Ingerenze e colpi di stato: l’enorme ipocrisia celata da certe narrazioni

I governi degli Stati Uniti, senza distinzione di colore politico, a partire dal 1945 in avanti, hanno fomentato una lunga serie di colpi di stato e interventi (militari e/o di intelligence) in diversi paesi sparsi per il mondo. Non occorre scomodare la famosa Dottrina Monroe, peraltro ulteriormente sviluppata dal presidente Theodore Roosevelt (lontano parente di Franklin Delano, capo di stato dal 1933 al 1945), per spiegare questo approccio, che oltre a confliggere apertamente coi principi della carta delle Nazioni Unite (citiamo solo quello della non ingerenza negli affari interni e dell’autodeterminazione dei popoli), smentisce apertamente qualunque ideale sovranista, reale o presunto, compresi quelli che operano in contesti a noi vicini.

L’idea che queste azioni, più o meno sotterranee, possano essere giustificate ricorrendo a slogan come la difesa della libertà o della democrazia sono argomentazioni buone per la propaganda di Goebbels, e che dovrebbero essere risparmiate quando ci si rivolge a persone con un minimo di coscienza e senso critico.

Non intendiamo ripercorrere la storia dei singoli episodi – peraltro arcinota per chiunque abbia voglia di approfondire – quanto dimostrare l’ipocrisia delle narrazioni che ci vengono costantemente propinate. Solo per fare qualche esempio, pensiamo ai recenti propositi, sbandierati da certa stampa, di portare libertà e democrazia in Iran: si ipotizza il ritorno al regime autocratico e repressivo dello Scià, che pure qualcuno voleva sostenere, lo stesso che nel 1953 sostenne l’azione dei servizi segreti statunitense e britannico (cosiddetta Operazione Ajax) che rovesciò il primo ministro, democraticamente eletto, Mohammad Mossadeq, “colpevole” di aver nazionalizzato l’industria del petrolio, danneggiando così non l’ordine internazionale basato sulle regole (Dio solo stabilite da chi), ma gli interessi di ristrette élite? O vogliamo parlare, a distanza di circa un anno da quei fatti, dell’operazione condotta nel “cortile di casa”, rivolta contro il presidente del Guatemala Jacobo Árbenz, “responsabile” di aver promosso una riforma agraria che minacciava gli interessi della United Fruit Company, e che fu prontamente rimpiazzato con un feroce regime militare, responsabile di repressioni di ogni tipo, ma assai “condiscendente” verso gli interessi di cui sopra? Né più e ne meno, lo stesso copione che avremmo rivisto in Cile del 1973, col presidente Salvador Allende rovesciato da un golpe fomentato dagli Stati Uniti, che avrebbe spalancato le porte a una delle più feroci dittature militari del Sudamerica, come del resto sarebbe avvenuto qualche anno dopo nell’Argentina dei desaperecidos.

Non sempre i piani sono riusciti, e questo è stato reso possibile dalla resistenza popolare, prima ancora che da quella dei presunti tiranni, definiti tali non certo perché non rispettosi dei principi democratici e  dei diritti umani (Gaza e Cisgiordania docet), ma semplicemente perché non disposti a svendere i proprio paesi (e cittadini) a interessi economici stranieri; i casi di Cuba o del Vietnam sono emblematici, fornendo un interessante paradigma, al di là di quello che si possa pensare del regime politico: il contrasto alle indebite ingerenze è possibile, ma richiede coraggio e sacrificio, quello che fa difetto a molte società (e classi dirigenti), a iniziare da molte di quelle occidentali.

Naturalmente potremmo ancora parlarvi di Libia, Iraq, Siria, Ucraina, Panama, Moldavia, Georgia, ma l’elenco sarebbe troppo lungo, e finiremmo per ripetere cose dette mille volte, e note a tutte, fuorché ai cantori di regime. Un dato, però, merita di essere citato, il costo umano di tali ingerenze: tra guerre e colpi di stato, stando ad alcune stime, la strategia targata USA è costata, dal 1945 ad oggi, tra i tra i 20 e i 30 milioni di morti, naturalmente senza considerare dolori e sofferenze di ogni tipo che hanno causato enormi sacrifici a un numero ancora maggiore di persone.

Per ripercorrere questa lunga scia di sangue e morte possiamo consigliarvi la lettura del saggio Le guerre illegali della NATO (leggi USA, NdA), dello storico svizzero Daniele Ganser, ma quel che più ci preme sottolineare, a costo di essere monotoni, è l’enorme ipocrisia di coloro che ancora oggi – pensiamo allo scenario ucraino, a quello mediorientale o a quel che sta avvenendo (e potrebbe accadere) in Sudamerica – cercano di celare biechi interessi strategici o economici con lotte per la libertà e la democrazia (o magari al narcotraffico).

Qui delle due l’una. O accettiamo un mondo basato sulle sfere d’influenza del quale ha parlato tante volte il professor Jeffrey Sachs, o semplicemente la smettiamo di raccontarci panzane. In tal senso, si possono muovere infinite critiche al presidente Donald Trump, ma forse ce n’è una che egli non merita: l’ipocrisia che ha contraddistinto molti dei suoi (pure blasonati) predecessori. Quell’ipocrisia, condita da finto perbenismo, che contraddistingue diversi storici, analisti o giornalisti (o presunti tali), che insistono nel difendere narrazioni, prive di ogni fondamento, col malcelato obiettivo di conservare l’obolo, fatto di piccoli privilegi o posizioni di favore, che il sistema garantisce ai servi più solerti.

Inutile aggiungere che lo stesso discorso, solo elevato all’ennesima potenza, potrebbe farsi per la politica. Magari precisando che, ammesso e non concesso che esista una “terribile e pericolosa propaganda russa”, cruccio e delizia di diversi personaggi, noi viviamo in un contesto nel quale è di gran lunga più pervasiva un’altra propaganda, ed è quella che arriva dall’altra parte dell’Oceano (e da oltre Manica), che gode di mezzi e appoggi assai più importanti, che ne garantiscono la diffusione e il radicamento nelle menti degli ignari (magari in buona fede) destinatari.

Post-scriptum: messaggio rivolto a tutti coloro che suggeriscono costantemente ai critici di trasferirsi in altri lidi. Il suggerimento sarebbe quello di adoperarsi per migliorare la realtà nella quale viviamo, piuttosto che ergersi a difensori di narrazioni che presentano diverse (e inquietanti) similitudini con quelle oggetto dei loro strali. In tal senso, provare (goffamente) a tacitare chi glielo fa notare può essere solo frutto di servilismo e cecità, per non dire sintomatico di scarso acume e lungimiranza.

Paolo Arigotti

11/11/2025 https://www.lafionda.org/

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