio su questo terreno che il decreto mostra tutte le sue debolezze.

L’articolo offre già numerosi esempi di effetti paradossali, ma la critica può essere ulteriormente approfondita mostrando come il provvedimento finisca per tradire il principio fondamentale che dovrebbe guidare ogni intervento sociale: destinare le risorse limitate a chi si trova nelle condizioni di maggiore difficoltà economica reale. Il problema non è soltanto tecnico. E’ politico, culturale e persino etico, perché riguarda il modo in cui lo Stato decide di individuare i cittadini meritevoli di sostegno.

Il primo elemento di criticità consiste nell’abbandono di un criterio complessivo come l’Isee in favore di una soglia reddituale rigida e individuale. Quando si sostituisce un indicatore che tiene conto contemporaneamente del reddito, del patrimonio e della composizione familiare con una semplice soglia di reddito personale, si rinuncia inevitabilmente a rappresentare la reale situazione economica dei richiedenti. Due persone con lo stesso reddito possono trovarsi in condizioni completamente diverse: una può dover mantenere più figli, pagare un affitto elevato e non possedere alcun patrimonio; l’altra può avere pochi carichi familiari, risparmi significativi e proprietà immobiliari. Trattarle come se fossero economicamente equivalenti significa ignorare la realtà.

Il decreto introduce così una concezione approssimativa della povertà e del bisogno. Non misura l’effettiva capacità economica delle persone, ma si limita a considerare una sola componente di essa. E’ come se un medico giudicasse la salute di un paziente osservandone esclusivamente il peso corporeo, ignorando tutti gli altri esami clinici. Il risultato non può che essere una diagnosi sbagliata.

Vi è poi un problema di equità orizzontale. In uno Stato che si dichiara fondato sul principio costituzionale dell’uguaglianza sostanziale, due cittadini che si trovano nella medesima condizione economica dovrebbero ricevere un trattamento analogo. Invece il decreto crea situazioni nelle quali famiglie economicamente simili possono essere collocate in posizioni molto diverse della graduatoria semplicemente per pochi euro di differenza nel reddito dichiarato. Il meccanismo delle soglie rigide produce infatti il classico effetto “tagliola”: chi si trova appena sotto il limite può ottenere l’intero beneficio, chi lo supera di poche decine o centinaia di euro viene escluso completamente. In termini economici si tratta di una delle forme più irrazionali di selezione sociale possibili.

Ancora più discutibile è il messaggio culturale che emerge dalla misura. Lo Stato sembra affermare che ciò che conta non sia la situazione economica complessiva della persona, ma esclusivamente il reddito formale dichiarato. Vengono così ignorati patrimoni finanziari rilevanti, disponibilità accumulate negli anni, investimenti e altre forme di ricchezza. Si finisce per attribuire un beneficio pubblico a soggetti che, pur avendo redditi relativamente contenuti, dispongono di consistenti patrimoni mobiliari o immobiliari, mentre si escludono persone che vivono esclusivamente del proprio lavoro e non possiedono alcuna forma di ricchezza.

La conseguenza è una redistribuzione inefficiente delle risorse pubbliche. I venti milioni stanziati annualmente non aumentano e restano una somma limitata. Ogni euro assegnato a un beneficiario relativamente benestante è un euro sottratto a una famiglia che versa in condizioni più difficili. Non si tratta quindi di un semplice errore tecnico, ma di un trasferimento di risorse potenzialmente regressivo, in cui il sostegno viene spostato dai soggetti più fragili verso altri che dispongono di maggiori mezzi.

Un ulteriore elemento paradossale riguarda la discrezionalità che il decreto reintroduce nel sistema. L’Isee nacque proprio per superare la frammentazione di criteri differenti utilizzati dalle varie amministrazioni. Negli anni precedenti alla sua diffusione era frequente che uno stesso cittadino risultasse “povero” per una prestazione e “ricco” per un’altra. Il nuovo bonus sembra riportare il sistema indietro nel tempo, verso una moltiplicazione di indicatori specifici costruiti per singole misure. Se ogni beneficio dovesse adottare criteri propri, il risultato sarebbe una crescente confusione normativa e amministrativa, con graduatorie incomparabili e decisioni percepite come arbitrarie.

