Kobane, una ferita ancora aperta

di Gianni Sartori

Dalla “città che aveva sconfitto l’Isis” al nuovo assedio: l’amarezza per una rivoluzione sotto attacco e il lascito politico del confederalismo democratico che resiste oltre la sconfitta. La dichiarazione di Öcalan ad un anno dall’”Appello per la pace e una società democratica”

Fa male rileggere in questi giorni KOBANE CALLING dell’ottimo Zerocalcare. Quando, giunto finalmente nella città che aveva “preso a calci in culo l’Isis”, si chiede se sarà “piena di balli, feste, canti…’ste robe qua, no?”. E invece scorge un “cumulo di rovine” . Finché, quando si alza il vento e si avverte inconfondibile la “puzza dei morti, di tutti quei cadaveri sepolti sotto le macerie”, deve domandarsi “com’è l’odore di una città che ha preso a calci in culo l’Isis?”.

Ma almeno, per quanto Kobane fosse destinata a diventare suo malgrado “un museo a cielo aperto della vergogna dell’umanità, di cosa è stato lasciato accadere” (come Gaza ovviamente) all’epoca della prima lettura, avevamo qualche certezza.

O almeno la speranza che quella delle YPG fosse una conquista definitiva, un punto di non ritorno. Un esempio per i popoli oppressi e il loro diritto all’autodeterminazione.

E ora invece, a quanto pare, ci risiamo.

Inutile girarci attorno. Probabilmente siamo di fronte – se non alla capitolazione – a una serie debacle dell’esperienza dell’AMMINISTRAZIONE AUTONOMA DEMOCRATICA DELLA SIRIA DEL NORD-EST (DAANES) in Rojava. Con le Fds (Forze democratiche siriane, a direzione curda) accerchiate dalla prepotenza salafita del cosiddetto “governo di transizione” di Damasco e già forzatamente ritirate da Raqqa, Tabqa e Deir ez-Zor.

Anche se gli “accordi” con il governo centrale avevano evitato un bagno di sangue, l’amarezza per tutti i sacrifici compiuti (decine di migliaia i combattenti caduti lottando contro lo Stato islamico) è palpabile.

Una battaglia, va ricordato, condotta non solo contro i fondamentalisti islamici, ma anche contro il patriarcato e l’oppressione in ogni sua forma.

Resta, a futura memoria, il valore incommensurabile di un’esperienza (il Confederalismo democratico) che non va assolutamente archiviata.

Radicalmente democratica (rivoluzionaria), ha saputo coniugare il diritto all’autodeterminazione con i diritti delle donne, delle minoranze e la difesa ambientale. Un lascito per le future generazione, non solo nel Medio oriente.

Paragonabile (lasciando da parte le implicazioni ideologiche)alla “breve estate dell’anarchia” con le collettivizzazioni e l’autogestione di massa in Catalunya e Aragona del ’36 -’37.

Certo, dicevo, ora come ora prevale l’amarezza. Fa veramente male rivedere Kobane sotto assedio come undici anni fa. Allora per mano dell’Isis, ora dalle truppe siriane e dalle milizie filoturche.

Senza elettricità (anche le strutture sanitarie), acqua, riscaldamento, carburante e collegamenti internet. Con migliaia di civili, intere famiglie, provenienti dai villaggi circostanti che vi hanno cercato rifugio dormendo all’aperto o in tende improvvisate. Mentre le cellule jihadiste (rafforzate anche dai molti detenuti dell’Isis che ne hanno approfittato per evadere) si vanno ricostituendo.

Quindi non si tratta soltanto della brutale occupazione di un territorio da parte del centralismo autoritario di Damasco, ma della messa in discussione, dell’affossamento di un modello politico che avrebbe consentito la realizzazione di una Siria plurale e inclusiva.

