Jeffrey Sachs: «L’idea del cambio di regime in Iran è destinata al fallimento»

L’economista rivela che l’attacco di Donald Trump rientra nei piani decennali di Cia e Mossad per controllare l’Asia occidentale.

di Jeffrey D. Sachs

Il professore di Columbia University analizza la strategia concepita 30 anni fa dall’intelligence di Stati Uniti e Israele per dominare la regione. Denuncia la sottomissione delle capitali europee e dei regimi del Golfo, ridotti a semplici esecutori della volontà di Washington per via della presenza di basi militari Usa sui loro territori. Ed evidenzia la resistenza di Teheran, sostenuta da un asse multipolare che vede in Pechino e Mosca i nuovi garanti degli equilibri globali.

IN BREVE

Piani geopolitici trentennali Secondo Sachs, l’offensiva contro Teheran fa parte di una strategia decennale per garantire il dominio israeliano e statunitense in Asia occidentale.

Limiti della decapitazione Assassinare la leadership non abbatterà il governo iraniano, ma sposterà il potere nelle mani delle Guardie rivoluzionarie.

Ruolo dei vassalli I Paesi europei e del Golfo che ospitano basi militari americane perdono la propria sovranità, riducendosi a ripetere la propaganda di Washington.

Sostegno del blocco multipolare Cina e Russia forniranno a Teheran munizioni, intelligence e assistenza finanziaria per contrastare il tentativo di interrompere i flussi energetici.

Frattura sociale Solo una minoranza degli americani sostiene l’aggressione all’Iran. Il persistere della guerra e l’aumento dei prezzi del greggio potrebbero causare il crollo politico di Trump.


In quest’intervista, Jeffrey Sachs commenta con estrema durezza la recente escalation militare contro l’Iran, inserendola in una strategia trentennale di Cia e Mossad volta all’egemonia in Asia occidentale. Il professore non usa mezzi termini: definisce Israele uno «Stato terrorista» per le azioni a Gaza e descrive gli alleati europei e quelli del Golfo come «vassalli» Usa. Privi di reale sovranità, secondo Sachs questi Paesi sono costretti a ripetere la propaganda di Washington perché ospitano basi militari statunitensi. Sachs avverte che l’attacco all’Iran, lungi dal risolvere le tensioni regionali, rischia di accelerare il declino dell’influenza statunitense in un mondo ormai multipolare.

Professor Sachs, qual è il suo commento all’attacco statunitense e israeliano all’Iran?

«Si tratta di una strategia che risale a 30 anni fa. Gli Stati Uniti e Israele puntano all’egemonia in Asia occidentale e ciò è stato portato avanti attraverso una serie di guerre con l’Iran come grande obiettivo, in realtà fin dall’ingresso di Netanyahu come Primo ministro di Israele. Si tratta sostanzialmente di una strategia di lungo periodo della Cia e del Mossad. Ha lasciato una scia di sangue in tutto il Medio Oriente, estendendosi dalla Libia, che Stati Uniti, Israele e altri hanno rovesciato nel 2011, uccidendo Muhammar Gheddafi e gettando la Libia nel caos. Si estende al Sudan, dove il Mossad ha svolto un ruolo importante nell’alimentare la frammentazione del Paese. Include il genocidio a Gaza, l’occupazione e l’annessione della Cisgiordania. Include il rovesciamento del governo siriano, un’operazione Cia-Mossad iniziata nel 2011. Include l’invasione dell’Irak da parte degli Stati Uniti nel 2003. Il piano, fin dall’inizio, è stato quello di rovesciare il governo iraniano in un modo o nell’altro. In passato hanno usato bombardamenti. Hanno usato assassinii mirati. Hanno usato la guerra economica. Ora stanno riprovando con un’altra campagna di bombardamenti. Anche questa fallirà, ma credo che le conseguenze per il mondo saranno molto gravi».

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Oltre alla campagna di bombardamenti e alla guerra economica utilizzata in precedenza, hanno anche bombardato scuole elementari e superiori, uccidendo più di 100 bambine (il bilancio ufficiale attuale parla di 165 vittime, ndr) a Minab, nella provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran. La si può definire una tattica del terrore contro i cittadini iraniani?

«Israele ha commesso un genocidio a Gaza. Ha ucciso decine di migliaia di bambini. Israele è uno Stato terrorista. Questo è purtroppo il triste fatto».

