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Indietro non si torna: ma come?

La pandemia continua. L’epidemia in Europa pure. I virologi, ormai considerati, i “portatori di sventura” dicono che non finirà presto e bisognerà convivere con la presenza del nuovo virus. Siamo all’endemia, dunque.
Vivere nell’eterno timore, come vissero i nostri antenati per secoli dopo la peste nera del 1347, con il persistente pericolo di esplosioni di focolai pestilenziali in giro per l’Italia e per l’Europa, da un momento all’altro, da un paese all’altro.

Ammetto di essere stato troppo ottimista nell’articolo precedente.
Certo il coronavirus è portatore di cambiamenti. Nel sistema economico, ma anche in quello sociale. E non è tutto in bene o, almeno, non è scontato che lo sia.
Dipende anche da noi, dalle nostre scelte di esseri umani.

Pensiamo al sistema economico. Le prime azioni europee sono state positive, hanno abbattuto i parametri di Maastricht (vincoli di bilancio e spesa degli stati membri) per finanziare la prima emergenza. Poi i dirigenti di Bruxelles si sono fermati attoniti, a guardare. E gli stati hanno iniziato a litigare, volendo preservare gli uni le vecchie gerarchie, ricordando gli altri che senza di loro l’Europa sarebbe morta.
Come finanziare l’emergenza sanitaria e l’emergenza economica e sociale che gli si approssima?
Con soldi a interessi zero o con bassi interessi e vincoli pesanti sul lungo medio termine?
Ovvero: ti aiuto veramente o ti aiuto e poi ti ammazzo?

Di fronte al nuovo che avanza gli uomini reagiscono solitamente usando occhiali vecchi e sbagliano. Ma da quegli sbagli hanno modo di imparare e dunque di fronte al riproporsi del nuovo reagiscono adeguatamente. Bisogna dare il tempo di reimparare.

Se non avessimo avuto la crisi finanziaria del 2008 e l’esempio greco, potremmo dire che siamo nel nuovo. Ma dal punto di vista economico non è così. I gruppi dirigenti di Bruxelles e dei diversi stati europei continuano a pensare come prima. Da neo liberisti, da tedeschi, italiani e francesi. I tedeschi pensano di pagare loro i debiti degli altri (quando con i prestiti alla Grecia ci hanno guadagnato in interessi per 20 anni), gli italiani si piangono sempre addosso pur di non mettere mano alla burocrazia e all’illegalità di casa propria (una delle cause del forte indebitamento), i francesi pensano sempre di farla franca per il rapporto privilegiato con la Germania e le rendite delle ex colonie… Basterebbe pensare che senza Europa, per semplici rapporti economici sviluppati senza dazi in questo dopoguerra, saremmo tutti più poveri.

Quando si chiede più Europa si pensa a questo, ma soprattutto si pensa ad una politica economica diversa che investa senza resa nell’emergenza, programmando un piano Marshall da dopoguerra che sia in grado di scongiurare il panorama di miseria che si approssima, cancellando le disuguaglianze e le povertà ereditate dal passato.

O c’è il cambio di paradigma o si muore.

E già il fatto che il governo in carica abbia fatto due manovre economiche pesanti (il Cura Italia e il Salva imprese) con pochi soldi in cassa la dice lunga sullo scenario.
In mancanza di soldi in gran quantità dall’Unione Europea

non siamo in grado di mantenere ancora a lungo la clausura nazionale giustamente richiesta dai virologi in base all’andamento del contagio e delle mortalità. Già gli imprenditori, specialmente dei settori manifatturieri, stanno facendo pressing enormi per riaprire le fabbriche del Nord. Con il rischio di espandere a tutta l’Italia settentrionale il negativo modello bergamasco.
Ma in carenza di soldi, domani saranno i lavoratori a chiedere di rientrare per non morire di fame.

Altro dato fondamentale è che qualsiasi riapertura o “fase 2” sarà condizionata dal mantenimento del “distanziamento sociale”, e quindi mascherine, sicurezza sul lavoro e sui luoghi di pubblica frequentazione, DPI…
E’ ovvio se non ci sono soldi, la fase 2 rimarrà solo sulla carta. Se Ospedali, Scuole, Case di Cura, fabbriche, aziende non investiranno nel garantire veramente strumenti, mezzi, strutture adeguate non si riuscirà a rendere possibile il contenimento del covid-19, trasformando la fase 2 in un suicidio di massa.
Senza considerare che il mantenimento delle distanze sociali rallenta commercio, riduce servizi, deprime l’economia, riduce l’occupazione, ben oltre a questi due mesi di clausura.

