Il terrorismo inventato e la giudice da punire: la democrazia secondo Giorgia Meloni
Youssef Siher torna libero dopo oltre cento ore di detenzione. Il gip smonta le accuse di terrorismo e violenza organizzata. Meloni, Salvini e Tajani attaccano la magistrata, mentre i media trasformano la propaganda sicuritaria del governo in verità. Il problema non è più soltanto la repressione del dissenso, ma la pretesa del potere politico di subordinare la giustizia alle proprie esigenze sicuritarie, trasformando il carcere e la privazione della libertà in strumenti di governo del conflitto sociale.
Youssef Siher non era il capo di un’organizzazione terroristica, non dirigeva un’insurrezione e non aveva organizzato alcuna struttura clandestina per sovvertire l’ordine democratico. E’ un ricercatore e giornalista freelance di 31 anni che amministrava alcuni canali social nati nel contesto delle mobilitazioni giovanili contro il carovita e le politiche del governo Meloni. Per questo è stato fermato, privato della libertà personale per oltre cento ore e rinchiuso in una cella della sezione Alta Sicurezza 2 di San Vittore, quella riservata anche ai detenuti accusati di terrorismo. Un trattamento che ha preceduto qualsiasi accertamento giudiziario sulla fondatezza delle accuse e che ha contribuito a costruire attorno alla sua figura l’immagine del pericoloso sovversivo.
Adesso sappiamo che, secondo la giudice per le indagini preliminari Tiziana Landoni, quelle accuse non erano sostenute neppure dai gravi indizi di colpevolezza necessari per giustificare una misura cautelare. Nelle 37 pagine dell’ordinanza che ha disposto la liberazione di Siher vengono respinte le principali argomentazioni della Procura di Milano. Non emerge una concreta istigazione alla violenza, non risultano gli elementi costitutivi della finalità terroristica, non viene individuata un’organizzazione destinata a commettere violenze nelle manifestazioni e non è dimostrato il pericolo di fuga. Una ricostruzione che ridimensiona radicalmente la rappresentazione dell’indagato proposta nei giorni precedenti.
Eppure la notizia che avrebbe dovuto imporre una riflessione sulla gravità di quanto accaduto ha prodotto la reazione opposta. Giorgia Meloni ha attaccato pubblicamente la magistrata, definendo «vergognosa» la sua decisione. Antonio Tajani ha sostenuto che rimettere Siher in libertà significherebbe mettere in pericolo la sicurezza del Paese. Matteo Salvini ha messo in discussione persino la sua appartenenza alla comunità nazionale, ironizzando sulla sua cittadinanza italiana, e ha utilizzato la firma della giudice a un appello dei giuristi per Gaza per insinuare un pregiudizio politico.
È un rovesciamento impressionante. Un cittadino viene privato della libertà sulla base di accuse che non superano il vaglio del giudice, ma per il governo il problema non è la debolezza dell’impianto accusatorio. Il problema diventa la magistrata che ha applicato la legge. Non ci si interroga sulle responsabilità di chi ha costruito una rappresentazione terroristica del dissenso, né sulla sproporzione tra i fatti contestati e le misure adottate. Si pretende invece che il giudice convalidi l’operato della Procura e delle forze di polizia, come se la funzione della giurisdizione fosse ratificare le scelte dell’apparato repressivo.
È questa la concezione della democrazia che emerge dalle parole della presidente del Consiglio: una democrazia nella quale la separazione dei poteri viene tollerata soltanto quando non ostacola la volontà dell’esecutivo.
Un canale Telegram nato dopo gli scontri, un terrorista costruito prima dei fatti
Per comprendere la portata di questa vicenda bisogna tornare alle contestazioni formulate contro Siher. Uno degli elementi centrali dell’accusa riguardava l’amministrazione dei canali social del Movimento 17 ottobre. Ma il canale Telegram era stato creato il 18 ottobre, dopo la giornata di scontri del 17, mentre Siher era stato fermato il 24 ottobre, prima delle nuove mobilitazioni previste per quella giornata. Una successione temporale che avevamo già evidenziato e che poneva una domanda elementare: quali violenze avrebbe organizzato, quali ordini avrebbe impartito e a chi?
