Israele e l’enigma dell’Ebraismo

In questi mesi in cui si consuma il dramma del popolo palestinese, nell’ipocrita impotenza di classi dirigenti e grandi potenze mondiali, pensiamo possa servire come utile spunto di riflessione la presentazione di Gaetano Colonna del bel libro dell’autorevole ricercatore di geopolitica Giacomo GabelliniLo Scricchiolio, pubblicato quest’anno per le edizioni Il Cerchio.

Speriamo che questo testo possa soprattutto essere di stimolo ad una comprensione più profonda del significato degli eventi di oggi, che, se ci colpiscono per ferocia e arroganza, non devono farci dimenticare che nella storia dell’umanità agiscono forze profonde, la cui comprensione è l’insostituibile premessa per costruire la pace nella giustizia.

Presentazione

Che la storia millenaria degli Ebrei e dell’Ebraismo rappresenti un enigma è cosa che studiosi cristiani ed ebrei riconoscono da tempo.

«Ammirevolmente dotato, [questo popolo] cerca da venti secoli di ritagliarsi un posto al sole delle nazioni: dopo qualche successo, viene regolarmente respinto, saccheggiato, massacrato; tuttavia, sebbene apparentemente destinato a soccombere, resiste sempre»1, scriveva lo studioso cattolico Joseph Bonsirven in un momento davvero epocale, il 1942. A questa constatazione, Fiamma Nirenstein, assai più di recente, nel 1996, aggiunge una notazione fondamentale: «Il mistero dell’ebraismo, con Israele, è diventato ancor più fitto: un tassello in più si è aggiunto alla domanda perenne sull’identità ebraica»2.

L’enigma si infittisce dunque proprio per il fatto che alla dimensione atemporale, di una identità etnica e religiosa preservata per secoli, si aggiunge quella storica, nella quale si è inserito lo Stato d’Israele nel 1948, ai cui più recenti e drammatici sviluppi è dedicato il libro che presentiamo.

Questo enigma attraversa tre millenni almeno, mediante l’inesausta continuità etnica e religiosa, faticosamente conservatasi nonostante conflitti, persecuzioni, emarginazione. Tale continuità ha quindi consentito all’Ebraismo di permanere nella storia, ma quasi vivendo in parallelo ad essa, da essa mantenendosi indipendente e come distaccato. Insieme alla tradizione fondativa dell’identità ebraica, persistente è stato l’interrogarsi, da parte di ebrei e non ebrei, sulla natura metafisica di una siffatta continuità, che faceva chiedere allo stesso Bonsirven quale fosse il ruolo dell’ebraismo nella storia spirituale dell’umanità.

Intatta attraverso il nascere e il perire, talvolta il risorgere, di civiltà e imperi, permane la tradizione ebraica di cultura teologica, prescrittiva e dialettica, di simboli e di rituali, la fedeltà ai quali costituisce un elemento irrinunciabile per la preservazione della purezza individuale e collettiva degli Ebrei: di un popolo cioè disperso sulla faccia della terra, nella diaspora seguita alla distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., ultimo riferimento della propria unità in terra di Palestina.

L’unità politica dell’antico Israele, tra il 1080 a.C., con Saul, fino alla fine del regno di Salomone, intorno al 930 a.C., ha avuto cronologicamente ancora più antica ma brevissima durata, dopo la quale il popolo ebraico ha sviluppato la sua lunga storia in forme non politiche: cioè attraverso la trasmissione di un’eredità di sangue, sostenuta dalla convinzione dello speciale rapporto che collega, per i credenti, il popolo israelita al Dio unico, JHWH, che lo ha prescelto fra tutti gli altri, e col quale ha voluto stabilire una speciale alleanza, più volte ribadita – con Noè, Abramo, Mosè.

In questa alleanza, nei testi biblici, in particolare nel caso di Abramo, appare però non solo il riferimento a quella linea di sangue, grazie ad una discendenza numerosa come le stelle del cielo, ma anche ad una terra i cui confini vanno «dal fiume di Egitto al grande fiume, al fiume Eufrate» (Gen., 15, 18): aspetto questo, dunque non più temporale ma spaziale, che ci riporta ad uno dei capisaldi politici odierni dell’integralismo ebraico, la cui importanza, nella storia contemporanea dello Stato d’Israele, è assai bene analizzata dall’Autore del libro che presentiamo.