Nella visione di Öcalan (dal 1999 richiuso nell’isola-prigione di Imrali, la Robben Island turca)il Confederalismo democratico si configura come superamento dello Stato-nazione percepito come “strumento di oppressione”. Proponendo un modello alternativo di società orizzontale, di autogoverno fondato su “autonomie locali, consigli popolari, parità di genere, economia cooperativa e autodifesa comunitaria”. Ispirando la realizzazione – per quanto temporanea, precaria – di una Siria autenticamente democratica dove curdi, arabi, armeni, siriaci, ezidi e altre minoranze hanno coabitato, sperimentando forme di democrazia diretta e convivenza tra identità diverse.

Ma il suo messaggio di pace appare ancora fragile oltre che inascoltato.

Infatti, nonostante Öcalan abbia ripetutamente proposto soluzioni politiche e negoziati per il riconoscimento dei diritti dei curdi (arrivando un anno fa, il 27 febbraio 2025, a decretare lo scioglimento del PKK), il “Mandela curdo” rimane tuttora incarcerato. Contemporaneamente in Turchia la repressione si inasprisce. In particolare nei confronti di chi esprime solidarietà al Rojava.

Ai primi di febbraio venivano arrestate altre 92 persone, tutte ritenute appartenenti a organizzazioni di sinistra (tra loro diversi avvocati e giornalisti). Peggio ancora nel Bakur (il Kurdistan sottoposto all’amministrazione turca) dove oltre 600 persone erano state fermate per aver manifestato in sostegno alla resistenza di Sdf, Ypg e Ypj (al momento un’ottantina sono ancora incarcerate).

Tra i fermati (poi espulsi) anche numerosi internazionalisti della “Carovana dei popoli in difesa dell’umanità” che si erano uniti alle mobilitazioni verso il confine siriano (a Suruc, al confine con la città di Kobane sotto assedio).

Questo l’odierno paesaggio, piuttosto sconfortante.

Anche se possiamo sempre auspicare, sperare che (come il vento dell’Ecclesiaste) ogni popolo “va e poi ritorna”. Per cui, come diceva il buon Gasparazzo “non finisce qui”. Probabilmente.

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La dichiarazione di Öcalan nel 1° anniversario dell’”Appello per la pace e una società democratica”:

“Il nostro appello del 27 febbraio 2025 è stata una dichiarazione che dove la politica democratica prende vita, le armi perdono il loro significato; è stata una proclamazione che la strada politica è stata chiaramente scelta, a dimostrazione dell’integrità dei principi.

In sostanza, siamo riusciti a superare il periodo negativo della ribellione attraverso la volontà e l’azione unilaterali. Il processo che abbiamo lasciato alle spalle ha dimostrato la nostra capacità di negoziazione e la nostra forza nel garantire la transizione da una politica di violenza e polarizzazione a una politica democratica e di integrazione. I nostri appelli, conferenze e congressi erano tutti diretti a questo obiettivo. Le decisioni dell’organizzazione di sciogliere e porre fine alla strategia della lotta armata hanno dimostrato una purificazione dalla violenza e una preferenza per la politica, non solo ufficialmente e praticamente, ma anche intellettualmente. Questa è stata, allo stesso tempo, una dichiarazione di pace con la repubblica a livello di coscienza politica.

Nell’ultimo anno, ho potuto constatare l’impegno del signor Recep Tayyip Erdoğan, l’appello del signor Devlet Bahçeli, il contributo del signor Özgür Özel e gli  sforzi di tutti gli altri attori politici, sociali e civili.

Non possono esserci turchi senza curdi, né curdi senza turchi. La dialettica di questa relazione ha un carattere storico unico. I testi fondativi durante la fondazione della Repubblica esprimevano l’unità di turchi e curdi. Il nostro appello del 27 febbraio è un tentativo di ravvivare questo spirito di unità e una richiesta di una Repubblica Democratica. Il nostro obiettivo era spezzare il ciclo che si alimenta di spargimenti di sangue e conflitti.

Agire secondo interessi politici ristretti e miopi, invece di vedere la natura storica del problema, la sua gravità e i rischi che può generare, ci indebolisce tutti. Tentare di perpetuare la negazione e la ribellione è un tentativo di rendere la più grande irregolarità la norma. Stiamo rimuovendo gli ostacoli che si sono frapposti sulla strada della fratellanza che si è cercato di invertire negli ultimi duecento anni e stiamo adempiendo ai requisiti della legge della fratellanza. Vogliamo discutere su come unirci e su come vivere insieme.