La risposta contenuta nell’ordinanza della gip è particolarmente significativa. L’attività sui canali social non dimostrava l’esistenza di un’organizzazione criminale e non emergevano messaggi nei quali Siher avesse sostenuto o promosso comportamenti violenti. Le modalità delle future mobilitazioni non erano state definite da un presunto gruppo dirigente, ma venivano rinviate alla discussione collettiva nelle piazze. L’obiettivo dichiarato era promuovere una coscienza collettiva e costruire nuove occasioni di partecipazione.
La stessa guida pratica per la difesa in piazza, presentata nell’impianto investigativo come un elemento sospetto, non conteneva istruzioni per attaccare le forze dell’ordine o organizzare azioni violente. Al contrario, secondo quanto rilevato dalla giudice, invitava i manifestanti a non rispondere con la violenza alle eventuali cariche della polizia.
E allora che cosa rimane del presunto progetto terroristico? Rimangono slogan, dichiarazioni politiche, comunicazioni sui social e la volontà di dare continuità alle proteste contro il governo.
Tra gli elementi contestati figurava una frase pubblicata su Instagram: «Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove. Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame».
Una frase aspra, radicale, volutamente provocatoria, che la Procura aveva interpretato come istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. La gip ha invece osservato che quella dichiarazione non era rivolta contro le istituzioni dello Stato e non conteneva riferimenti specifici e concreti alla commissione di azioni violente o di altri reati. Siher richiamava la disobbedienza civile, non la preparazione di attentati o di azioni terroristiche.
È un passaggio decisivo perché restituisce alla libertà di espressione il suo significato costituzionale. Non spetta al governo stabilire quali parole siano sufficientemente moderate per essere pronunciate. Non è la radicalità di una posizione politica a trasformarla in un reato. E non basta utilizzare metafore di guerra contro un ordine sociale considerato ingiusto per essere accusati di terrorismo.
La stessa aggravante terroristica è stata esclusa dalla giudice per l’assenza dei requisiti previsti dalla legge. Le condotte contestate non risultavano idonee ad arrecare un grave danno allo Stato, né erano dirette a intimidire la popolazione o a costringere le istituzioni a compiere determinate azioni.
Anche l’ipotesi di violenza organizzata, introdotta attraverso l’ultimo decreto sicurezza, non ha trovato riscontro negli elementi esaminati. Mancava il proposito di costituire gruppi destinati a commettere violenze durante le manifestazioni.
Non siamo davanti a un’assoluzione definitiva, perché il procedimento potrà proseguire nelle forme previste dalla legge. Ma siamo davanti a una decisione che, sul piano cautelare, smentisce la rappresentazione di Siher come pericoloso organizzatore di violenze terroristiche.
Cento ore in carcere e una campagna di criminalizzazione
La privazione della libertà personale non è un fatto amministrativo, né una parentesi che possa essere cancellata con un provvedimento di scarcerazione. Siher ha trascorso oltre cento ore tra la questura e il carcere di San Vittore, sottoposto a un regime di Alta Sicurezza, mentre il suo nome veniva associato pubblicamente al terrorismo.
La giudice ha respinto anche l’ipotesi del pericolo di fuga. Quando la polizia era andata a cercarlo presso l’abitazione dei genitori, erano stati proprio questi ultimi a indicare dove si trovasse, fornendo persino le informazioni sull’automobile utilizzata. Non risultavano abituali spostamenti all’estero e i rapporti con realtà associative e di movimento non potevano essere considerati, di per sé, elementi sufficienti per presumere la volontà di sottrarsi alla giustizia.
È particolarmente significativo che nell’impianto accusatorio fossero stati richiamati anche la sua condizione di italiano di seconda generazione, i contatti personali, le frequentazioni politiche e le posizioni sulla Palestina. Si tratta di elementi che, quando vengono utilizzati per costruire un profilo di pericolosità senza un concreto collegamento con condotte criminali, rivelano il rischio di uno slittamento dal diritto penale del fatto al diritto penale d’autore.
Non conta più soltanto ciò che una persona avrebbe commesso, ma ciò che rappresenta, le idee che sostiene, le relazioni che intrattiene, la provenienza della sua famiglia. È una logica particolarmente pericolosa perché consente di trasformare la partecipazione politica e sociale in un elemento di sospetto permanente.
