Insorgiamo per il diritto allo studio

Partiamo dal principio. Martedì 25 ottobre, nell’aula XIII della facoltà di Scienze Politiche della Sapienza, si è tenuta una conferenza sul cosiddetto capitalismo buono, dal titolo «il profilo nascosto del sistema». A organizzare l’evento Azione Universitaria (Au), associazione studentesca di estrema destra che fino al 1996 portava il nome Fronte universitario d’azione nazionale, sezione giovanile del Movimento sociale italiano e dal 2014 di Fratelli d’Italia. A parlare erano stati invitati Daniele Capezzone, ex portavoce di Forza Italia e de Il Popolo della Libertà, e Fabio Roscani, presidente di Gioventù nazionale e deputato di Fdi dal 13 ottobre scorso.

Contemporaneamente il collettivo di Scienze Politiche ha organizzato un presidio pacifico – nel cortile di una facoltà blindata – per contestare da un lato l’idea che possa esistere un capitalismo buono e dall’altro la presenza di personaggi che, direttamente o indirettamente, si pongono in linea con le posizioni di estrema destra espresse dal governo Meloni, a cui, quella stessa mattina, si stava votando la fiducia alla Camera.Una manifestazione di dissenso non esclusivamente rivolta all’iniziativa organizzata da Au, ma anche al governo stesso, e in generale a una classe dirigente che da sempre si è posta a garanzia delle distorsioni della società in cui viviamo.

La risposta ricevuta dallə studentə in protesta è stata la violenza istituzionalizzata da parte della celere. Manganelli da una parte, parole di dissenso pacifico dall’altra. Inutile ribadire l’ingiustizia che tale abuso di potere rappresenta, nonché la gravità di ritrovarsi la polizia in tenuta antisommossa all’interno del nostro ateneo. La contestazione non si è interrotta e in maniera spontanea è nato un corteo che è finito sotto il rettorato. Si chiedevano risposte alla rettrice, Antonella Polimeni, che tuttavia ha rifiutato il confronto per poi esprimere, nei giorni successivi, una generica condanna alla violenza. 

La reazione studentesca non è tardata ad arrivare: giovedì 27 ottobre è stata convocata un’assemblea pubblica che ha visto la partecipazione di circa duemila persone. «Vostro il governo, nostra la rabbia», queste le parole chiave della mobilitazione, in cui è stata ribadita la necessità di lottare contro la normalizzazione dell’impiego delle forze dell’ordine nelle proteste studentesche e contro le posizioni dell’estrema destra.

L’assemblea si è poi spontaneamente trasformata in un’occupazione della facoltà che si è conclusa il giorno successivo con un’altra assemblea, il cui obiettivo è stato quello di avviare un processo di immaginazione collettiva per cominciare a costruire un modello alternativo di università, a partire dalla manifestazione di oggi, 4 novembre, dentro la Città universitaria.

Il dissenso pacifico che fa paura

In questi giorni la Sapienza spesso ha parlato di imparzialità politica, sostenendo la necessità di avere sempre il cosiddetto «contraddittorio» durante iniziative politicamente connotate. Con lo stesso criterio l’anno scorso l’iniziativa di presentazione del rapporto Amnesty sulla Palestina fu impedita proprio perché mancava la controparte israeliana. O ancora, qualche giorno prima della conferenza organizzata da Au, è stato impedito un incontro studentesco sul Kurdistan perché manchevole della controparte turca. Eppure, rispetto all’evento organizzato da Au, la cui connotazione politica era chiara ed esplicita, non è stata richiesta alcuna controparte. 

Viene da chiedersi perché se a parlare sono esponenti di un governo di estrema destra non si senta la necessità del «contraddittorio», mentre se a esprimersi sono altre visioni politiche, in contrasto con lo status quo, tale espressione sia subordinata alla presenza della controparte. Inoltre, ci si deve interrogare sul concetto stesso di imparzialità politica dell’istituzione universitaria. Le prese di posizione della governance della Sapienza non sono imparziali, come ben dimostrano gli auguri che la rettrice Polimeni ha espresso per l’insediamento al governo di Giorgia Meloni, o gli inviti che l’università rivolge a chi rivendica posizioni antiabortiste, o ancora gli accordi che la stessa università stringe con enti che rappresentano i pilastri di un sistema basato sullo sfruttamento e l’oppressione.

Si palesa così il rischio che – strumentalizzando l’etichetta dell’imparzialità politica e della democraticità – vengano avallati tutti i processi di normalizzazione dell’anti-democrazia. Come antidemocratico è il recente decreto «anti-rave» promosso, a pochi giorni dall’occupazione, dall’esecutivo appena insediato. Decreto legge estremamente vago che non specifica mai il fatto che si tratti di raduni musicali e che nei fatti agevola la repressione del dissenso e di qualsiasi forma di conflittualità sociale, dalle manifestazioni alle occupazioni con più di cinquanta persone di terreni o edifici altrui, pubblici o privati. E le pene sono sproporzionate: la reclusione dai tre ai sei anni o una multa dai 1.000 ai 10.000 euro. 