Eretz Israel, è in qualche modo proprio l’appiglio che l’ebraismo ha trovato quando ha cercato d’inserirsi nella modernità. Cioè quando è rientrato, potremmo dire, nella storia dell’umanità, fino ad allora seguita collateralmente: e vi è rientrato al seguito di una delle manifestazioni più tipiche della contemporaneità, il nazionalismo di fine Ottocento, figlio della rivoluzione francese e del romanticismo europeo, storia questa ben nota.

Il sionismo appare quindi come l’idea mediante la quale alcuni appartenenti al popolo ebraico hanno voluto ridare agli Ebrei una propria unitaria identità storica, proprio quando ad essi erano proposte due possibilità: l’assimilazione, cioè aggiungere alla propria identità etnica, ed eventualmente di fede, quella della nazione di cui essi erano divenuti, grazie all’affermazione delle democrazie moderne, cittadini su di un piano di parità con tutti gli altri; oppure quella di costruire invece una propria identità politica nazionale. Questa seconda opzione, fu appunto quella, come si sarà facilmente compreso, prescelta dal movimento sionista nato in Europa.

Una scelta che ebbe però il singolare destino di essere concepita secondo un modello derivante dal colonialismo britannico. Questo è scritto a chiare lettere nel libro fondante del sionismo, Der Judenstaat, di Theodor Herzl, pubblicato a Vienna nel 1896, in cui si prefigurava la formazione del nucleo iniziale dello Stato ebraico come una vera e propria chartered company britannica: essa, secondo quanto si leggeva nella Enciclopedia Britannica, edizione 1911, è «una società commerciale che gode di determinati diritti e privilegi ed è tenuta a rispettare determinati obblighi in base a uno statuto speciale concesso dall’autorità sovrana dello Stato, che definisce e limita tali diritti, privilegi e obblighi e le località in cui devono essere esercitati».

Fin dal principio quindi, al sionismo era necessaria una terra da colonizzare, esattamente nel modo in cui l’Occidente ha colonizzato le terre da esso occupate alla fine del XIX secolo, ovverosia non tenendo conto delle popolazioni native, altro che per divenirne i dominatori.

Ma non è tutto. Infatti, questo collegamento con la politica dell’imperialismo liberale anglo-sassone portava il movimento sionista a collegarsi anche al singolare coevo movimento religioso, noto come sionismo cristiano, che auspicava il ritorno di tutti gli Ebrei in Palestina, nella speranza di conseguirne la conversione e, grazie a ciò, il Secondo Avvento del Cristo in terra.

Non a caso l’uomo che svolse un ruolo fondamentale per l’iniziale affermazione politica del sionismo favorendo l’incontro di Herzl con i principali esponenti delle classi dirigenti europee, fu proprio un pastore protestante inglese, sionista cristiano, il reverendo William Henry Hechler: figura tanto importante quanto poco considerata dagli storici, sia ebrei che cristiani3. Il fatto che, da allora in poi, il nazionalismo ebraico si colleghi anche ad alcuni importanti circoli del cristianesimo protestante anglosassone, è più noto e studiato.

Al seguito di una potenza coloniale quale quella inglese, il destino del sionismo non poteva che essere a questo punto quello di uno scontro con il popolo, pur etnicamente e culturalmente variegato, che da secoli viveva in Palestina, terra cui il sionismo, inizialmente laico, pure riteneva di avere diritto: un diritto, si badi bene, che non poteva che risalire ad una motivazione religiosa, alla terra promessa appunto, all’Eretz Israel, più o meno chiaramente delimitata sul piano geografico.

A ben pensarci, è questa commistione originaria, fra aspirazione politica e un diritto di sangue e di suolo di matrice religiosa, che ha posto le basi dell’attuale revisionismo sionista, e la trasformazione da decenni in atto in Israele verso uno Stato fondato sull’integralismo religioso. Del resto, vi erano già in Herzl elementi imperniati sulla contrapposizione con gli altri popoli, stato d’animo non sorprendente per chi aveva vissuto lo choc profondo del caso Dreyfus, dal quale aveva preso vita la sua illuminazione sionista.

