Il silenzioso mantra del sistema politico sui morti sul lavoro
“Stiano più attenti, le imprese hanno ben altri impegni che fare le badanti”
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di Franco Cilenti
Credo che il mantra abbia un ruolo complice, mentre dobbiamo trattare questa quotidiana strage, da sempre vissuta come normalità, non come una, imposta, normalità, anche dall’opinione comune a prescindere dall’indignazione del momento. Bisognerebbe partire dl crudo stato delle cose, del diritto del lavoro debilitato da decenni di assenza del concetto di prevenzione anche nella pratica sindacale che pecca di radicata cogestione sindacale dei processi di involuzione subiti dai diritti nel mondo lavoro, a partire dai RLS (Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza) si sono visti depredati della loro titolarità e sono ormai comparse, con poche eccezioni ancor attive in tanti posti di lavoro.
Non possiamo fermarci a sperare che il problema degli infortuni sul lavoro si risolva potenziando le attività di vigilanza degli organi preposti. Questi, in realtà, possono operare , principalmente o forse meglio dire solamente, sul terreno della riduzione del danno, cosa importante, ma il problema è sistemico la mancata tutela della salute nei luoghi di lavoro va oltre la vigilanza strettamente sanitaria. con questo non voglio certamente affermare che la battaglia contro le morti sul lavoro, gli infortuni e le malattie professionali, oggi sempre più disconosciute, è persa in partenza o che il lavoro degli organi preposti sia di poco peso o irrilevante, solo che ci fa bene restare ancorati alla realtà di oggi.
E allora quali altre strade in parallelo bisogna percorrere per una pratica realistica di riduzione drastica di infortuni, malattie professionali e morti?
Primo
Un sistema di formazione, sindacale concreto, costantemente aggiornato e verificato nella sua efficacia, che parta dai dirigenti, dai quadri intermedi, dai vari preposti per estendersi poi a tutti i lavoratori, tenendo conto delle esigenze e peculiarità dei lavoratori (tra questi il problema del coinvolgimento dei lavoratori migranti) e tenendo conto delle tipologie di lavoro, lavoro a tempo indeterminato, lavoro a tempo determinato, lavoro stagionale, lavoro a chiamata, lavoro saltuario, e così via).
Secondo
Un sistema capillarmente diffuso ed efficace di vigilanza e controllo da parte delle strutture pubbliche preposte, però assistito da una visione conflittuale con le parti datoriali, che sia in grado di garantire una effettiva possibilità che le imprese siano controllate a fondo e verificate per una concreta e rapida risposta alle richieste dei lavoratori e dei loro RLS, funzionale a una tempestiva capacità di intervenire in caso di infortuni e malattie professionali.
Percorrendo questa strada dobbiamo tener presente anche una pericolosa e poco considerata situazione che potrebbe verificarsi nel prossimo futuro.
Consideriamo cosa sarà la tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro con l’autonomia differenziata: standard e indirizzi per il controllo di salute e sicurezza dei lavoratori saranno diversi in ciascuna regione. Lo stesso sarà per la formazione dei tecnici di vigilanza.
Nell’ultimo decennio leggi regionali non hanno imposto alle aziende l’adozione di impianti e tecnologie sicure, quindi è inimmaginabile che usino la loro autonomia legislativa per ricostituire dei reali servizi di tutela del lavoro dopo averli ridotti quando non smantellati; servizi che sicuramente saranno esternalizzati ai privati.
Di conseguenza l’autonomia differenziata inficerà la possibilità di conoscenza, debiliterà la lotta di denuncia e proposta che sarà ancora più difficile di quanto non lo sia adesso.
Questa prospettiva di ulteriore involuzione istituzionale rende ancora più urgente l’introduzione nel codice penale dei reati di omicidio sul lavoro e di repressione delle vessazioni di genere: mobbing, discriminazione, violenza e stalking sul lavoro.
La frequenza di incidenti mortali sul lavoro rischia, paradossalmente, di coprire un’altra strage silenziosa, forse numericamente più ampia, quella delle malattie professionali, in primo luogo gli operai colpiti da tumore per essere stati esposti a sostanze cancerogene ma i referti di malattia professionale sono rarissimi. Il decreto 81 del 2008 all’articolo 244 prevede che le Regioni e l’Inail, utilizzando i dati in loro possesso, si mettano alla ricerca di questi “tumori perduti”. I pochi dati raccolti ci dicono che il compito dovrebbe essere affidato ad apposite strutture, i Centri operativi regionali (Cor) che, utilizzando le banche dati delle Regioni, identifichino i casi di tumore, mediante le banche dati dell’Inps ricostruiscano le storie lavorative, e procedano quindi a valutare per ogni singolo caso se le esposizioni lavorative possano avere “contribuito” a causare la neoplasia.