Donald Trump, nel suo discorso di guerra, ha apertamente invocato un cosiddetto «cambio di regime». Ha chiesto agli iraniani di sollevarsi contro il proprio governo. L’idea è che questa decapitazione della leadership creerebbe un vuoto. Ma gli analisti sull’Iran hanno affermato che molto probabilmente la leadership della vecchia guardia, più nazionalista, riempirebbe quello spazio. Ci sono anche rapporti secondo i quali l’Iran potrebbe trasformarsi in uno Stato-caserma come la Corea del Nord, sostanzialmente deviando risorse importanti dall’uso civile ed economico verso quello militare. Qual è la sua opinione al riguardo?

«L’Iran è una realtà politica fortemente istituzionalizzata. L’uccisione della Guida suprema è un oltraggio. Assassinare capi di Stato stranieri è un comportamento estremamente pericoloso, provocatorio, sconsiderato e illegale. Vantarsene è oltre ogni limite. Ma questo non mette fine a un governo. Non ci saranno truppe di terra statunitensi o israeliane in Iran. Un attacco di decapitazione, letteralmente l’uccisione del capo del governo, non cambierà il governo iraniano. Metterà semplicemente la politica in modalità guerra, il che significa che il Corpo delle Guardie rivoluzionarie Islamiche prenderà il controllo. Non si stanno arrendendo. Sanno di avere più missili di quanti Israele e Stati Uniti abbiano sistemi di difesa antimissile. Questa idea di cambio di regime da parte degli Stati Uniti e di Israele è simile a molte altre azioni illusorie dei due Paesi ed è sostanzialmente destinata al fallimento».

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L’ultima volta che gli Stati Uniti hanno compiuto un’invasione totale nella regione è stato in Irak nel 2003, e ciò ha portato a una massiccia destabilizzazione, inclusa la creazione di forze come lo Stato Islamico, che ora sono diventate – o forse lo erano già – paradossalmente alleate degli Stati Uniti. Che tipo di instabilità vede nella regione, considerando che la risposta iraniana è stata piuttosto estesa, colpendo in gran parte asset militari statunitensi nel Golfo Persico? Funzionari iraniani hanno dichiarato che, nella difesa del loro Paese, non ci sarebbero linee rosse, o sempre meno linee rosse, indicando che ciò potrebbe sfociare in un confronto diretto con i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo. Che tipo di destabilizzazione prevede?

«Il primo punto, ovviamente, è che gli Stati del Golfo sono semi-vassalli degli Stati Uniti o in alcuni casi veri e propri vassalli. Ospitano l’esercito statunitense. Questo è sempre un’arma a doppio taglio – o forse a taglio unico con la lama alla gola – perché ospitare l’esercito statunitense non significa essere protetti dagli Stati Uniti, ma essere un vassallo degli Stati Uniti. Non puoi opporti agli Stati Uniti. Ti rovesceranno. Creeranno un’operazione di cambio di regime sul tuo stesso territorio. Avere basi militari statunitensi significa avere operazioni della Cia che operano attivamente sul tuo territorio. Questa è, purtroppo, la condizione della regione del Golfo. La regione del Golfo non può far sentire la propria voce e non fa sentire la propria voce. E l’Iran sta attaccando questi asset statunitensi, sta mostrando alla regione del Golfo che vale il vecchio adagio di Henry Kissinger: “Essere nemico degli Stati Uniti è pericoloso, ma essere amico è fatale”. Ed è ciò che sta accadendo ora. Consiglio a qualsiasi Paese, per inciso: se non avete una base militare statunitense, non pensateci nemmeno. Se ne avete una, invitateli a tornare a casa così da riavere la vostra sovranità […]».

E come valuta l’impatto della risposta iraniana su Israele come Stato e come società?