«Solo l’oppressione risveglia in noi il senso di appartenenza alla nostra stirpe – scrive Herzl –, solo l’odio dell’ambiente in cui viviamo, ci fa di nuovo sentire stranieri. Così siamo e restiamo, volere o no, un gruppo storico con affinità ben evidenti. Siamo un popolo – è il nemico a renderci tale, anche senza che noi lo vogliamo, come è sempre stato nel corso della storia. Oppressi rimaniamo insieme, e all’improvviso scopriamo la nostra forza. Sì, abbiamo la forza di costruire uno stato, anzi uno stato modello»4.

Dopo che nel novembre 1917 la Dichiarazione Balfour da parte del governo britannico aveva consentito la formazione di un nucleo politico sionista in Palestina; dopo che nel 1919 era naufragato l’accordo tra lo scienziato e politico sionista Chaim Weizmann e l’emiro arabo Faisal alla conferenza di Parigi, vanamente mediato dal britannico colonnello Lawrence; si andava inevitabilmente incontro ad una contrapposizione fra il sionismo e gli Arabi, ai quali la stessa terra era stata contemporaneamente affidata, sotto protettorato britannico. Il sionismo radicale non poteva che procedere allora nella linea, teorizzata e poi applicata con le armi, da Vladimir Zeev Žabotinskij in un celebre scritto, intitolato Il muro di ferro, dell’11 novembre 1923:

«La colonizzazione sionista deve fermarsi, oppure procedere indipendentemente dalla popolazione nativa. Il che significa che può procedere e svilupparsi solo sotto la protezione di un potere indipendente dalla popolazione nativa, dietro un muro di ferro che la popolazione nativa non può violare. Questa è la nostra politica araba; non quella che dovrebbe essere, ma quella che effettivamente è, lo si ammetta o meno».

Ben poco aveva contato il fatto che a questa linea politica si opponesse una parte almeno dell’ebraismo religioso, come dimostrano dichiarazioni, come quella delle associazioni ebraiche americane riunitesi a Baltimora, nel luglio 1897.

«Noi raffermiamo che l’obiettivo del Giudaismo non è né politico né nazionale ma spirituale, e si rivolge alla crescita continua della pace, della giustizia e dell’amore nella razza umana, ad un’epoca messianica nella quale tutti gli uomini riconosceranno che essi formano “una sola grande fratellanza” per la costituzione del Regno di Dio sulla Terra»5.

Ma a poco valse anche il memorandum che l’influente banchiere ebreo britannico Samuel Montagu scrisse il 23 agosto 1917, esprimendo al governo inglese le preoccupazioni di quella parte della comunità anglo-ebraica contraria al sionismo, poche settimane prima dalla Dichiarazione Balfour: intitolato Antisemitism, il memorandum evidenziava i pericoli connessi all’idea della creazione di una nazione ebraica, in quanto, si noti, la presenza di uno Stato ebraico avrebbe legittimato le altre nazioni ad espellere dai propri Paesi le minoranze ebraiche – quello che poi effettivamente la Germania di Adolf Hitler fece, in una prima fase.

Si apriva dunque la strada ad una colonizzazione sionista della Palestina sotto protezione britannica. Ma, come sappiamo, il movimento sionista avrebbe finito per creare problemi gravissimi ai britannici stessi, distaccandosi con la forza delle armi dalla tutela inglese, per impegnarsi in una lotta tutta propria per occupare l’intera terra palestinese: un obiettivo che divenne la linea politica ufficiale del movimento sionista con la decisa svolta rappresentata dal Programma di Biltmore dell’11 maggio 1942, quando prevalse, con David Ben Gurion, la linea del sionismo più radicale, affermatosi negli Stati Uniti in opposizione alla superata linea del britannico Weizmann. In quel programma, come è stato autorevolmente notato, «gli Arabi di Palestina non venivano affatto menzionati ed Eretz Israel era indicata come la terra dei soli Ebrei»6.

