Isolare i violenti. Quali?
Da isolare sono le politiche sicuritarie del governo, le brutalità e il razzismo delle forze dell’ordine, la narrazione tossica dei media che criminalizza poveri, migranti e movimenti sociali.
«Isolare i violenti». È la formula che ritorna puntualmente dopo ogni manifestazione attraversata dal conflitto. La pronunciano ministri, dirigenti di partito, editorialisti e commentatori televisivi. Prima bisogna condannare, prendere le distanze, distinguere i manifestanti buoni da quelli cattivi. Soltanto dopo, eventualmente, si potrà parlare di salari, affitti, scuola, sanità, guerra e disuguaglianze. Ma quel dopo non arriva quasi mai. Le ragioni della mobilitazione scompaiono, sostituite dalle immagini degli scontri, dalle dichiarazioni dei ministri e dalle richieste di nuove misure repressive. È un meccanismo politico e mediatico collaudato, che permette di spostare l’attenzione dalle responsabilità di chi governa alle condotte di chi contesta.
E allora prendiamola sul serio, questa richiesta di isolare i violenti. Cominciamo dalle politiche sicuritarie di un governo che ha trasformato la criminalizzazione del dissenso in un programma politico, moltiplicando reati, sanzioni, divieti e strumenti di controllo. Cominciamo dalle brutalità delle forze dell’ordine, dalle cariche contro studenti e lavoratori, dai pestaggi, dagli abusi e dal razzismo che attraversa pratiche di controllo e repressione. Cominciamo da quella parte dell’informazione che da anni rappresenta i poveri come irresponsabili, i migranti come minacce, i giovani delle periferie come delinquenti e i movimenti sociali come organizzazioni pericolose. Una narrazione tossica che prepara il terreno alla repressione e trasforma chi rivendica diritti in un nemico dell’ordine pubblico.
La violenza, del resto, non comincia quando un corteo incontra uno sbarramento della polizia, quando viene innalzata una barricata o quando qualcuno infrange una vetrina. Esiste una violenza quotidiana, strutturale, esercitata attraverso le condizioni materiali di esistenza, l’organizzazione del lavoro, le disuguaglianze economiche e le decisioni politiche. Una violenza che non ha bisogno di un manganello per produrre sofferenza e che proprio per questo viene frequentemente sottratta alla condanna pubblica. Viene chiamata necessità economica, competitività, disciplina di bilancio, merito, sacrificio. E quando chi la subisce smette di accettarla, la risposta diventa troppo spesso l’intervento delle forze dell’ordine.
È violenza costringere una persona ad aspettare un anno per una visita specialistica, mentre chi dispone del denaro necessario può ottenere la stessa prestazione in pochi giorni. È violenza lavorare otto ore al giorno e dover scegliere se pagare l’affitto o fare la spesa, vivere sotto il ricatto di contratti precari rinnovati per anni, morire in fabbrica o in un cantiere perché la sicurezza continua a essere subordinata ai costi della produzione. È violenza lasciare persone anziane con pensioni insufficienti, ridurre l’assistenza a malati e persone con disabilità, scaricare sulle famiglie il lavoro di cura. È violenza permettere che bambini e adolescenti crescano nella povertà, imparando che persino l’accesso alla salute, all’istruzione e alla cultura dipende dalle possibilità economiche della famiglia. È violenza alzarsi la mattina presto e scoprire di essere stato licenziato con messaggio su whatsapp.
È violenza lasciare migliaia di abitazioni vuote mentre aumentano gli sfratti e le persone costrette a dormire per strada. È violenza consentire alla speculazione immobiliare di trasformare il diritto alla casa in un privilegio, sfruttare i braccianti nei campi e ricattare i lavoratori immigrati attraverso la precarietà del permesso di soggiorno. È violenza costruire un sistema di frontiere che espone le persone alla morte nel Mediterraneo, mantenere carceri sovraffollate e condizioni di detenzione incompatibili con la dignità umana. È violenza distruggere territori, compromettere l’acqua e l’aria, imporre opere senza ascoltare le comunità e criminalizzare chi si organizza per difendere l’ambiente e i beni comuni.
