Intelligenza Artificiale, guerra reale

di Mario Lombardo

L’intelligenza artificiale ha sfiorato l’inizio di una guerra tra Stati Uniti e Cina. Non è il soggetto di un film di fantascienza, ma quanto emerge da un’esclusiva pubblicata nei giorni scorsi dalla CNN, secondo cui il Pentagono ha preparato un’operazione militare contro una nave cinese sulla base di un rapporto d’intelligence completamente falso, generato con l’aiuto di un “chatbot”. Solo una verifica dell’ultimo minuto ha impedito che militari americani abbordassero con la forza un’imbarcazione di Pechino nel pieno della guerra contro l’Iran. Un’eventualità che, se portata a termine, avrebbe avuto conseguenze potenzialmente incalcolabili.

L’episodio è molto più di un incidente tecnico, perché rivela il livello di irresponsabilità con cui Washington sta integrando sistemi di AI nelle decisioni militari e nell’elaborazione delle informazioni di intelligence, in una fase storica in cui il confronto strategico con la Cina viene presentato come la priorità assoluta della politica estera americana. La corsa del Pentagono verso una guerra “AI-first” non promette maggiore sicurezza, ma aumenta esponenzialmente il rischio di errori catastrofici.

Secondo la ricostruzione della CNN, tutto è iniziato la scorsa primavera, mentre gli Stati Uniti erano impegnati nell’aggressione militare contro l’Iran. Un rapporto d’intelligence diffuso all’interno delle forze armate sosteneva che una nave cinese in navigazione in Medio Oriente stesse trasportando componenti destinati a un programma nucleare militare. La notizia ha immediatamente fatto scattare l’allarme ai vertici militari statunitensi. Il Pentagono aveva così predisposto un’operazione di intercettazione. Fonti citate dalla CNN parlano di militari armati già pronti a salire a bordo dell’imbarcazione e di velivoli decollati per supportare la missione. Solo poco prima dell’abbordaggio qualcuno ha deciso di approfondire il dossier, scoprendo che il rapporto era stato elaborato da un analista delle forze speciali con l’assistenza di un chatbot di intelligenza artificiale.

La conclusione è stata a dir poco allarmante. Il sistema aveva identificato erroneamente il carico della nave, combinando informazioni provenienti da fonti aperte con dati riservati di intelligence elettronica e inventando di fatto il collegamento con un programma nucleare. Il rapporto era stato poi impaginato con la stessa AI nel formato standard utilizzato dall’intelligence americana e distribuito come documento ufficiale. Una delle fonti della CNN ha definito quel rapporto “interamente falso”, per poi aggiungere che “ha quasi iniziato una guerra”.

L’aspetto forse più inquietante è che nessuno sembra sapere con precisione quale software sia stato utilizzato. Potrebbe trattarsi di un prodotto commerciale adattato all’uso governativo oppure di uno strumento sviluppato internamente. Un ex alto funzionario americano ha spiegato che molti sistemi utilizzati da intelligence e Pentagono sono sostanzialmente copie dei chatbot commerciali “con un po’ di trucco sopra”. Cambiano l’interfaccia e il livello di classificazione dei dati, non necessariamente l’affidabilità del modello.

L’incidente mette dunque in luce il caos che accompagna la rapida militarizzazione dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti. A gennaio il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha lanciato la strategia di accelerazione dell’AI del Pentagono, annunciando l’obiettivo di trasformare le forze armate americane nella prima potenza militare “AI-first”. Il piano punta a mettere strumenti di intelligenza artificiale nelle mani di milioni di dipendenti civili e militari, con applicazioni che vanno dalla logistica alla gestione delle catene di approvvigionamento fino all’analisi dell’intelligence e alla selezione dei bersagli.

Il problema, come emerge dalla stessa inchiesta della CNN, è che questa espansione procede senza standard unificati. Ogni comando utilizza strumenti diversi, con procedure differenti e livelli di sicurezza non omogenei. Non esiste un sistema unico di verifica delle informazioni generate dall’AI prima che vengano trasformate in rapporti operativi. In altre parole, un’allucinazione di un chatbot può entrare nella catena decisionale militare e arrivare fino alla pianificazione di un’azione armata. È precisamente questo il rischio che molti analisti denunciavano da tempo. L’AI non decide da sola, ma accelera enormemente il processo decisionale umano. Come ha sintetizzato una delle fonti citate dalla CNN, “l’intelligenza artificiale ti permette di arrivare più velocemente a una cattiva idea”. In un contesto di guerra, dove ogni minuto conta e la pressione per produrre intelligence rapidamente è enorme, la tentazione di fidarsi del risultato prodotto da un algoritmo cresce inevitabilmente.