La vicenda Siher mostra quanto possa essere sottile il confine tra l’accertamento di una responsabilità individuale e la costruzione preventiva di un nemico pubblico. Un confine che diventa ancora più fragile quando entrano in gioco le normative antiterrorismo, la cui eccezionalità viene progressivamente estesa alla gestione del conflitto sociale.
Meloni contro la magistrata: il giudice deve stare dalla parte del governo
La reazione di Giorgia Meloni alla scarcerazione rappresenta forse l’aspetto politicamente più grave dell’intera vicenda. In un video diffuso immediatamente dopo la decisione, la presidente del Consiglio ha dichiarato di considerarla una «mortificazione insopportabile» del lavoro delle forze dell’ordine, aggiungendo di non comprendere come lo Stato possa difendere la «gente perbene» di fronte a decisioni di «certa magistratura».
È un linguaggio che merita di essere esaminato per quello che rivela. Innanzitutto, la contrapposizione tra la «gente perbene» e coloro che vengono indicati come una minaccia. Una distinzione politica e morale che precede qualsiasi accertamento di responsabilità e che trasforma l’indagato in un soggetto estraneo alla comunità dei cittadini meritevoli di tutela.
Poi c’è l’identificazione tra l’operato delle forze di polizia e la difesa dello Stato. Secondo questa impostazione, una decisione giudiziaria che non convalida un fermo non rappresenterebbe l’esercizio di una garanzia costituzionale, ma un ostacolo all’azione di chi protegge la collettività. La magistratura non viene riconosciuta come un potere autonomo chiamato a controllare la legalità delle restrizioni della libertà personale, ma come un soggetto che dovrebbe condividere preventivamente gli obiettivi dell’esecutivo.
È la stessa logica emersa quando Meloni, presentando il nuovo decreto sicurezza, aveva chiesto a tutti, compresi i giudici, di stare dalla stessa parte. Ma in uno Stato costituzionale i giudici non devono stare dalla parte del governo. Devono applicare la legge, verificare le accuse, tutelare le garanzie e impedire che il potere eserciti arbitrariamente la propria forza.
La separazione dei poteri esiste precisamente per questo. Non è un ostacolo alla sicurezza, ma un limite all’esercizio del potere. E quando una presidente del Consiglio attacca pubblicamente una magistrata perché non ha convalidato un fermo, il problema non riguarda una semplice divergenza di opinioni su una decisione giudiziaria. Riguarda la pressione politica esercitata su chi deve giudicare in autonomia.
L’Associazione nazionale magistrati ha denunciato il carattere intimidatorio dell’attacco, mentre la presidenza del Tribunale di Milano ha respinto come irricevibili le contestazioni rivolte alla giudice, ricordando che la libertà di giudizio non può essere condizionata dalle aspettative politiche.
Ma la maggioranza ha proseguito nella sua offensiva. Tajani ha evocato pericoli per la sicurezza nazionale, Salvini ha messo in discussione la cittadinanza di Siher e ha cercato di delegittimare la magistrata attraverso le sue posizioni sulla Palestina. La firma di un appello dei giuristi per Gaza viene così utilizzata come elemento di sospetto nei confronti di una giudice, esattamente come le opinioni politiche e le frequentazioni associative erano state richiamate per costruire il profilo di pericolosità dell’indagato.
Il meccanismo è identico: chi esprime solidarietà con la Palestina, chi contesta il governo, chi non aderisce alla rappresentazione dominante della sicurezza diventa potenzialmente sospetto. Vale per i manifestanti e, nella retorica della maggioranza, può arrivare a valere persino per i magistrati.
I media e la fabbrica del nemico pubblico
In questa vicenda la responsabilità di una parte consistente del sistema dell’informazione è enorme. Per giorni l’accusa di terrorismo ha dominato il racconto pubblico, contribuendo a trasformare un ricercatore in un pericoloso sovversivo. Le ipotesi investigative sono state rilanciate come se descrivessero fatti già accertati, mentre la distinzione tra accusa e responsabilità penale veniva progressivamente cancellata.
È il meccanismo dello «sbatti il mostro in prima pagina», aggiornato alle esigenze della comunicazione politica contemporanea. Non serve più attendere una sentenza. Basta un fermo, un comunicato della Procura, qualche indiscrezione investigativa e la disponibilità di televisioni e giornali a riprodurre la narrazione sicuritaria.