«Siamo ai primi giorni e molto sarà deciso sul campo di battaglia. Non sono un esperto militare diretto su questi temi, ma gli esperti con cui ho parlato affermano che l’Iran ha più missili di quanti sistemi di difesa antimissile abbiano Stati Uniti e Israele. Se così fosse, nei prossimi giorni assisteremo a una guerra di logoramento tra missili e sistemi di difesa antimissile. E poiché gli Stati Uniti non elimineranno l’Iran in questo processo, ciò significa che Israele sarà molto vulnerabile agli attacchi iraniani. Forse non la prossima settimana, ma nelle prossime settimane. Questa è principalmente una questione militare. Se è corretta l’analisi secondo cui Israele e Stati Uniti non sono in grado di distruggere questi sistemi missilistici mobili sotterranei pesantemente fortificati, e non sono in grado di porre fine al regime stesso, significa che non esiste un piano oltre un paio di settimane. Secondo tutte le valutazioni militari che sento, gli Stati Uniti hanno due o tre settimane di munizioni nella regione per portare avanti questi bombardamenti. Dopo di che, chi sa cosa succederà? Gli Stati Uniti, del resto, hanno già i magazzini piuttosto svuotati dopo tutte le altre guerre in cui sono stati impegnati. La campagna israeliana a Gaza, che ha messo parecchio sotto pressione gli arsenali statunitensi, la guerra in Ucraina. C’è molta spavalderia, ma è molto probabile che tra due o tre settimane emerga un quadro chiaro della situazione, tale da dimostrare che – se la prima offensiva non ha sortito l’effetto sperato – l’operazione è stata un gioco a perdere. Questo è ciò che, a quanto si dice, è stato consigliato a Trump. Vedremo».

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Uno degli obiettivi, oltre a frammentare l’Iran, è ridurre l’influenza crescente di Cina e Russia nella regione. Ci sono due domande su questo fronte. La prima è: che tipo di sostegno darebbero Russia e Cina all’Iran? Si parla di sistemi di difesa missilistica russi già trasferiti, come gli S-300. Ci sono anche rapporti su sistemi radar cinesi per contrastare i missili Stealth statunitensi-israeliani. Che tipo di sostegno fornirebbero? E, in secondo luogo, Stati Uniti e Israele sarebbero in grado di ridurre l’influenza crescente di Russia e Cina nella regione?

«Ancora una volta, Cina e Russia sosterranno sicuramente l’Iran in vari modi. Di alcuni verremo a conoscenza, di altri no. In termini di munizioni, intelligence, materie prime e finanza, l’Iran riceverà sostegno. Non c’è dubbio. E questo perché, all’opposto, parte dell’obiettivo egemonico degli Stati Uniti è impadronirsi delle esportazioni di petrolio iraniane, che vanno in gran parte verso la Cina, perché gli Stati Uniti stanno cercando di interrompere il flusso di petrolio verso la Cina, dal Venezuela, dall’Iran o dalla Russia. Questo fa parte di un folle piano statunitense che ha nel mirino la Cina, non l’Iran. E, diciamolo: gli Stati Uniti stanno andando ben oltre le proprie capacità. A mio avviso, l’approccio della Cina, in generale, è quello di mantenere un profilo basso. Non si fa coinvolgere direttamente nelle guerre. Lascia che gli Stati Uniti spendano trilioni di dollari in guerre. Lascia che si invischino in questi eventi. Lascia che cadano nelle proprie trappole. La Cina non combatterà apertamente, ma sosterrà sicuramente l’Iran».

Qual è l’umore negli Stati Uniti riguardo a questa guerra? Abbiamo letto delle proteste a Times Square, a New York.

«Poco prima che la guerra iniziasse, i sondaggi mostravano che circa il 20% dell’opinione pubblica la sosteneva. La stragrande maggioranza era contraria. Trump aveva fatto campagna contro le operazioni di cambio di regime. Dunque ciò che sta accadendo ora, che è un programma di lunga data della Cia e del Mossad, non è ciò che Trump aveva promesso alla sua gente. Trump è impopolare, e sempre più impopolare. Questa guerra accelererà il declino della sua popolarità, a meno che – contro ogni ragionevole aspettativa – gli Stati Uniti non ottengano una qualche cosiddetta “vittoria”. Anche in quel caso, l’aumento di consenso non sarebbe significativo, ma è molto improbabile che ci sarà alcun aumento. Piuttosto, ci saranno ripercussioni politiche negative. E se i combattimenti andranno come ampiamente previsto – cioè se l’Iran terrà le proprie posizioni e anzi guadagnerà un vantaggio nel tempo man mano che i sistemi antimissile si esauriranno – Trump potrebbe assistere a un crollo del suo sostegno. Ci troviamo dunque di fronte a un’amministrazione impopolare che sta già perdendo consenso. Se avremo elezioni aperte a novembre – e Trump potrebbe anche cercare di impedirlo – se si terranno regolarmente, le perderà. E questo sarà un ulteriore duro colpo politico, perché verrà poi messo sotto impeachment da una maggioranza alla Camera. Dal mio punto di vista, questa è una presidenza fallimentare. Lo dico fin dall’inizio […]».

