Intrappolate nella povertà


Intrappolate tra carichi di cura familiari e un mercato del lavoro che le svalorizza in termini di tempi e di salari, le donne in Italia sono ancora a maggiore rischio di povertà individuale. Un’analisi a partire dai dati più recenti

In Italia nel 2024 la percentuale di donne working poor è stata dell’8,3%, decisamente inferiore all’11,7% registrato tra gli uomini. Numeri che, a prima vista, sembrerebbero offrire un segnale positivo sul fronte delle disuguaglianze di genere. 

Ma è davvero una buona notizia?

In un nostro recente lavoro pubblicato nel volume collettaneo Lavoro e salari in Italia. Cambiamenti nell’occupazione, precarierà, impoverimento (Carrocci, 2025), abbiamo analizzato cosa si cela dietro questi numeri e dimostrato come una apparente buona notizia nasconda i soliti, risaputi e irrisolti problemi.

La prima spiegazione della maggior incidenza della tra gli uomini sta nella definizione stessa di working poor. Si definisce lavoratore o lavoratrice povera una persona che ha due caratteristiche: ha un’occupazione e vive in una famiglia con un reddito annuo totale (da lavoro e da altre fonti) al di sotto della soglia di povertà relativa, generalmente fissata al 60% del valore mediano della distribuzione. 

In Italia, dove il tasso di occupazione femminile è ancora oggi significativamente più basso di quello maschile (57,4% nel 2023 per le donne, ben 19,4 punti percentuali inferiore a quello degli uomini), è meno probabile che una donna rientri nella definizione di working poor semplicemente perché è meno probabile che sia occupata. Non solo, in Italia accade molto spesso che sia proprio il salario delle donne, in quanto seconde percettrici di reddito nella famiglia, a contribuire a mantenere il nucleo familiare al di sopra della soglia della povertà relativa.

Cosa accadrebbe però se la povertà lavorativa fosse definita e misurata a livello individuale, ossia se si considerasse il reddito annuo individuale percepito, invece che quello familiare? Dalle nostre elaborazioni sui dati della sezione italiana dello European Union Survey on Income and Living Condition (EU-SILC) per il 2020 emerge come la percentuale di lavoratrici povere passerebbe dal 9,2% al 19,2%, mentre per gli uomini accadrebbe l’esatto contrario: il tasso di in-work poverty scenderebbe leggermente, passando dall’11% al 10,5%.[1]

Questo è il riflesso delle condizioni di svantaggio che le donne continuano a subire nel mercato del lavoro italiano.

Come è noto, i redditi da lavoro annuali delle donne sono significativamente più bassi rispetto a quelli degli uomini, nonostante le lavoratrici italiane risultino avere mediamente livelli di istruzione, e quindi salari attesi, superiori a quelli degli uomini. Infatti, è più probabile che una donna abbia un contratto di lavoro part-time e quindi lavori un numero di ore settimanali inferiore rispetto a un uomo (nel 2024 erano occupate part-time il 31,5% delle lavoratrici contro il 8,1% dei lavoratori) e/o abbia più frequentemente un’occupazione discontinua o un contratto a termine (13,6% tra le donne contro il 10,0 % tra gli uomini nel 2024). 

Inoltre, le lavoratrici hanno salari orari mediamente più bassi dei loro colleghi uomini (-5,6% secondo i dati Istat del 2022) per l’effetto, anche combinato, di tre fattori: il cosiddetto soffitto di cristallo, ovvero l’inquadramento inferiore che viene assegnato alle donne che difficilmente raggiungono posizioni apicali; la segregazione occupazionale, in quanto le donne sono maggiormente occupate in settori dove le retribuzioni sono mediamente più basse; la discriminazione salariale, perché, anche a parità di occupazione, le donne sono pagate meno.

Considerando i diversi fattori di rischio della povertà lavorativa (occupazione discontinua, contratto part-time e basso salario orario) però, la famiglia risulta maggiormente a rischio di povertà nel caso in cui queste caratteristiche si riferiscano al lavoro degli uomini piuttosto che a quello delle donne, proprio perché il reddito degli uomini rimane il principale, quando non l’unico, reddito da lavoro per una larga fetta delle famiglie italiane.

In altre parole, se è una donna ad aver lavorato meno di 12 mesi nel corso di un anno, il rischio che la sua famiglia soffra di povertà relativa è di 8 punti percentuali inferiore rispetto al caso in cui ad avere un’occupazione discontinua sia l’uomo. Ma se si considera una definizione individuale della in-work poverty la situazione viene ribaltata: una donna con lavoro discontinuo ha oltre 20 punti percentuali in più di probabilità di essere povera rispetto a un uomo nella stessa condizione.