Precariə in formazione

La celere dentro il nostro ateneo è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Durante le assemblee nella facoltà occupata, i discorsi puntano da subito il dito contro un’università e un intero sistema che fanno acqua da tutte le parti. Più che studentə siamo precariə in formazionein un’università che nel corso di questi anni si è allineata sempre più alle esigenze del mondo del lavoro, subendo ingenti tagli e diventando l’ennesima infrastruttura pubblica che viene smantellata. L’Anvur parla di un taglio agli investimenti del 22% al sistema universitario rispetto al 2009, questo fa dell’università il settore pubblico la cui spesa è stata tagliata più pesantemente.

E per bilanciare i continui tagli ai finanziamenti pubblici, l’università accoglie sempre più fondi da aziende e multinazionali. Nel bel mezzo di una crisi climatica e sociale e con una guerra in Europa studiamo all’interno di un’istituzione che si poggia su investimenti di aziende come Eni e Leonardo –  protagoniste di devastazione ambientale e guerre – che acquisiscono così il potere di influenzare i nostri studi e la nostra ricerca.

L’obiettivo dell’università che viviamo è quello di aumentare i profitti piuttosto che il benessere della collettività. Lə studentə sono lasciatə a sé stessə con i propri libri e con spazi di socialità e confronto insufficienti. Viviamo nell’ansia di seguire i ritmi imposti dalle sessioni di esame per ottenere una delle pochissime borse di studio esistenti o per non risultare fuoricorso e dover pagare tasse ancora più ingenti di quelle che dobbiamo pagare normalmente – che già sono tra le più elevate in Europa. Tutto questo ha effetti sempre più evidenti e diffusi sulla nostra salute mentale.

La competizione e la retorica della meritocrazia sono le uniche interazioni incentivate all’interno della componente studentesca, retorica necessaria a legittimare la strutturale mancanza di fondi per il diritto allo studio. Ne è la dimostrazione la prima mossa del nuovo governo nella denominazione del ministero dell’istruzione con una nuova formula che aggiunge il merito come valore fondante della nostra formazione, «valore» che si traduce nella cristallizzazione delle disuguaglianze sociali.

Questo processo arriva da lontano. Già nella riforma Ruberti del ‘90  l’autonomia organizzativa e finanziaria cambiò strutturalmente la nostra università. I movimenti del ‘68 e del ‘77 ormai avevano perso, ed era passato abbastanza tempo per riprendere una delle loro prime rivendicazioni, quella dell’autonomia delle università, per rovesciarla in senso neoliberista. Gli investimenti dello stato non bastavano più alle università, che furono così spinte ad agire come aziende, muovendosi nel mondo degli investimenti privati per procacciarsi i fondi necessari. Un processo che non passò inosservato e portò al movimento della Pantera. 

Alle nostre orecchie suona più familiare la riforma Gelmini, tra le ultime aberrazioni della politica in merito all’istruzione. Ed ecco che per mettere una toppa alle insufficienze che questa riforma ha prodotto, a luglio si sono trovati nel mirino dell’ottimizzazione ricercatori e ricercatrici. Passata quasi inosservata come decreto d’urgenza, la riforma si dichiara a contrasto del precariato, ma ancora una volta la direzione sembra proprio inversa. Per attivare un assegno annuale la copertura del contratto quasi raddoppia, sembrerebbe una vittoria per la categoria. Ancora una volta però l’università viene lasciata a sé stessa, la riforma è a costo zero e dipende dai fondi che gli stessi atenei riescono a stanziare. Quello che si prospetta è un’espulsione di massa di ricercatori e ricercatrici dal sistema universitario (circa 7 mila sui 15 totali). Una toppa su una voragine che si allarga a dimensioni impensabili solo per qualche generazione fa.

Se saremo movimento

La mobilitazione dell’ultima settimana ha riacceso la discussione intorno a questa voragine e riportato al centro del dibattito pubblico la Sapienza, storicamente fucina ed epicentro dei movimenti studenteschi. Se saremo movimento lo vedremo nelle prossime settimane. Quello che è evidente già da ora è come questa mobilitazione abbia fatto emergere il desiderio e il bisogno di prendere parola di una generazione che ha vissuto gli ultimi anni di vita universitaria di fronte allo schermo di un computer.

Il periodo di crisi – climatica, post pandemica, sociale, esistenziale – che stiamo vivendo sembra aver interrotto il processo di passiva accettazione delle nostre condizioni di precarietà e aperto uno spiraglio in cui immaginare e pretendere un’alternativa che sembra sempre più necessaria.

Lo hanno dimostrato, negli ultimi anni, le manifestazioni transfemministe di Non una di meno e gli scioperi ecologisti di Fridays for Future che hanno visto principalmente il protagonismo di giovani e giovanissimə. In ambito studentesco i germogli di questo risveglio si possono trovare nelle occupazioni dei licei del movimento La lupa e, in Sapienza, nella nascita a cascata nell’ultimo anno di nuovi collettivi studenteschi di facoltà. Sintomi di come questa settimana sia il primo risultato di un processo, non un episodio isolato.