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Abbiamo visto proteste di massa durante il genocidio, in particolare nei campus universitari statunitensi. Al contrario, durante il rapimento del presidente venezuelano le manifestazioni sono state molto contenute. Mi chiedo: queste proteste sono estese negli Stati Uniti o il Medio Oriente non è nemmeno un tema nell’ambito della politica interna?

«Sono certo che questo sia un tema, ma il modo in cui diventerà un tema lo vedremo nei prossimi giorni. Se ci saranno perdite di vite americane, se i missili iraniani perforeranno l’Iron Dome israeliano – cosa molto probabile – se ci sarà un forte aumento del prezzo del petrolio – cosa anch’essa molto possibile – allora la questione diventerà rilevante. Esiste un’opposizione a quanto sta accadendo […]. Peraltro, pochi giorni fa è stato pubblicato un sondaggio Gallup da cui risulta che, per la prima volta nella storia, più americani sono schierati con i palestinesi che con gli israeliani. Si tratta di un cambiamento molto importante […]. Il 41% ha dichiarato di essere dalla parte palestinese, il 36% dalla parte israeliana. Si tratta di un’inversione rispetto a pochi anni fa, quando circa il 60% era filo-israeliano e solo il 15% filo-palestinese. È un cambiamento epocale. Israele, a mio avviso, sta compiendo una sorta di suicidio politico attraverso le sue pratiche veramente fasciste. Parlando delle Nazioni Unite, ampie fasce di popolazione nel mondo hanno giustamente ritenuto l’Onu l’ordine internazionale basato sulle regole molto, molto inefficaci, soprattutto quando gli Stati Uniti decidono di invadere o bombardare unilateralmente altri Paesi».

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[…] Quali meccanismi potrebbe attivare l’Onu per contrastare questa guerra criminale e illegale?

«Ieri ero al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In realtà i britannici mi hanno impedito di testimoniare, benché fossi stato invitato a farlo. Ma i britannici, essendo così amanti della libertà di parola e del dibattito aperto, mi hanno impedito di testimoniare. Avevano la presidenza del Consiglio fino a ieri. Tra l’altro, per quanto gli Stati Uniti siano negativi, a mio avviso gli inglesi sono peggio. Io dicevo “i britannici sono peggio”, ma qualche mese fa ho ricevuto una mail da qualcuno del Galles che mi ha scritto: “Signor Sachs, non incolpi i gallesi. Noi non abbiamo fatto nulla. Sono gli inglesi”. Penso che gli inglesi siano i peggiori del pianeta: i più violenti, arroganti, ossessionati dall’impero. Non si erano resi conto di aver perso il loro impero fino a questo momento. Comunque sia, mi hanno impedito di testimoniare – sto divagando un po’. Ciò che abbiamo visto di interessante ieri al Consiglio di Sicurezza è stata una grande divisione. La maggior parte dei Paesi ha incolpato l’Iran. Lo hanno accusato per essere stato attaccato. È stato straordinario. Ma se si guarda bene, è tutto molto semplice. Se nel tuo Paese c’è una base militare statunitense, segui la linea propagandistica degli Stati Uniti. Erano, secondo il mio conteggio, otto. Ho qui l’elenco: Bahrain, Colombia, Danimarca, Grecia, Lettonia, Panama, Regno Unito e Stati Uniti – Paesi che o ospitano basi militari Usa o concedono diritti alle forze statunitensi sulle basi locali. Questi Paesi hanno sostanzialmente accusato l’Iran perché sono vassalli degli Stati Uniti. È molto difficile essere un Paese sovrano con l’esercito statunitense sul proprio suolo. È stato questo il trucco americano fin dall’inizio. È il trucco in Europa, che è una regione vassalla degli Stati Uniti. È il trucco nel Golfo. Abbiamo assistito al fatto sorprendente che Lettonia e Danimarca parlare duramente contro “gli attacchi non provocati dell’Iran”. È come essere passati attraverso lo specchio: un rovesciamento completo della realtà. Ma questo è ciò che accade quando si diventa uno Stato vassallo degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti sono l’impero britannico dei nostri giorni. È un impero violento e predatorio, che governa tramite attacchi di decapitazione o operazioni di cambio di regime. Se fai parte di quell’impero perché ospiti le loro forze armate, o perché sei nella Nato, o perché hai basi nel Golfo, non puoi parlare chiaramente. Così l’incontro di ieri al Consiglio di Sicurezza è stato, da un lato, una grande delusione, perché questi ambasciatori non riescono nemmeno a difendere il principio fondamentale della Carta delle Nazioni Unite, che è l’articolo 2, paragrafo 4: gli Stati non possono usare la minaccia o l’uso della forza contro altri Stati sovrani. Non riescono a difenderlo – i britannici, i francesi, i lettoni, i danesi – ma si tratta di un gruppo ben preciso. Ma se si guarda al mondo nel suo insieme, l’alleanza Usa rappresenta circa il 15% della popolazione mondiale. L’altro 85% non ne fa parte. E dovrebbe dire: “No, grazie” […]. Io non rinuncio all’Onu, perché non voglio rinunciare all’85% della popolazione mondiale. Non voglio nemmeno rinunciare agli Stati Uniti, perché potrà esserci un cambiamento quando tutta questa delirante aspirazione imperiale si sarà finalmente esaurita. Ma per ora il quadro è semplice: se hai l’esercito Usa nel tuo Paese, probabilmente ripeterai a pappagallo la propaganda americana».