Questa violenza non è una fatalità. Discende da rapporti di forza, da decisioni politiche e da una distribuzione profondamente diseguale delle risorse e del potere. Quando i sacrifici richiesti ai poveri vengono definiti inevitabili e le ricchezze accumulate da pochi considerate intoccabili, non siamo davanti a una legge naturale, ma a un preciso ordine sociale.
Il governo della repressione
Il governo Meloni ha fatto dell’inasprimento penale e dell’estensione degli strumenti di controllo uno dei tratti caratterizzanti della propria azione. Pacchetti sicurezza, nuove fattispecie di reato, aggravamenti delle pene, misure preventive e restrizioni del diritto di manifestare vengono proposti come risposte a fenomeni che hanno radici economiche e sociali: povertà urbana, disagio giovanile, occupazioni abitative, conflitti sul lavoro, mobilitazioni studentesche e difesa dei territori.
Non è un’invenzione esclusiva della destra. La trasformazione delle questioni sociali in problemi penali attraversa da decenni la politica italiana. Governi di orientamento differente hanno contribuito a rafforzare la legislazione emergenziale, ampliare le misure preventive e presentare la legalità come valore autosufficiente, indipendentemente dal contenuto delle leggi e dalle disuguaglianze che esse possono consolidare. Il governo Meloni ha radicalizzato questa impostazione, rendendo ancora più esplicito il rapporto tra propaganda securitaria, costruzione del nemico interno e repressione del dissenso.
La logica è quella di uno Stato che arretra nella garanzia dei diritti sociali e rafforza contemporaneamente gli strumenti destinati a controllare le conseguenze di quell’arretramento. Si impoveriscono i servizi pubblici e si moltiplicano le misure contro chi protesta; si lascia crescere la precarietà e si criminalizzano i picchetti; si rende sempre più difficile accedere alla casa e si interviene contro le occupazioni.
La logica è quella di uno Stato che arretra nella garanzia dei diritti sociali e rafforza contemporaneamente gli strumenti destinati a controllare le conseguenze di quell’arretramento. Si impoveriscono i servizi pubblici e si moltiplicano le misure contro chi protesta; si lascia crescere la precarietà e si criminalizzano i picchetti; si rende sempre più difficile accedere alla casa e si interviene contro le occupazioni. All’indebolimento delle protezioni collettive corrisponde il rafforzamento degli apparati repressivi, chiamati a disciplinare le popolazioni considerate problematiche e a contenere i conflitti prodotti dalle disuguaglianze. Il diritto penale finisce così per sostituirsi alla politica sociale, trasformandosi in uno strumento ordinario di governo delle contraddizioni economiche e sociali.
In questo processo, una parte rilevante del sistema mediatico svolge una funzione tutt’altro che neutrale. Per anni i migranti sono stati rappresentati come pericolosi, gli occupanti di case come abusivi da espellere, gli ambientalisti come fanatici, i No Tav come sabotatori, gli studenti che bloccano scuole e università come privilegiati incapaci di rispettare le regole. Il termine «maranza» è diventato una categoria stigmatizzante nella quale far confluire adolescenti delle periferie, giovani di seconda generazione e ragazzi razzializzati. Il risultato è una rappresentazione capovolta della realtà sociale: chi subisce sfruttamento e marginalità viene descritto come una minaccia, mentre chi difende l’ordine economico e politico che contribuisce a produrre quelle condizioni viene presentato come garante della convivenza civile.
Il meccanismo è evidente nella cronaca delle manifestazioni. Una vetrina infranta o un cassonetto incendiato diventano il centro dell’informazione. Scompaiono le ragioni del corteo, le condizioni sociali dei partecipanti, le scelte che hanno determinato l’intervento delle forze dell’ordine e le cariche precedenti agli scontri. La cronaca si riduce a un inventario di danneggiamenti, denunce e arresti. Quando emergono immagini di manifestanti manganellati o di interventi sproporzionati, si moltiplicano invece le giustificazioni e i richiami alla difficoltà del lavoro di polizia. Non si tratta di sostenere che una violenza giustifichi automaticamente l’altra, ma di rifiutare una gerarchia morale nella quale soltanto alcune forme di violenza meritano indignazione, mentre altre vengono considerate normali conseguenze del funzionamento dell’economia e delle istituzioni.