Il terrorismo diventa una parola capace di annullare ogni distinzione. Non importa che si parli di un attentato, di un’organizzazione armata, di una manifestazione o di uno slogan pubblicato sui social. L’etichetta produce immediatamente un effetto di delegittimazione e consente di presentare la repressione come una necessità indiscutibile.
Quando poi interviene una decisione giudiziaria che smentisce la rappresentazione iniziale, il meccanismo non si arresta. Cambia bersaglio. Il problema non è più il presunto terrorista, ma la giudice che lo ha liberato. La scarcerazione non diventa occasione per interrogarsi sulla fondatezza delle accuse, ma il pretesto per una nuova campagna contro la magistratura.
Il paradosso è ancora più evidente se si considera che la maggioranza ha contemporaneamente rivendicato l’approvazione di norme che impongono agli organi di informazione di dare adeguato rilievo alle decisioni favorevoli agli indagati dopo aver pubblicizzato le accuse. Proprio mentre celebra questa forma di tutela della reputazione, il governo reagisce con indignazione a una decisione che riconosce l’assenza dei presupposti per mantenere un cittadino in carcere.
Ma il punto non è soltanto l’incoerenza. È la funzione politica svolta da un’informazione sempre più appiattita sulle parole d’ordine dell’esecutivo. Sicurezza, legalità, decoro, tolleranza zero, certezza della pena: un lessico ripetuto ossessivamente, attraverso il quale ogni conflitto viene ricondotto a un problema di ordine pubblico e ogni contestazione radicale può essere rappresentata come una minaccia.
La stessa informazione che dedica titoli e aperture alle vetrine infrante e agli scontri di piazza lascia spesso ai margini le condizioni materiali che alimentano quelle mobilitazioni. Il carovita, i salari insufficienti, la precarietà, la crisi abitativa, la progressiva distruzione dei servizi pubblici e le politiche di riarmo scompaiono dietro il racconto dell’emergenza sicurezza.
Non si tratta semplicemente di una distorsione giornalistica. È una precisa funzione di governo dell’opinione pubblica: spostare l’attenzione dalle responsabilità politiche dell’impoverimento alla presunta pericolosità di chi protesta contro di esso.
La paura delle piazze e la risposta autoritaria
Il governo Meloni ha un problema politico che nessun decreto sicurezza può risolvere: la ripresa del protagonismo delle giovani generazioni e la possibilità che il malessere sociale torni a esprimersi attraverso mobilitazioni collettive.
Le proteste contro il carovita, le mobilitazioni studentesche, le manifestazioni contro il riarmo e contro il genocidio in Palestina hanno mostrato l’esistenza di una generazione che non accetta di essere condannata alla precarietà, all’impoverimento e all’assenza di futuro. Una generazione che rimette al centro questioni materiali che il governo preferirebbe espellere dalla discussione pubblica.
È questa la dimensione politica che la propaganda sicuritaria tenta di cancellare. Non si discute delle ragioni della protesta, ma delle modalità con cui reprimerla. Non si affrontano le condizioni sociali che producono il conflitto, ma si moltiplicano gli strumenti penali per contenerlo. Non si risponde alle rivendicazioni, ma si costruisce un nemico.
L’offensiva contro Siher si inserisce in questo processo. Le misure contro i minorenni arrestati dopo gli scontri di Milano, la militarizzazione della città, l’impiego di reparti dell’esercito e il ricorso a nuove fattispecie penali compongono un dispositivo nel quale la gestione del dissenso viene progressivamente affidata agli apparati di sicurezza.
È il modello della democrazia punitiva: uno Stato che riduce la propria capacità di rispondere ai bisogni sociali e amplia contemporaneamente gli strumenti di controllo, sorveglianza e repressione. La questione sociale viene trasformata in questione penale, la protesta in disordine, la radicalità politica in pericolosità.
Il ricorso all’antiterrorismo rappresenta il punto più avanzato di questa trasformazione. Perché consente di spostare ulteriormente in avanti la soglia dell’intervento repressivo, attribuendo rilevanza penale non soltanto a comportamenti concretamente realizzati, ma anche a intenzioni presunte, relazioni personali, dichiarazioni pubbliche e ipotesi di pericolo.