Ormai si adombra una nuova crisi del ’29, per l’Italia si parla di una riduzione del PIL fino al 10% e di un aumento della disoccupazione di 5 milioni.
Ma non occorre guardare queste previsioni per capire le prospettive di miseria per tutti sono molto pesanti. Pensiamo a tutti coloro che hanno perso con questa crisi i lavori “in nero” nel settore del turismo o della ristorazione, agli stagisti, ai somministrati lasciati a casa, ai piccoli negozianti che non riapriranno, alle imprese che avevano già il fiato corto per assenza di liquidità prima della crisi.

Pensiamo a tutte quelle attività che non avranno una riapertura perché vivono di quei consumi cosiddetti superflui e ”non necessari” legati al circuito turistico o della cultura. E ricordiamo ancora come lo Stato a seguito delle mancate entrate andrà alla ricerca di altri soldi preparando a novembre una nuova manovra restrittiva. Da soli, senza Europa, saremo condannati a lottare contro miseria, contagi e paura.

Ma questo è un possibile scenario, se li lasciamo fare con passiva rassegnazione.

In queste settimane di lotta e resistenza abbiamo assistito comunque a un miracolo. Di fronte alle inadempienze nell’organizzazione dei servizi sanitari nell’emergenza di regioni come la Lombardia e Piemonte, della Protezione Civile, medici, infermieri, oss, personale ausiliario e dei

servizi dei diversi SSR hanno resistito in condizioni pesanti e penose di lavoro. Li hanno definiti “eroi” per lavarsi la coscienza dalle proprie incapacità o dalle proprie azioni criminali. Ma loro non si sono montati la testa, anzi hanno denunciato con tutta la propria forza quello che stava avvenendo negli ospedali, la mancanza di DPI, materiale, strumenti, la diffusa disorganizzazione.

E volontaristicamente si sono impegnati per cambiare, riorganizzare le vecchie strutture ospedaliere (inadatte ad ospitare dei moderni ospedali normali, men che meno dei reparti di infettivologia) in maniera da garantire la rigorosa separazione fra aree infettive (sporche) e aree non contaminabili (pulite).

In due o tre settimane abbiamo assistito a questa riorganizzazione che senza la collaborazione fra tutto il personale degli ospedali e dei SSR sarebbe stato impossibile.

Ebbene questa capacità di essere gruppo vasto, che sa essere anche gruppo corale di denuncia non dovrebbe andare diviso e disperso, soprattutto quando si parla, in prospettiva, di lunga lotta per la difesa della salute come bene comune e pubblico.

Lo stesso discorso vale per quanto avvenuto nelle fabbriche e nelle RSA. Abbiamo visto lavoratori e lavoratrici mobilitarsi, denunciare, fermarsi, scioperare per difendere la salute propria, dei colleghi e delle proprie famiglie e comunità contro l’indifferenza criminale delle loro aziende.

Mandati al lavoro senza mascherine o con DPI inadeguati, senza rispetto del distanziamento sociale, costretti a garantire dei servizi essenziali senza strumenti, sono riusciti a far arrivare la propria voce sui media, poi sui tavoli dei dirigenti regionali, poi del governo, infine su chi dovrebbe controllare e garantire la sicurezza sui posti di lavoro.
Oggi se la magistratura indaga in Piemonte e Lombardia sulla gestione delle RSA di queste regioni è grazie all’azione di denuncia di questi lavoratori. Lo stesso vale per l’indagine della Procura sulla gestione dell’emergenza nelle province di Bergamo e Brescia, dove troppe fabbriche sono state aperte senza garanzie per la sicurezza per i lavoratori.
E il Ministro degli Interni ha avviato l’ispezione su 65 mila aziende.

Ma, altrettanto, non si possono dimenticare quelle centinaia di migliaia militanti di base di associazioni Onlus, di carattere volontario, culturale, politico, sociale che si sono mobilitate in questi mesi a soccorre sostenere anziani, famiglie, disabili, senza fissa dimora, disoccupati, immigrati, rom che dimenticati anche da molte istituzioni sono state confortate e aiutate a rompere la solitudine.

Queste settimane ci hanno insegnato che c’è nel paese una realtà di società civile e lavoratori che resiste, una realtà sana che non si fa facilmente abbindolare dalle belle parole del potente di turno, in grado di combattere, denunciare e non farsi piegare.
E’ a questa parte dell’Italia che bisogna guardare, per trarre esempio e per iniziare a tentare di cambiare un paese malato, che va cambiato per avere il diritto a una vita più giusta, sana, degna e migliore per tutti. Il pane e le rose, diceva qualcuno..

Marco Prina

Articolo pubblicato sul numero di aprile del periodico Lavoro e Salute http://www.lavoroesalute.org/

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