La scuola del merito e la violenza delle disuguaglianze
Basta guardare alla scuola per comprendere quanto sia distante la retorica governativa del merito dalle condizioni materiali nelle quali studenti e insegnanti sono costretti a vivere. Secondo i dati dell’Anagrafe nazionale dell’edilizia scolastica richiamati nelle ricognizioni disponibili, circa il 59% degli edifici risulta privo della certificazione di agibilità e il 58,36% di quella antincendio. L’assenza della documentazione non equivale automaticamente a una condizione di pericolo, ma segnala ritardi e criticità che richiedono interventi. Un’elaborazione di Tuttoscuola sui dati ministeriali 2024-2025 documenta inoltre 1.663 classi delle superiori con oltre 27 alunni, frequentate da quasi cinquantamila studenti.
L’Italia continua a investire nell’istruzione meno della media dei paesi OCSE, mentre le retribuzioni degli insegnanti restano significativamente inferiori a quelle di altri lavoratori laureati. La legge di bilancio 2025 ha previsto una riduzione degli organici di 5.660 docenti dal 2025-2026 e di 2.174 posti ATA dal 2026-2027, per un totale di 7.834 posti con decorrenze differenti. Sono scelte che incidono su un sistema già attraversato da precarietà, carenze organizzative e profonde disuguaglianze territoriali.
Si chiede alla scuola di contrastare il disagio e la marginalità, mentre si riducono gli organici. Si invoca il merito, ma si trascurano le condizioni diseguali nelle quali gli studenti affrontano il percorso scolastico. E quando questi ragazzi scendono in piazza contro le politiche scolastiche, il caro affitti, il razzismo, il riarmo e la precarietà del loro futuro, la discussione si concentra sulle modalità della protesta. Le occupazioni diventano un problema di legalità, i blocchi un attentato alla circolazione, gli scontri una dimostrazione della loro pericolosità. Una scuola impoverita non diventa più giusta perché aumentano le sanzioni, così come un adolescente senza prospettive non acquista fiducia nelle istituzioni perché viene identificato durante una manifestazione.
Le brutalità poliziesche e il razzismo istituzionale
C’è poi una violenza che il discorso pubblico tende sistematicamente a sottrarre alla condanna: quella esercitata dagli apparati dello Stato. Le cariche contro studenti e lavoratori, i manganelli sui manifestanti, l’impiego di lacrimogeni e idranti, i controlli selettivi nei quartieri popolari e gli interventi repressivi contro chi occupa case, scuole o spazi sociali vengono frequentemente raccontati come semplici operazioni di ripristino della legalità. La violenza cambia nome a seconda di chi la esercita. Se proviene dal basso diventa un problema di sicurezza, se proviene dall’alto viene presentata come una necessità dell’ordine pubblico.
Le denunce di controlli discriminatori, i pestaggi documentati e gli abusi emersi in diverse vicende giudiziarie impongono di interrogarsi sull’organizzazione degli apparati, sulle pratiche operative e sulle condizioni che possono favorire l’impunità. Non basta liquidare ogni episodio come una deviazione individuale, ricorrendo alla rassicurante retorica delle poche «mele marce». Il problema riguarda anche una cultura istituzionale che può alimentare comportamenti violenti e razzisti, soprattutto quando l’autorità viene difesa preventivamente e le denunce delle vittime accolte con sospetto.
È questa saldatura tra politiche sicuritarie, pratiche repressive e costruzione mediatica del nemico che deve essere spezzata. Servono codici identificativi individuali, strumenti effettivi di documentazione degli interventi, indagini indipendenti e responsabilità politiche chiaramente individuabili. Ma serve soprattutto rifiutare l’idea che l’ordine pubblico possa essere utilizzato per neutralizzare il conflitto sociale.