Il caso Siher dimostra quanto questa logica possa arrivare lontano. Una frase contro il governo diventa istigazione terroristica, un canale Telegram diventa il presunto centro di un’organizzazione sovversiva, un ricercatore diventa un pericolo per la sicurezza nazionale. Quando un giudice esamina gli atti e non trova gli elementi necessari per convalidare il fermo, è il giudice a essere indicato come un problema.
La vera minaccia è un potere che non accetta limiti
La vicenda assume una gravità ulteriore perché l’attacco alla magistrata non è un episodio isolato. Si colloca dentro una concezione delle istituzioni nella quale ogni potere autonomo viene progressivamente rappresentato come un ostacolo alla volontà dell’esecutivo. Le garanzie costituzionali diventano intralci, il controllo giurisdizionale una forma di sabotaggio, il dissenso politico una minaccia alla sicurezza.
Non è necessario abolire formalmente le libertà per svuotarle di significato. È sufficiente renderne sempre più costoso l’esercizio, moltiplicare i rischi giudiziari per chi protesta, utilizzare la custodia cautelare come strumento di pressione e costruire un clima nel quale ogni decisione favorevole agli indagati venga presentata come una sconfitta dello Stato.
In questa prospettiva, le oltre cento ore trascorse da Siher in detenzione non sono un dettaglio. Sono il segno concreto di ciò che può accadere quando l’eccezione penale viene applicata alla partecipazione politica. La sua liberazione interrompe quella privazione della libertà, ma non cancella le conseguenze personali, sociali e pubbliche dell’accusa di terrorismo.
E non cancella soprattutto la responsabilità politica di chi, invece di rispettare una decisione giudiziaria, ha scelto di alimentare una campagna di delegittimazione contro la magistrata che l’ha pronunciata.
La presidente del Consiglio sostiene di voler difendere la «gente perbene». Ma la Costituzione non distingue tra cittadini perbene e cittadini sospetti, tra manifestanti graditi e manifestanti sgraditi, tra persone meritevoli di garanzie e persone che possono esserne private perché esprimono idee radicali. Le libertà costituzionali esistono precisamente per impedire che sia il governo a decidere chi merita di esercitarle.
La giudice Tiziana Landoni non ha mortificato il lavoro delle forze dell’ordine. Ha esercitato una funzione prevista dall’ordinamento costituzionale, verificando se esistessero i presupposti giuridici per mantenere un cittadino privato della libertà personale. È questa la differenza tra uno Stato di diritto e uno Stato nel quale le decisioni degli apparati repressivi diventano incontestabili.
Per questo l’attacco di Meloni non può essere liquidato come l’ennesima polemica contro la magistratura. È un messaggio rivolto all’intero sistema istituzionale: chi non condivide la linea sicuritaria del governo rischia di essere indicato pubblicamente come responsabile dell’insicurezza del Paese.
Ed è anche un messaggio rivolto alle piazze: la protesta sociale sarà trattata come una minaccia, la radicalità politica potrà essere associata al terrorismo e chi contesterà questa impostazione verrà accusato di ostacolare la difesa dei cittadini.
Ma il caso Siher mostra anche che questa costruzione può essere smontata. Le parole non diventano automaticamente reati perché sono sgradite al governo. Le accuse non diventano prove perché vengono ripetute dai media. E un fermo non diventa legittimo soltanto perché viene rivendicato dalla presidente del Consiglio.
La solidarietà con Youssef Siher, con le giovani generazioni che si mobilitano e con chi subisce la criminalizzazione del dissenso non può essere separata dalla denuncia di questa deriva autoritaria. Non si tratta di difendere astrattamente l’indipendenza della magistratura, ma di contrastare un progetto politico che vuole subordinare il diritto alle esigenze dell’ordine pubblico e trasformare la protesta sociale in un problema da risolvere attraverso la punizione.
La vicenda Siher lascia una questione che nessuna campagna mediatica può cancellare: un uomo è stato rinchiuso per oltre cento ore con accuse di terrorismo che non hanno superato il vaglio del giudice. E quando quel giudice ha applicato le garanzie previste dalla legge, il governo ha reagito come se fosse stato commesso un abuso. Non è la scarcerazione di Youssef Siher a rappresentare un pericolo per la democrazia. È la pretesa di Giorgia Meloni di trasformare la volontà del governo in misura della legalità, la repressione in risposta al conflitto sociale e l’indipendenza della magistratura in un ostacolo da abbattere.
29/10/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/










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