L’episodio assume un significato ancora più grave se inserito nella rivalità strategica tra Washington e Pechino. Gli Stati Uniti considerano ormai apertamente la Cina come la principale minacci alla propria egemonia globale. Da anni rafforzano la presenza militare nell’area “Indo-Pacifico”, moltiplicano le esercitazioni navali nel Mar Cinese Meridionale e costruiscono nuove alleanze militari nella regione. Parallelamente conducono una guerra economica fatta di dazi, restrizioni tecnologiche e blocchi all’export dei semiconduttori più avanzati.

In questo clima di tensione permanente, un abbordaggio di una nave cinese in Medio Oriente avrebbe potuto essere interpretato da Pechino come un’aggressione militare diretta. Il fatto che l’operazione sia stata presa in considerazione prima ancora di verificare la fondatezza del rapporto dimostra quanto sottile sia ormai il confine tra competizione strategica e incidente capace di degenerare in uno scontro tra due potenze nucleari.

L’incidente arriva mentre il Pentagono è impegnato in una battaglia legale contro Anthropic, una delle principali aziende americane di AI. La società aveva rifiutato di eliminare alcune protezioni interne del modello Claude che impediscono l’utilizzo in sistemi d’arma autonomi e programmi di sorveglianza di massa, sostenendo che il software non è sufficientemente affidabile per questi impieghi. Il Dipartimento della Difesa aveva reagito bloccando i prodotti Anthropic, salvo essere successivamente sconfessato da un giudice federale. La vicenda mostra quanto forte sia la pressione dell’apparato militare per rimuovere qualsiasi limite all’impiego operativo dell’AI.

Il nodo centrale riguarda soprattutto la selezione degli obiettivi da colpire. Qui l’intelligenza artificiale viene utilizzata per analizzare enormi quantità di dati, identificare bersagli e suggerire armi e modalità di attacco. È esattamente il settore in cui un errore produce morti immediate. La tesi secondo cui l’AI ridurrebbe le vittime civili è totalmente insostenibile. Al contrario, l’esperienza recente suggerisce esattamente il contrario.

Durante la guerra contro l’Iran, gli Stati Uniti hanno utilizzato sistemi basati sull’intelligenza artificiale per accelerare la scelta dei bersagli. Nel genocidio palestinese a Gaza, Israele ha impiegato piattaforme come Lavender e altri strumenti di identificazione automatica sviluppati anche grazie alla collaborazione con aziende americane come Palantir. Il risultato non è stato una diminuzione delle vittime civili, ma un’espansione senza precedenti del numero di obiettivi da colpire e, di conseguenza, dei morti.

L’AI, inoltre, non stabilisce autonomamente le regole di ingaggio. Riceve parametri decisi dagli esseri umani. Se un comando militare considera accettabile uccidere un certo numero di civili per eliminare un sospetto combattente, sarà l’algoritmo a ottimizzare quella scelta, non a metterla in discussione. L’automazione, quindi, non elimina i crimini di guerra: rischia semmai di renderli più rapidi, più estesi e più difficili da attribuire a responsabilità individuali.

Il caso della nave cinese dimostra infine un’altra verità spesso ignorata. Il pericolo non è un’intelligenza artificiale che “si ribella” all’uomo, come racconta molta retorica della Silicon Valley. Il rischio immediato è piuttosto un sistema politico e militare che delega a strumenti opachi decisioni sempre più importanti senza adeguati controlli, in un contesto internazionale attraversato da guerre simultanee e dalla competizione tra potenze nucleari.

L’episodio rivelato dalla CNN avrebbe dovuto provocare un dibattito globale sulla militarizzazione dell’intelligenza artificiale. Invece conferma la direzione opposta ormai intrapresa: Washington accelera l’integrazione dell’AI ad ogni livello della macchina militare proprio mentre cresce il confronto con la Cina e continuano le guerre in Medio Oriente e in Europa. Se un chatbot ha potuto inventare il contenuto di un carico e portare il Pentagono a un passo dall’abbordaggio di una nave cinese, è difficile immaginare un avvertimento più chiaro. La tecnologia che viene presentata come strumento per rendere la guerra “più intelligente” rischia in realtà di renderla molto più vicina, molto più automatica e infinitamente più pericolosa.

23/9/2026 https://altrenotizie.org/

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