Quelle delle malattie professionali sono morti silenziose sulle quali si riversa l’indignazione impotente delle famiglie abbandonate al loro dolore, ma lo stesso “infortunio mortale” in produzione non ha maggiore attenzione, a prescindere dall’ipocrisia dei di mass Media, della politica, dei Ministeri competenti e degli stessi sindacati a loro volta responsabili di essersi ormai vestiti da spettatori di questi numeri: 17.000 i lavoratori morti sul lavoro nel decennio 2009-2019.
Dal 2021 i morti sul lavoro sono aumentati ancora, il 9,3% in più rispetto allo stesso periodo del 2020 (dati sottostimati perché non tengono conto dei lavoratori senza contratto, in nero). Alla strage di oltre 100 lavoratori al mese vanno aggiunte, come prima sostenuto, le decine di migliaia di morti per malattie professionali e ambientali: solo per amianto 6.000 ogni anno, 16 ogni giorno!.
Nonostante questi dato non è stato preso in considerazione dalle istituzioni l’allarme degli ispettori Asl e Arpa sulle indagini dei tumori professionali. Anche se le denunce di malattie professionali sono aumentate considerevolmente: si è passati dalle 20.000 denunce circa del 2004 a più di 70.000 del 2023, ma negli ultimi quattro/cinque anni i processi per malattie professionali non arrivano più in Cassazione.
Per quanto riguarda gli infortuni e malattie professionali dei lavoratori migranti: i dati complessivi delle tre gestioni assicurative Inail: Agricoltura, Industria e servizi, Conto Stato (amministrazioni pubbliche e degli studenti delle scuole statali).
I dati statistici, che si riferiscono al quinquennio 2019-2023, aggiornati al 30 aprile 2024, mostrano che nel complesso nel 2023 “gli infortuni sul lavoro denunciati all’Inail sono stati 590.215 e di questi 119.159 casi (poco più del 20%) hanno interessato i lavoratori nati all’estero”.
In particolare, l’82% circa degli infortunati stranieri “proviene dai Paesi non comunitari (97.429) e la rimanente quota dai comunitari (21.730).
Riguardo alle malattie professionali si segnala che nel 2023 “sono state denunciate all’Inail 72.610 malattie professionali o lavoro-correlate, in crescita di quasi il 20% rispetto all’anno precedente”.
In particolare, l’8,3% delle tecnopatie “ha riguardato i lavoratori nati all’estero (6.009 casi) in aumento di quasi un terzo rispetto ai 4.642 dell’anno precedente (+31,5% per i non Ue +25,1% per gli Ue). Per gli italiani sono stati protocollati oltre 66mila casi con un aumento del 19% circa rispetto ai 56mila dell’anno precedente”.
Quando si parla di morti sul lavoro l’attenzione si concentra, o meglio, viene artatamente concentrata dai mezzi di informazione mainstream (sulla stampa dei padroni, si sarebbe detto un tempo), sulla mortalità causata da infortuni. In particolare, se ne parla quando ci sono le periodiche “stragi” sul lavoro. Infortuni sul lavoro “di gruppo”, potremmo definirli. Pochi conoscono i dati reali sulle cosiddette “morti bianche”: causate da infortuni sul lavoro, ma anche da malattie occupazionali e, tra queste, i tumori (circa il 60% del totale). Pochi sanno che, a fronte di circa settecento morti per infortuni sul lavoro (al netto delle morti “in itinere”) si stimano, molto probabilmente per difetto, circa settemila- ottomila morti per tumori occupazionali all’anno. Quindi si deve essere consapevoli è la differenza tra infortunio e malattia professionale.
Non è certo difficile dedurre che le malattie professionali, certificate nel tempo, sono la prima causa di morte dal lavoro. ma solo meno del dieci per cento di questi tumori viene individuato e notificato a INAIL e Procura della Repubblica. Perchè?
Non è perchè oltre al derubricato conflitto sindacale manca una Procura nazionale? Sarebbe anche un incentivo alla prevenzione da parte degli organismi deputati alla sicurezza.
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