Per tale ragione pochi potevano ragionevolmente illudersi che avrebbe avuto effettiva applicazione quanto pure venne formulato al momento della Dichiarazione d’indipendenza, il 14 maggio 1948, con cui prendeva vita lo Stato di Israele, nella quale si legge:

«Lo Stato di Israele sarà aperto per l’immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d’Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti, senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai princìpi della Carta delle Nazioni Unite».

Basti, per rendersi conto di come questo proclama è stato ignorato, vedere l’evoluzione del concetto di cittadinanza e dello stesso fondamento giuridico dello Stato ebraico nell’arco di mezzo secolo, nel quale si è sempre più radicalmente consolidata invece la nozione di Israele come Stato dei soli ebrei, nel quale possono godere di pieni diritti solo coloro che sono ebrei per linea di sangue o per adesione alla religione ebraica. La fondamentale Legge dello Stato nazionale ebraico del 2018 completa questo percorso affermando:

«Israele è la patria storica del popolo ebraico ove è stato fondato lo Stato di Israele.

Lo Stato di Israele è lo Stato-nazione del popolo ebraico, nel quale esso realizza il suo diritto naturale, religioso e storico all’autodeterminazione.

L’adempimento del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unico per il popolo ebraico. (…) La città di Gerusalemme è la capitale di Israele. (…) Lo Stato si adopererà per garantire la sicurezza dei figli del popolo ebraico e dei suoi cittadini che si trovano in difficoltà e in prigionia a causa del loro ebraismo o della loro cittadinanza.

Lo Stato agirà per preservare l’eredità culturale, storica e religiosa del popolo ebraico nella diaspora ebraica».

Si è completato in questo modo il percorso, iniziato fin dal 1950, e poi sviluppatosi negli anni Settanta del secolo scorso, relativo alla definizione della cittadinanza dello Stato ebraico come Stato degli ebrei nel mondo e, di conseguenza, di chi possa definirsi legittimamente ebreo.

Infatti, secondo la Legge del Ritorno, approvata dalla Knesset nel 1950 ed emendata nel 1970, chiunque nel mondo desideri emigrare in Israele, ne diviene subito cittadino, ove sia in grado di dimostrare di essere ebreo. La legge, introdotta nel 1950, stabiliva che chiunque fosse ebreo e desiderasse vivere in Israele, poteva ricevere immediatamente lo status di nuovo residente. Un emendamento del 1970 introduceva inoltre un criterio interpretativo del termine «ebreo»: è ebreo chi sia nato da madre ebrea, o chi si sia convertito al giudaismo e non pratichi un’altra religione. Allo stesso tempo veniva esteso il diritto del ritorno a persone che per lo Stato erano ebrei ma non per l’Halakhah [il diritto religioso ebraico]»7.

Si è così inteso fare di Israele il detentore unico dell’identità storica e culturale del popolo ebreo, il suo portavoce universale: è stata quindi inevitabile la confluenza nello Stato ebraico di tradizione religiosa e portato etnico, reimmettendo entrambi nella storia attraverso un’operazione schiettamente politica.

In questo modo si è dato vita ad una concezione dello Stato nazione che propriamente dovremmo definire etnocrazia8, cosa ben diversa dal concetto di democrazia quale si è elaborato nel mondo occidentale, dall’antica Grecia ai giorni nostri. Col paradossale (e pericoloso) risultato che la religione è instrumentum regni per i sionisti al potere, mentre il sionismo è, per gli integralisti religiosi, utile strumento della volontà divina – con tutte le possibili conseguenze che questa combinazione ha avuto in Israele, ben descritte dall’Autore di questo libro.

Nello storico discorso tenuto alla Knesset israeliana il 20 novembre 1977, quando ancora la pace sembrava possibile, Anwar Sadat, che quella pace avrebbe pagato con la vita, disse:

«Se voi avete trovato la giustificazione legale e morale per lo stabilirsi di una patria nazionale in un territorio che non era il vostro, allora tanto più dovete comprendere la determinazione del popolo palestinese a costruire il proprio Stato, una volta di più, nella sua patria. (…) Per questo io vi dico che sarebbe una illusione non riconoscere il popolo palestinese e il suo diritto a costruire il suo Stato e il suo diritto a tornare».