Un’altra università

«Un’altra università», recitava lo striscione appeso all’ingresso di Scienze Politiche. L’università alternativa a quella esistente deve ricominciare a essere realmente pubblica e con un finanziamento statale adeguato. L’università, come gli altri luoghi di formazione, deve rispondere ai bisogni reali dellə studentə e ai loro tempi di vita e di studio. Serve un’università accessibile, senza tasse esorbitanti; con più aiuti e sostegni per consentire pari diritto allo studio; con spazi di studio, aggregazione autogestiti dalla componente studentesca; distante da privatizzazioni e meccanismi di precarizzazione. 

L’università deve farsi motore innovativo del presente, promotrice di una cultura critica e luogo di costruzione di una società libera e giusta, aperta e includente. Deve essere un’università antifascista, che non legittimi e non riproduca le strutture e le distorsioni del capitalismo e che sia aperta alla decostruzione del sapere dominante. Un’università demilitarizzata, senza forze dell’ordine nelle nostre aule. Un’università transfemminista in cui ci sia libertà di esprimersi, di non subire violenza, di aver garantito un Centro anti violenza che funzioni e la possibilità di accedere alle carriere alias. Un’università che abbia cura del benessere psicologico della componente studentesca e che promuova uno spirito cooperativo e solidale.

Di fronte all’attuale fase storica, l’università dovrebbe essere uno strumento fondamentale per immaginare la gestione e il superamento delle crisi in corso.

Per questo, per altro, per tutto

«Non dipende tutto da noi ma dipende da noi tutti», sostiene da tempo la vertenza di una fabbrica a Campo Bisenzio che si lega con un filo rosso alle mobilitazioni in Sapienza. Giovedì notte, al calare dello striscione «Scienze Politiche Occupata», il coro del Collettivo di fabbrica di Gkn ha risuonato nel cortile della facoltà. 

Dopo il licenziamento via mail e la chiusura dello stabilimento del 9 luglio 2021, la più importante vertenza operaia degli ultimi anni ha avuto la capacità di rompere il silenzio. Con il motto della resistenza fiorentina – «Insorgiamo» – hanno lanciato le prime mobilitazioni ma ben presto è stato chiaro che «qualsiasi vittoria parziale può essere facilmente riassorbita e neutralizzata». I lavoratori e le lavoratrici del Collettivo di fabbrica hanno avuto un’intuizione, hanno aperto la prima persona plurale del loro insorgere a collettivi, movimenti e reti politiche, sociali, ambientaliste riconoscendo che per trasformare l’esistente è necessario che le lotte convergano per cambiare i rapporti di forza in cui siamo. 

A marzo, due giornate di mobilitazioni convergenti – lo Sciopero globale del 25 marzo per la giustizia climatica di Fridays for Future e la Mobilitazione nazionale «Insorgiamo» del 26 marzo a Firenze – che hanno sfidato ogni tentativo di contrapporre questione sociale e questione ambientale. Quest’estate è stata la volta della dichiarazione congiunta del Collettivo di Fabbrica Gkn e degli Stati Genderali lgbtqia+ & Disability che ha posto al centro lo sfruttamento e l’oppressione che vivono le soggettività non conformi nella quotidianità lavorativa. Lo scorso 22 ottobre, la convergenza ha attraversato in corteo Bologna contro le grandi opere e per diritti, ambiente, salute, spazi pubblici e comuni. E il prossimo 5 novembre, il sud insorge con il corteo a Napoli organizzato insieme al movimento Disoccupati 7 novembre.

È tempo che anche l’università e l’intero mondo della formazione entrino in questo processo. Negli ultimi decenni, l’università ha dimenticato e delegittimato il suo ruolo di motore del progresso politico e sociale. Eppure si inserisce all’interno di un sistema che ne determina la natura e le finalità. Se l’università non è il polo di costruzione del sapere ma uno strumento al servizio delle imprese è perché questo è quello che il mercato richiede al mondo della formazione, lo stesso mercato che impone la delocalizzazione e i licenziamenti in una fabbrica funzionante come Gkn. Immaginare un’università alternativa è possibile se siamo consapevoli della necessità di inserire la nostra proposta in un processo di trasformazione complessivo.

Per questo, per altro, per tutto. La Sapienza che insorge in questi giorni per il diritto allo studio e per «un’altra università» è solo il primo passo.

Martina Alessio, studentessa di Scienze Politiche, è attivista del Collettivo di Scienze Politiche. Thomas Lemaire, studente di Filosofia, è attivista del Collettivo di Villa Mirafiori. Emily Zendri, studentessa di Filologia moderna, è attivista del Collettivo di Lettere.

4/11/2022 https://jacobinitalia.it

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