Ora dobbiamo passare dalla fase negativa a quella positiva della costruzione. Si apre la porta a una nuova era e strategia politica. Il nostro obiettivo è chiudere l’era della politica basata sulla violenza e aprire un processo basato su una società democratica e sullo stato di diritto, e invitiamo tutti i segmenti della società a creare opportunità e ad assumersi responsabilità in questa direzione.

Società democratica, consenso democratico e integrazione sono i pilastri della mentalità di quest’era positiva. La fase positiva esclude metodi di lotta basati sulla forza e sulla violenza. Nella costruzione positiva, l’obiettivo non è quello di appropriarsi di alcuna istituzione o struttura, ma piuttosto che ogni individuo nella società si assuma la responsabilità di partecipare alla costruzione sociale.

L’obiettivo è costruire insieme alla società e all’interno di essa. I settori oppressi, i gruppi etnici, religiosi e culturali possono rivendicare le proprie creazioni attraverso una lotta democratica ininterrotta e organizzata. È importante che lo Stato sia reattivo alla trasformazione democratica durante questo processo.

L’integrazione democratica è almeno altrettanto importante della fondazione della Repubblica. È un appello che contiene altrettanta sostanza e ricchezza in termini di significato, futuro e potere. Al suo centro si trova il modello di società democratica. È l’alternativa ai metodi polarizzanti o, al contrario,
assimilazionisti.

La transizione verso l’integrazione democratica richiede leggi di pace. La soluzione per una società democratica, inoltre, prevede la creazione di un’architettura e di un quadro giuridico nelle dimensioni politica, sociale, economica e culturale.

La causa principale di molti dei problemi e delle crisi odierni è l’assenza di uno stato di diritto democratico. Basiamo il nostro approccio su una soluzione giuridica inquadrata nella politica democratica. Abbiamo bisogno di un approccio che dia spazio a una società democratica, che dia spazio alla democrazia e che stabilisca solide garanzie giuridiche per essa.

La cittadinanza non dovrebbe basarsi sull’appartenenza a una nazione, ma sul legame con lo Stato. Sosteniamo una cittadinanza libera basata sulla libertà di religione, nazionalità e pensiero. Così come la religione e la lingua non possono essere imposte, nemmeno la nazionalità può esserlo. Una cittadinanza costituzionale, basata sui confini democratici e sull’integrità dello Stato, comprende il diritto di esprimere liberamente la propria religione, ideologia, identità ed esistenza nazionale, nonché il diritto di organizzarsi.

Oggi, nessun sistema di pensiero può sopravvivere senza basarsi sulla democrazia. Fluttuazioni, tensioni e crisi sono temporanee; la democrazia è ciò che in ultima analisi sarà permanente. Il nostro appello mira a trovare una soluzione al problema della convivenza e allo stato di crisi che genera, non solo in Turchia, ma in tutto il Medio Oriente. Difendiamo il diritto di tutti coloro che hanno subito ingiustizie a esistere ed esprimersi liberamente.

Le donne sono in prima linea tra le forze sociali senza le quali nessuna società o stato può esistere. Oggi, la violenza domestica, i femminicidi e l’oppressione patriarcale sono manifestazioni moderne dell’attacco storico iniziato con la schiavitù delle donne. Per questo motivo, le donne sono la componente più liberatrice e la forza trainante dell’integrazione democratica.

Il linguaggio del nostro tempo non può essere dittatoriale e autoritario. Dobbiamo fondamentalmente permettere all’altra parte di esprimersi correttamente, ascoltarla attentamente e darle l’opportunità di esprimere le proprie verità.

La comprensione di tutte queste questioni richiede una saggezza collettiva avanzata basata sul rispetto reciproco.

Con i miei migliori auguri,

ABDULLAH ÖCALAN

2/3/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/

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