La speranza di Sadat, di questa presa di coscienza da parte delle élite dirigenti israeliane, si è dimostrata assai presto vana; mentre ha avuto conferma la sua affermazione sul fatto che il popolo palestinese non avrebbe dimenticato se stesso.

In merito al primo punto, abbiamo le ripetute teorizzazioni che sono state elaborate e talvolta anche rese pubbliche, a partire dagli anni Ottanta del XX secolo, in documenti accomunati da una sostanziale affinità di visione generale: cioè che Israele ha il diritto-dovere di ridisegnare geopoliticamente non solo la Palestina ma l’intero Vicino Oriente, in funzione della propria missione etnocratica.

Basterà qui ricordare il saggio A Strategy for Israel in the Nineteen Eighties di Oded Yinon9, giustamente citato da Gabellini; ma anche l’altrettanto epocale A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm, presentato l’8 luglio del 1996, poche settimane dopo il suo insediamento come premier, a Benjamin Netanyahu, da un gruppo misto di esperti israeliani e statunitensi, nel quale si teorizzava una “riorganizzazione” dell’intero Medio Oriente in funzione della sicurezza e della predominanza israeliana.

Questa volontà di potenza dello Stato israeliano ha coinciso cronologicamente in modo perfetto con l’azione pluridecennale svolta nel mondo nord-americano da Ben Zion Netanyahu, uno dei principali collaboratori di Jabotinsky, nonché intellettuale di grande valore, assai bene inserito nel mondo accademico statunitense; e poi appunto da suo figlio Benjamin, asceso fino ai vertici dello Stato d’Israele.

Un’azione di grande portata strategica, che ha consentito a Israele di indirizzare sempre più verso gli obiettivi israeliani la politica estera mediorientale statunitense, fino a giungere, nel corso di tre decenni, come ho avuto modo di spiegare altrove10, alla formazione di una classe dirigente comune, che condivide cioè la stessa visione del ruolo di Israele nel Medio Oriente: Clean Break era una delle espressioni più evidenti di questa azione comune.

Questa è la ragione fondamentale per la quale gli Stati Uniti d’America ancora oggi non possono contrapporsi a Israele, né in presenza delle decine di migliaia di vittime civili a Gaza né delle continue violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, continuando anzi a fornirgli sostegno militare, di intelligence, economico, politico, mediatico.

In merito al secondo punto del discorso di Sadat, sul permanere ed anzi il rafforzarsi di una identità palestinese durante decenni di oppressione israeliana, possiamo ricordare che, nel corso di una sua visita di studio in Israele, Jean-Jacques Servan-Schreiber, uomo politico e giornalista francese di origine ebraica, si trovò a vivere le settimane della prima Intifadah palestinese, esplosa l’8 dicembre del 1987: la grande insurrezione nei territori occupati che, nel corso di tre anni di dura lotta, avrebbe prodotto almeno ottocento caduti fra i Palestinesi.

Servan-Schreiber racconta dunque che, in occasione di un suo colloquio con Shimon Peres, capo del partito laburista israeliano, più volte primo ministro nonché poi presidente dello Stato ebraico, questi gli avrebbe fatto leggere un articolo del rabbino David Hartman, che conteneva questo significativo passaggio11:

«Il sollevamento dei palestinesi ci ha fatto prendere coscienza del loro sentimento nazionale. O noi riconosciamo questa aspirazione fondamentale, o creiamo una società in cui regnino la forza e l’imposizione, il che impedirà qualsiasi ripresa.

Per duemila anni abbiamo ritenuto assolutamente inimmaginabile che una nazione ebraica potesse essere indotta ad umiliare un altro popolo. La repressione dei palestinesi senza patria farà di noi degli stranieri sulla nostra stessa terra.

Solo la creazione di una realtà politica palestinese, che permetta loro di diventare cittadini responsabili, potrà respingere la volontà di affermazione violenta che è oggi di molti palestinesi.

È un circolo vizioso da infrangere; se continuiamo a voler mantenere il controllo su di loro, distruggeremo noi stessi».

