Kosovo: la pulizia etnica dei cristiani in carta bollata

Una legge rischia di trasformare 10.000 serbi del Kosovo in «stranieri» a casa loro, mettendo a repentaglio scuole e ospedali.

Il Patriarca serbo-ortodosso ha lanciato un Sos ai grandi della terra: una legge appena entrata in vigore a Pristina sta costringendo a una scelta i pochi serbi rimasti nel territorio conteso. O rinunciano all’aiuto delle istituzioni della Serbia oppure se ne devono andare. In entrambi i casi, si tratta di una scelta senza via di ritorno, perché senza il sostegno sanitario, scolastico e amministrativo di Belgrado i serbi in Kosovo non sopravvivono. Approvata dal Parlamento kosovaro-albanese nel 2013, la Legge sugli stranieri è entrata in vigore in forma integrale il 15 marzo 2026. Su pressione dell’Unione europea, il giro di vite all’ultimo minuto è stato sospeso, seppur in modo parziale e temporaneo. Ma la legge resta in vigore, il futuro istituzionale delle scuole e degli ospedali serbi rimane irrisolto e la moratoria di 12 mesi è solo una misura transitoria, non una soluzione.


«La sopravvivenza del nostro popolo nella sua terra ancestrale, abitata da secoli, è in gioco». Il patriarca Porfirije, capo della Chiesa ortodossa serba, il 13 marzo 2026 è ricorso all’extrema ratio. Non sapendo più a chi appellarsi, ha scritto ai leader delle principali potenze mondiali: da Papa Leone XIV a Vladimir Putin, da Donald Trump a Emmanuel Macron, fino a Giorgia Meloni e al segretario generale Onu António Guterres.

Siamo abituati a pensare che la persecuzione dei cristiani e la loro espulsione silenziosa appartengano al Medio Oriente, all’Iraq, alla Siria, alle città devastate dalla guerra e dal fondamentalismo islamico. Siamo molto meno inclini ad ammettere che la pressione contro una presenza cristiana storica possa consumarsi nel cuore dell’Europa, sotto il linguaggio apparentemente neutro delle norme, delle procedure e dell’«allineamento». Eppure, è proprio questo il nodo kosovaro: quando la nuova misura amministrativa minaccia scuole, ospedali e 1.300 luoghi santi ortodossi, ciò che viene colpito è la continuità stessa di una comunità.

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Il nodo politico nasce qui. Il Kosovo, che ha proclamato unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia nel 2008 senza neppure un referendum, considera l’applicazione della nuova legge sugli stranieri un normale esercizio di sovranità statale. La realtà sul terreno è però molto più complessa. Decine di migliaia di serbi del Kosovo continuano a vivere dentro un sistema istituzionale parallelo sostenuto da Belgrado: utilizzano documenti serbi, ricevono stipendi dallo Stato serbo e lavorano in scuole, università, ospedali e servizi sociali che Pristina non riconosce.

La cosiddetta Legge sugli stranieri del Kosovo non è una norma nuova. Approvata nel 2013 (numero 04/L-219) e modificata nel 2019, è rimasta per anni applicata in modo parziale, soprattutto nelle aree a maggioranza serba. Dal 15 marzo 2026, però, Pristina ha deciso di farne valere integralmente le disposizioni, insieme alla normativa sui veicoli (numero 05/L-132 del 2017).

La legge sugli stranieri stabilisce che chiunque non possieda la cittadinanza kosovara e rimanga nel territorio per più di tre giorni debba registrarsi presso la polizia e ottenere un permesso di soggiorno basato su un titolo legale riconosciuto – lavoro, studio, ricongiungimento familiare o altre motivazioni previste dalla normativa. Per le autorità kosovare, chi non dispone di documenti rilasciati da Pristina – cittadinanza, carta d’identità o permesso di soggiorno – è dunque a tutti gli effetti uno straniero. In caso di mancata regolarizzazione sono previste sanzioni amministrative, limitazioni alla libertà di movimento, impossibilità di lavorare, fino al divieto di soggiorno, all’espulsione e al divieto di rientro nel territorio per un periodo che può arrivare fino a un anno.

Il problema nasce dal fatto che decine di migliaia di serbi del Kosovo vivono da oltre 15 anni in una vera e propria zona grigia giuridica, finora tollerata di fatto sia dalle autorità kosovare sia dalla comunità internazionale. I serbi kosovari usano documenti rilasciati dalla Serbia, ricevono stipendi da istituzioni finanziate da Belgrado e lavorano o studiano in strutture – università, scuole e ospedali – che non sono registrate nel sistema legale kosovaro.

Questo crea ciò che diversi osservatori definiscono una vera e propria trappola amministrativa: la legge richiede documenti rilasciati da istituzioni riconosciute da Pristina, ma le strutture nelle quali migliaia di serbi sono impiegati non possono produrli proprio perché il Kosovo non ne riconosce l’esistenza.