Volevo concludere con una domanda più ampia sull’Asia occidentale. L’influenza e il potere degli Stati Uniti sono in diminuzione o sono più radicati che mai […]?

«Non direi più radicati, ma l’intenzione degli Stati Uniti è di restare l’imperium regionale e il modus operandi per farlo è Israele. L’idea è che Israele debba essere la potenza militare regionale. Ma possiamo vedere che si tratta di una situazione fragile e non di una realtà. Per il momento, Stati Uniti e Israele ritengono di avere quel predominio. Israele detiene il monopolio delle armi nucleari nella regione. Sebbene nessuna delle loro operazioni di cambio di regime abbia creato Stati fantoccio stabili, hanno effettivamente rovesciato governi dalla Libia all’Irak. E quindi, in tal senso, c’è un’apparenza di dominio continuo. E la regione del Golfo, come ho appena spiegato, poiché ospita basi militari statunitensi, è in superficie piuttosto subordinata agli Stati Uniti. Ma tutto questo è alquanto fragile. Nella regione esistono civiltà molto forti, ovviamente. Questa è una culla delle civiltà. L’Iran non sparirà, non per effetto di un attacco militare di due settimane. La Turchia parla con voce forte e chiara perché l’Impero Ottomano era una potenza con cui fare i conti e la Turchia attuale continua a essere una potenza con cui fare i conti. L’Egitto è uno Stato unificato da 5.000 anni. Conta 100 milioni di abitanti. È vulnerabile, ma non è subordinato agli Stati Uniti. La regione araba sente che questo è un cattivo affare […]. Hanno avuto il dominio ottomano per centinaia di anni. Poi quello britannico, ora quello americano. Io credo che in realtà desiderino la sovranità. Dunque non credo che questa sia la fase finale. A mio avviso, gli Stati Uniti stanno combattendo per la propria egemonia globale, ma non la stanno vincendo, perché la realtà è che viviamo già in un mondo multipolare in cui gli Stati Uniti non hanno una presa dominante su nulla in particolare, anche se possiedono ancora un esercito molto potente. Dal mio punto di vista, per quanto gli eventi in Iran siano stati cruciali e drammatici, un evento altrettanto cruciale è stata la visita del Cancelliere Friedrich Merz in Cina e il fatto di vederlo osservare con stupore la dimostrazione di quello che la robotica sta realizzando in Cina. La verità è che nessun Paese occidentale è in grado di fare ciò che sta facendo la Cina. Questa è la verità più profonda. La Cina sta mantenendo un profilo basso. Non sta andando in guerra. Non è  così stupida come gli Stati Uniti. Non sta sperperando le proprie risorse come stanno facendo gli Stati Uniti […]».

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Se un iraniano stesse seguendoci, da americano, quale sarebbe il suo messaggio?

«Il mio messaggio, naturalmente, è dolore, condoglianze e solidarietà. Gli iraniani dovrebbero capire che noi, come americani, siamo contrari a ciò che sta accadendo. Siamo contrari alle macchinazioni della nostra Cia. Siamo contrari a queste guerre. Non sono guerre del popolo americano. Queste sono guerre del complesso militare-industriale americano. Purtroppo, il popolo americano al momento non ha voce in capitolo, ma stiamo lavorando per riaverla».

Testo originale tratto da: https://www.youtube.com/watch?v=OvuXahWSVzc (traduzione dall’inglese a cura di Krisis).

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