Esiste inoltre il rischio di incentivare comportamenti opportunistici. Quando il parametro principale diventa il reddito individuale, aumentano le convenienze a modificare la propria posizione fiscale o patrimoniale per rientrare nei requisiti richiesti. Al contrario, un indicatore composito come l’Isee rende più difficile manipolare la fotografia economica complessiva del nucleo familiare. Le politiche pubbliche dovrebbero ridurre le opportunità di aggiramento delle regole, non aumentarle.

Particolarmente discutibile appare anche la scelta di frammentare la valutazione di reddito, patrimonio e numero dei figli in criteri separati. L’Isee integra questi elementi in un unico indicatore coerente; il decreto invece li tratta come compartimenti stagni. Il risultato è che piccole variazioni in una componente possono produrre conseguenze sproporzionate e prive di qualsiasi giustificazione sociale. Si determina così una graduatoria che non riflette il bisogno effettivo, ma gli effetti spesso casuali dell’incrocio tra soglie e punteggi.

Da un punto di vista amministrativo, il provvedimento rischia inoltre di generare un forte contenzioso. Più i criteri appaiono irragionevoli e più aumenta il numero dei cittadini che si sentono ingiustamente penalizzati. Chi si vede escluso nonostante una situazione economica difficile sarà naturalmente portato a contestare le graduatorie e a denunciare l’iniquità del sistema. Questo può tradursi in ricorsi, richieste di riesame e aggravio burocratico per le amministrazioni coinvolte.

Sul piano politico il decreto presenta infine una contraddizione evidente. Viene giustificato con la volontà di aiutare il cosiddetto ceto medio, ma le risorse stanziate non sono sufficienti per garantire il beneficio a tutti i soggetti potenzialmente interessati. Di conseguenza il problema della selezione resta identico. Cambia soltanto il criterio con cui si sceglie chi aiutare e chi escludere. Non si amplia realmente la platea dei beneficiari; si modifica soltanto l’ordine della graduatoria, con il rischio di favorire persone meno bisognose e penalizzare quelle che avrebbero maggiore necessità del sostegno.

Vi è inoltre una questione più generale che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la qualità delle politiche sociali. Ogni volta che si introducono deroghe all’uso dell’Isee per ragioni di opportunità politica o di consenso elettorale si indebolisce progressivamente l’intero sistema della prova dei mezzi costruito negli ultimi decenni. Se ogni categoria riesce a ottenere un criterio speciale, diverso da quello adottato per tutti gli altri cittadini, il risultato finale non è una maggiore giustizia, ma un ritorno a un sistema frammentato, nel quale prevalgono eccezioni, privilegi e trattamenti differenziati. Lo Stato sociale finisce così per perdere coerenza e credibilità.

Il rischio è che il nuovo bonus diventi l’ennesimo esempio di una tendenza ormai consolidata nella politica italiana: l’introduzione di misure simbolicamente efficaci sul piano comunicativo ma deboli sul piano dell’equità e dell’efficienza. Si annuncia un intervento a favore di una categoria in difficoltà, ma si costruiscono criteri di accesso tali da generare inevitabilmente vincitori e sconfitti non sulla base del bisogno reale, bensì di parametri arbitrari e semplificati.

In conclusione, il decreto appare sbagliato non tanto perché adotta una metodologia diversa dall’Isee, ma perché sostituisce uno strumento certamente perfettibile, ma elaborato sulla base di criteri economici e sociali razionali, con un insieme di regole frammentarie e incoerenti. La conseguenza è il rischio concreto di assegnare risorse pubbliche a soggetti relativamente più forti ed escludere altri che versano in condizioni di maggiore fragilità economica. In presenza di risorse limitate, questo non rappresenta soltanto un problema di efficienza amministrativa: rappresenta soprattutto una questione di giustizia sociale. Uno Stato che sceglie male i destinatari dei propri interventi non spreca soltanto denaro pubblico; finisce per indebolire il principio stesso di solidarietà sul quale dovrebbe fondarsi ogni politica di welfare.

Renato Fioretti

Collaboratore redazionale del mensile Lavoro e Salute

30/10/2026

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