Intermittenze tra vita e lavoro. “Come un paesaggio. Pensieri e pratiche tra lavoro e non lavoro”, un volume collettivo per Iacobelli editore

È un libro col­let­tivo, poli­fo­nico e dis­so­nante, que­sto Come un pae­sag­gio. Pen­sieri e pra­ti­che tra lavoro e non lavoro, curato da San­dra Bur­chi e Teresa Di Mar­tino (Iaco­belli edi­tore, p. 225, euro 14,90). Col­let­tivo e poli­fo­nico per­ché pre­senta quasi una ven­tina di inter­venti di ricer­ca­trici, stu­diose, atti­vi­ste, fem­mi­ni­ste intorno al nodo lavoro/non lavoro. Si parte con Carole Pate­man e si giunge al col­let­tivo romano Diver­sa­mente occu­pate, per pren­dere i due saggi di aper­tura e chiu­sura. Dis­so­nante per­ché si situa volu­ta­mente fuori dal coro della reto­rica lavo­ri­sta e fami­li­sta che inquina l’aria del discorso pub­blico appena si comin­cia a par­lare di lavoro e della sua man­canza. Soprat­tutto dinanzi al recente Decreto Poletti-Renzi di defi­ni­tiva pre­ca­riz­za­zione delle forme del lavoro e in attesa della legge delega sul Job­sAct.

Impos­si­bile ripor­tare la ric­chezza di ana­lisi, rifles­sioni e pro­po­ste squa­der­nata nelle tre parti in cui si divide il libro. Come dicono le cura­trici, l’intento è quello di «con­si­de­rare la posi­zione di una donna come la posi­zione da cui pen­sare una giu­sti­zia per tutti, ovvero le forme delle rela­zioni pen­sate su grande scala». Andando quindi oltre i tra­di­zio­nali modi di inten­dere e pra­ti­care cit­ta­di­nanza, denaro, spa­zio pub­blico e par­tendo dall’esperienza pre­sente, delle vite di donne «che par­lano da una posi­zione incar­nata». È la lezione irri­du­ci­bile del fem­mi­ni­smo, che vuole «cono­scere e inter­ve­nire sulle insuf­fi­cienze dei momenti più alti della tra­di­zione maschile», per citare Carla Lonzi, ricor­data da Fede­rica Giar­dini nella pre­fa­zione a que­sto libro. Con la con­sa­pe­vo­lezza di disin­ne­scare luo­ghi comuni, per inda­gare pra­ti­che, espe­rienze, rela­zioni e con­flitti capaci di gene­rare anche diritti.

E allora, un filo con­dut­tore potente, che accom­pa­gna molti inter­venti, è la riven­di­ca­zione con­creta e al con­tempo radi­cale, per­ché va alla radice delle con­di­zioni di vita, di un red­dito di base. «Il diritto al red­dito di base è ana­logo al diritto di voto – un diritto demo­cra­tico di tutti i cit­ta­dini», afferma ine­qui­vo­ca­bil­mente Carole Pate­man, a ven­ti­cin­que anni dal suo cele­bre Il con­tratto ses­suale (Edi­tori Riu­niti). Ina Prae­to­rious descrive il «red­dito di base incon­di­zio­nato» come pro­getto sociale, eco­no­mico ed esi­sten­ziale «post-patriarcale», citando alcune ini­zia­tive con­crete (tra Bra­sile, India, Nami­bia e Sviz­zera). Eleo­nora Forenza e Maria Pia Piz­zo­lante par­lano di red­dito di auto­de­ter­mi­na­zione. È l’affermazione di un con­creto diritto uni­ver­sale, frutto di un diritto vivente e pie­tra ango­lare di un nuovo Wel­fare, che non sia più ves­sa­to­rio, selet­tivo, buro­cra­tico, cor­po­ra­tivo e pater­na­li­sta. Una chiave di volta che per­metta di ripen­sare il «nodo cittadinanza/lavoro» nell’epoca della pre­ca­ria fles­si­bi­lità delle forme del lavoro e delle rela­zioni fami­liari (Ales­san­dra Gissi). Per­ché quel nodo è tutto da scar­di­nare. Andando oltre il dilemma pau­pe­ri­stico «cit­ta­di­nanza senza lavoro/lavoro senza cit­ta­di­nanza» (Anna Simone). Dinanzi a un lavoro che si man­gia la vita, quando si lavora a casa (Clau­dia Bruno e San­dra Bur­chi), e che con­fina tutte e tutti noi in un «equi­li­brio insta­bile tra tempi di lavoro e di vita» (Anna­lisa Murgia).

Siamo dinanzi a pro­spet­tive che nes­sun legi­sla­tore ha fino­sra assunto in que­sto impro­ba­bile tea­trino che è la poli­tica ita­liana. Eppure le autrici rifiu­tano qual­siasi ottica vit­ti­mi­stica e malin­co­nica. Piut­to­sto pen­sano un balzo in avanti, che fac­cia tesoro dei fili rossi di inin­ter­rotti pro­cessi di eman­ci­pa­zione. Per tenere insieme que­sto sforzo di imma­gi­na­zione costi­tuente il libro ci indica la pos­si­bi­lità di ripar­tire da «vec­chie e nuove pra­ti­che» (Elena Doria), come quelle di un mutua­li­smo che evo­chi le pos­si­bi­lità di auto­go­verno delle pro­prie esi­stenze sin­go­lari e in comune. Tor­nare a ripen­sare le ori­gini del quarto stato per rico­no­scersi nel quinto stato e nella sua urgenza di tute­lare il lavoro vivo e le vite oltre il lavoro. Per que­sto il libro verrà pre­sen­tato in dia­logo con gli autori, tra cui chi scrive, Il quinto stato (Ponte alle Gra­zie), alle ore 18 di oggi, al Tea­tro Valle Occu­pato di Roma.

Giuseppe Allegri

2.4.2014 www.ilmanifesto.it

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