I risultati sono simili se si considera come fattore di rischio della povertà lavorativa il lavoro part-time. Di nuovo, la famiglia è più a rischio di povertà (quasi 22 punti percentuali in più) se a essere occupato part-time è l’uomo rispetto alla donna, mentre il rischio individuale è simile per entrambi i generi.

Lo stesso fenomeno si osserva anche analizzando i livelli salariali. Le donne hanno 11 punti percentuali di probabilità in più di percepire un reddito definito come “basso”, ovvero inferiore ai 9 euro lordi (circa 7 euro netti all’ora, che risultano in un salario mensile a tempo pieno di poco al di sotto dei 1.200 euro), ma a livello familiare la bassa retribuzione oraria maschile aumenta la probabilità di povertà della famiglia in misura maggiore rispetto alla bassa retribuzione oraria femminile (quasi 8 punti percentuali in più).

Nonostante le donne siano maggiormente occupate con contratti a termine, part-time, spesso in settori svantaggiati e con retribuzioni orarie frequentemente più basse, il loro contributo al reddito familiare è tale da ridurre il rischio di povertà. Ma cosa accadrebbe a queste donne se decidessero di uscire dal nucleo familiare? In altri e più concreti termini: le donne occupate sono davvero libere di lasciare il nucleo familiare, di scappare da situazioni di infelicità o da partner violenti senza rischiare di ritrovarsi in condizione di povertà? E ancora: la situazione è diversa se queste donne escono dalla famiglia sole o se portano con sé anche figli e/o figlie a carico?

Spesso immaginiamo le donne intrappolate e impossibilitate ad andarsene dalla famiglia quando non sono occupate, ma i dati ci dicono che il fenomeno è molto più ampio, e che un lavoro può non essere sufficiente a garantire a una donna la libertà di scelta, tanto più in presenza di carichi familiari.

Quale sarebbe la condizione economica delle donne lavoratrici nel nostro campione, qualora decidessero di uscire dal nucleo familiare con o senza figli a carico? I risultati sono preoccupanti: il 12,8%, uscendo dal nucleo familiare, si ritroverebbe al di sotto della soglia di povertà relativa, una percentuale che aumenta al 27% per le donne lavoratrici che decidessero di uscire portando con sé i figli a carico.

Sono donne “intrappolate”, donne che per potersi permettere una separazione dal partner senza rischiare di cadere in povertà dovrebbero lavorare di più (più ore al giorno, più mesi all’anno) o trovare occupazioni con retribuzioni orarie maggiori. Un obiettivo difficile da raggiungere nel contesto attuale, soprattutto per chi ha necessità di conciliare il lavoro e la responsabilità di genitore separato.

Chiaramente, al numero delle donne lavoratrici intrappolate si aggiungono le donne con ancor minor libertà di scelta, ossia che vivono con un partner e che un’occupazione non ce l’hanno (il 38,6% nel 2024, secondo i dati Istat).

La presunta buona notizia della minor incidenza della povertà lavorativa tra le donne rispetto agli uomini è quindi una palese illusione. Una lettura attenta dei dati e delle loro modalità di rilevazione conferma una situazione di grande svantaggio per le lavoratrici e ripropone, ancora una volta, il tema della necessità di garantire alle donne non solo una maggiore occupazione, ma lavori stabili e ben retribuiti e conciliabili con la vita familiare. 

Questo, oltre a contribuire a ridurre il rischio di povertà delle famiglie, garantirebbe a molte donne anche quella “libertà economica” necessaria per sfuggire a situazioni di infelicità e di violenza domestica, psicologica e fisica.

Note

[1] La scelta di utilizzare l’anno 2020 è legata al fatto che i redditi riportati in quella indagine sono riferiti all’anno 2019, anno che ha preceduto la pandemia da Covid-19. I redditi delle annualità di indagine successive pubblicate fino ad oggi si riferiscono agli anni della pandemia e sono quindi influenzati dalle politiche di lockdown e dagli interventi straordinari per il sostegno dei redditi adottati in quegli anni.

[2] La scelta di questa soglia è legata al valore proposto come salario minimo di legge nel dibattito politico.

Per approfondire

Lavoro e salari in Italia. Cambiamenti nell’occupazione, precarietà, impoverimento, a cura di Rinaldo Evangelista, Lia Pacelli, Carocci Editore, 2025

Silvia Pasqua, Violetta Tucci

2/10/2025 https://www.ingenere.it/

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