La stessa selettività attraversa il modo in cui vengono rappresentati i conflitti internazionali. La devastazione di Gaza, il genocidio dei palestinesi, gli sfollamenti forzati e la distruzione delle infrastrutture civili hanno mostrato quanto il linguaggio della sicurezza possa essere utilizzato per giustificare o minimizzare violazioni gravissime dei diritti umani. Nel frattempo, il riarmo europeo viene presentato come una necessità inevitabile, mentre alle nuove generazioni si chiede di accettare un futuro segnato dalla militarizzazione e dalla possibilità di essere coinvolte in nuovi conflitti. Si pretende di isolare i violenti nelle piazze, ma si considera normale destinare risorse crescenti agli apparati militari, mentre scuola, sanità, casa e assistenza sociale continuano a essere attraversate da carenze profonde.
Prima la colpa, poi la punizione
Per anni ai poveri non è stato semplicemente chiesto di accettare la propria condizione: è stato spiegato loro che della propria povertà erano responsabili. Che se non riescono a vivere dignitosamente del proprio lavoro è perché non sono abbastanza produttivi, competitivi, flessibili, intraprendenti. Che se non trovano un’occupazione stabile non hanno saputo valorizzare le proprie competenze; se non possono permettersi una casa hanno fatto scelte sbagliate; se rimangono esclusi dalle opportunità è perché non possiedono sufficiente merito.
L’ideologia della competizione ha trasformato le disuguaglianze prodotte dai rapporti economici e sociali in colpe individuali, cancellando le responsabilità di chi quelle disuguaglianze le alimenta e ne trae vantaggio. Il povero non è più considerato una persona privata delle condizioni materiali per esercitare i propri diritti, ma un individuo che ha fallito nella competizione. La precarietà diventa incapacità di adattamento, la disoccupazione insufficiente intraprendenza, l’esclusione sociale assenza di merito. La società viene rappresentata come un mercato nel quale tutti avrebbero le stesse possibilità di riuscire, mentre le differenze di partenza, la distribuzione della ricchezza e il patrimonio familiare vengono rimossi.
Se la povertà è una responsabilità individuale, non esiste più una questione sociale da affrontare collettivamente. Non occorre modificare i rapporti di lavoro, redistribuire la ricchezza o garantire servizi universali. Occorre piuttosto correggere i comportamenti degli individui, renderli più competitivi, più disciplinati, più disponibili ad accettare le condizioni imposte dal mercato. E quando chi subisce queste condizioni smette di attribuire a sé stesso la responsabilità della propria esclusione e comincia a contestare l’ordine che la produce, diventa un problema di sicurezza. È qui che l’ideologia del merito incontra quella della punizione: prima si colpevolizza chi è escluso, poi lo si criminalizza quando si ribella.
Una democrazia che non tollera il dissenso
C’è una contraddizione ancora più profonda, che riguarda la natura stessa della democrazia. È osceno che governi pronti a invocarla per giustificare sacrifici economici, politiche di austerità, riarmo e perfino interventi militari mostrino tanta insofferenza verso una delle sue espressioni fondamentali: il conflitto sociale. La democrazia viene continuamente celebrata come valore universale, ma diventa un problema quando le classi popolari pretendono di esercitarla al di fuori delle scadenze elettorali, attraverso scioperi, occupazioni, blocchi e mobilitazioni territoriali capaci di mettere realmente in discussione le decisioni del potere.
Per quale ragione una popolazione dovrebbe riconoscere come pienamente democratico un ordine politico che le concede periodicamente di esprimere una preferenza elettorale e pretende poi che accetti come inevitabili decisioni assunte a vantaggio dei grandi patrimoni, della rendita e dei poteri economici? La questione riguarda il rapporto di classe che attraversa le istituzioni e il progressivo svuotamento della sovranità popolare di fronte al potere dell’accumulazione privata. Se le decisioni fondamentali sulla distribuzione della ricchezza, sull’organizzazione del lavoro, sull’abitare e sulle priorità della spesa vengono sottratte al conflitto democratico e presentate come necessità tecniche, ciò che rimane è una democrazia nella quale si può scegliere chi governa, ma diventa sempre più difficile decidere che cosa debba cambiare.