Ecco dunque che quella visione etnocratica si è trovata a fare i conti con il radicarsi di un nazionalismo palestinese, che essa ha paradossalmente forgiato scacciando quelle genti dalle proprie terre e schiacciandone i rimasti sotto il tallone di un’occupazione militare: nazionalismo nel quale ovviamente ha avuto presto facile presa anche l’integralismo religioso islamista.

Il “circolo vizioso” delle reciproche contrapposizioni si è quindi definitivamente chiuso in Palestina, delineando una situazione che appare oggi senza vie di uscita: guerra senza fine, il cui unico possibile sviluppo potrebbe semmai essere quello di un allargamento della guerra all’esterno e di conflitti fra fazioni all’interno sia del mondo israeliano che di quello palestinese. Apocalittica guerra di tutti contro tutti.

Il libro di Gabellini meritoriamente approfondisce, con scrupolo documentale, lucidità e accuratezza, come si è passo passo giunti a questo, fornendo una base di conoscenza oggettiva senza la quale, come troppo spesso accade nei media, la distorsione della verità diventa essa stessa un’arma, che uccide le coscienze non meno di quanto le armi da guerra uccidano esseri umani innocenti. In particolare l’Autore analizza i possibili effetti della polarizzazione in atto nella società israeliana, che potrebbe minare le fondamenta dello Stato ebraico, proprio come il rabbino Hartman aveva intuito nelle parole ricordate poco fa.

Se per un attimo cerchiamo, nelle vicende così chiaramente esposte da Gabellini, un significato storico generale, arriviamo ad una conclusione, alla quale invece il bombardamento di selezionate informazioni compiuto dai media non vuole che giunga nessuno: una conclusione che è fondamentale, per il presente e per l’avvenire, non solo per Palestinesi ed Ebrei, ma per tutti noi.

Vale a dire che, nell’affermazione di potenza ideologica, politica e militare dello Stato di Israele, agiscono in realtà forze irrimediabilmente decadute e superate, forze del passato, di un passato che non sarà mai più ripetibile nella storia dell’umanità. Questo, al di là delle indicibili sofferenze e del sangue di migliaia di esseri umani che non ne hanno colpa, è l’aspetto più drammatico di quanto sta accadendo in Palestina, di cui i fautori dell’etnocrazia israeliana si rifiutano di prendere coscienza: il loro sogno, di creare una potenza politica riportando indietro la storia umana, è un fantasma che non potrà che rendere ancora più tragico il futuro del popolo ebraico insieme a quello del popolo palestinese.

Note

1 J. Bonsirven, “Le mistère d’Israelël”, in Aa.Vv., Israël et la foi chrétienne, a cura di Charles Journet,éditions de l’Université, Fribourg, 1942, IV, p. 146.

2 F. Nirenstein, < Israele. Una pace in guerra, il Mulino, Bologna 1996, p. 18.

3 G. Colonna, Medio Oriente senza pace, Edilibri, Milano, 2009.

4 T. Herzl, Lo Stato ebraico, Il Melangolo, Genova, 1992, p. 38.

5 Dichiarazione di Baltimora della Conferenza Centrale dei Rabbini americani, luglio 1897. Yearbook VII, 1897, p. XII.

6 I. Galnoor, The Partition of Palestine: Decision Crossroads in the Zionist Movement, State University of New York Press, Albany, 1995, p. 278.

7 E. Ottolenghi, “Ebrei e Israeliani: due identità in una?”, Limes, 4, 1995, p. 77.

8 G. Colonna, La Resurrezione della Patria, Tilopa, Roma, 2004.

9 O. Yinon, “A Strategy for Israel in Nineteen Eighties”, Kivunim (Direzioni), A Journal for Judaism and Zionism, 14, inverno, 5742, febbraio 1982.

10 G. Colonna, Medio Oriente senza pace, cit., in particolare pp. 228-229.

11 J.-J. Servan-Schreiber, La sfida degli Ebrei, Israele, Medio Oriente, la pace, Milano, Rizzoli, 1988.

30/8/2025 https://clarissa.it/

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