Uno sciopero che interrompe la produzione, un’occupazione che contesta la proprietà lasciata inutilizzata, una mobilitazione che blocca un’opera imposta a un territorio non sono semplicemente anomalie da ricondurre all’ordine. Sono forme attraverso le quali soggetti privi di un potere economico paragonabile a quello delle classi dominanti cercano di incidere sulle decisioni collettive. Il conflitto non rappresenta il fallimento della democrazia, ma una delle condizioni che possono impedirne la riduzione a un rituale elettorale. La sua criminalizzazione rivela quanto il potere politico sia disposto a tollerare la partecipazione soltanto finché questa non mette in discussione i rapporti sociali esistenti.
Finché la ricchezza privata potrà esercitare un’influenza sproporzionata sulle decisioni pubbliche, condizionando le priorità dei governi e restringendo le possibilità effettive di scelta delle maggioranze sociali, la democrazia resterà incompiuta nella sua dimensione sostanziale. Non basta riconoscere formalmente l’uguaglianza politica se a questa corrisponde una disuguaglianza economica tanto profonda da determinare chi possiede realmente gli strumenti per orientare le decisioni collettive. La sovranità popolare non può arrestarsi davanti ai cancelli delle fabbriche, ai consigli di amministrazione, ai mercati finanziari o agli interessi della rendita immobiliare.
Isolare i violenti. Quelli veri.
Le mobilitazioni di questi giorni, dalle manifestazioni studentesche alle piazze spontanee contro il carovita, hanno riportato al centro una questione che la politica istituzionale preferirebbe ignorare. Una parte della società non riconosce più come accettabili le condizioni che le vengono imposte. Quando migliaia di giovani attraversano le strade di Milano, Bologna, Torino e altre città, portando nello spazio pubblico la propria rabbia, contestano un ordine sociale nel quale il lavoro non garantisce una vita dignitosa, l’istruzione non assicura mobilità sociale, la casa diventa sempre meno accessibile e il futuro viene raccontato prevalentemente attraverso il linguaggio del sacrificio.
Le immagini degli scontri, delle barricate e dei fuochi nelle città non possono essere separate da queste condizioni. Sono il segnale di una rottura nella disponibilità ad accettare passivamente ciò che viene presentato come inevitabile. Per questo la contrapposizione tra manifestanti pacifici e violenti è politicamente insufficiente: viene troppo spesso utilizzata per stabilire chi abbia diritto di parola e chi debba essere escluso dal confronto, cancellando le ragioni della mobilitazione e le responsabilità delle istituzioni.
Anche una manifestazione di milioni di persone può essere ignorata quando il potere politico non intende modificarne le cause. La partecipazione pacifica è un diritto fondamentale, ma non costituisce automaticamente una garanzia di ascolto. Il problema non è contrapporre astrattamente protesta pacifica e conflitto radicale, bensì interrogarsi sui rapporti di forza che permettono alle mobilitazioni di incidere sulle decisioni pubbliche. La possibilità di un cambiamento dipenderà dalla capacità di collegare le lotte sul lavoro a quelle per la casa, la scuola, la sanità, l’ambiente e la pace, costruendo forme di organizzazione capaci di durare oltre le singole giornate.
E allora sì, isoliamo i violenti. Isoliamo politicamente chi governa attraverso la paura, chi risponde alla povertà con la repressione, chi alimenta il razzismo istituzionale, chi giustifica le brutalità poliziesche e chi utilizza l’informazione per trasformare le vittime delle disuguaglianze nei colpevoli della crisi sociale. Contrastiamo le politiche sicuritarie che restringono le libertà, pretendiamo responsabilità per gli abusi delle forze dell’ordine e rifiutiamo una narrazione mediatica che misura la gravità della violenza sulla base di chi la esercita e di chi la subisce.
Non sono i poveri, i migranti, gli studenti, i lavoratori in sciopero o i movimenti che difendono i territori a dover essere isolati. Non sono le lotte per la casa, per la salute, per il salario, contro il genocidio e contro la guerra a rappresentare una minaccia alla democrazia. La minaccia è un potere che produce disuguaglianze, le attribuisce alla colpa individuale di chi le subisce e pretende poi di reprimere chi si organizza per cambiarle.
Non è il dissenso organizzato a svuotare la democrazia. È la pretesa di neutralizzarlo per rendere intoccabili lo sfruttamento, la violenza istituzionale e i privilegi economici.
19/10/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/









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