A complicare ulteriormente la situazione interviene la normativa sui veicoli, che limita a tre mesi l’uso nel territorio kosovaro di automobili registrate all’estero, in particolare in Serbia (come quelle che usano i kosovari serbi). In caso di violazione, la polizia può rimuovere il veicolo dalla circolazione, confiscare le targhe e, dopo 30 giorni, procedere al sequestro temporaneo del mezzo. Nelle enclave serbe, dove i trasporti pubblici sono quasi inesistenti e l’automobile rappresenta spesso l’unico mezzo per raggiungere scuole, ospedali o luoghi di lavoro, tale misura incide direttamente sulla vita quotidiana delle comunità.

La disparità di trattamento normativo rende il quadro ancor più cupo. Mentre per la legge sugli stranieri è stata ottenuta una tregua, il vicedirettore della Polizia del Kosovo, Elshani, ha confermato che dal 16 marzo l’applicazione della legge sui veicoli sarà totale, senza alcuna mitigazione transitoria. Questo contrasto rivela la selettività dell’intervento europeo: una protezione parziale per le persone, ma nessuna tutela scritta per i mezzi necessari a raggiungere scuole e ospedali, rendendo la moratoria sulla residenza un successo a metà.

Questa situazione si manifesta in modo molto diverso a seconda delle aree del territorio. La minoranza serba oggi conta circa 100.000 persone in tutto il Kosovo, distribuite tra il territorio a Nord attorno a Kosovska Mitrovica e una serie di enclave sparse nel Sud.

A Nord, le quattro municipalità serbe rappresentano ancora oggi l’ossatura stessa della vita quotidiana per circa 40-50.000 residenti serbi. Qui la popolazione dipende in larga parte da istituzioni finanziate da Belgrado e una larga fetta utilizza esclusivamente documenti serbi. A Sud, dove le enclave serbe sono più piccole e disperse, la situazione è diversa. Una parte significativa della popolazione serba si è piegata, dotandosi di documenti kosovari e accettando di avere rapporti più stretti con le istituzioni di Pristina.

Se il Nord è politicamente più rumoroso, è nel Sud dei monasteri e delle enclave che si gioca la partita più silenziosa e drammatica. Qui vive la maggioranza dei serbi del Kosovo, in comunità più isolate e vulnerabili, prive del peso istituzionale di Mitrovica. È in queste terre, interamente circondate da territori a maggioranza albanese, che sorgono i pilastri della fede ortodossa: il Patriarcato di Peć, il «Vaticano serbo-ortodosso», e il monastero di Dečani, patrimonio Unesco protetto dai militari della Kfor da oltre 26 anni. Quando il Patriarca scrive al Papa, ha in mente questi luoghi di preghiera ininterrotta da sette secoli, dove anche i monaci – custodi di una presenza millenaria – ricadono oggi sotto le maglie della legge sugli stranieri.

Nonostante le rassicurazioni del premier kosovaro-albanese Albin Kurti, secondo le stime più attendibili, circa 10.000 lavoratori, soprattutto nei settori dell’istruzione e della sanità, potrebbero essere direttamente toccati dalla nuova applicazione della legge. Tra loro vi sono docenti universitari, insegnanti, medici e personale sanitario che garantiscono servizi essenziali alle comunità serbe.

Solo all’Università di Pristina con sede a Kosovska Mitrovica studiano circa 7.000 studenti, mentre tra i 1.180 docenti e dipendenti almeno 550 non possiedono documenti kosovari e rischiano quindi di trovarsi improvvisamente privi di status legale riconosciuto. Quanto al sistema scolastico, gli alunni serbi in Kosovo sono 16.500, distribuiti in 71 scuole primarie e 29 secondarie.

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In termini formali, il Kosovo sta chiedendo ai serbi del Nord di fare ciò che molti serbi del Sud hanno già fatto: ottenere documenti kosovari, registrarsi presso le istituzioni del Kosovo e ricondurre la propria vita lavorativa e residenziale all’interno del quadro legale kosovaro. Tuttavia, ci sono dei distinguo da fare. A Sud sono presenti piccole enclave. Il Nord ospita invece l’università, il principale ospedale serbo e l’infrastruttura istituzionale critica che rende la vita della comunità serba in Kosovo sostenibile come esistenza collettiva, piuttosto che come una serie di scelte personali isolate. Per la comunità serba, non si tratta di una questione di documenti. È una questione di capire se rimanga ancora qualcosa per cui valga la pena di restare in Kosovo.

1999: pace solo sulla carta

Per comprendere perché l’applicazione della legge sugli stranieri venga percepita dalle comunità serbe non come una normale misura amministrativa, ma come una minaccia esistenziale, bisogna ricordare la condizione in cui la comunità serba del Kosovo si trova da oltre 25 anni. Già durante e soprattutto all’indomani della guerra del 1999, la popolazione serba del territorio fu investita da un’ondata di violenze, omicidi, intimidazioni e fughe che ne ridusse drasticamente la presenza.

Dopo il ritiro delle forze jugoslave e l’ingresso della Kfor nel giugno 1999, il Kosovo non conobbe la pace promessa. Per molti serbi, rom e altre minoranze non albanesi iniziò invece una stagione di violenze. Gruppi armati legati all’Uck (l’Esercito di liberazione del Kosovo) presero di mira civili, abitazioni e luoghi di culto, mentre migliaia di persone venivano minacciate, rapite o costrette ad abbandonare le proprie case sotto gli occhi della Nato e dell’Onu dispiegate sul territorio.

In quei mesi si registrarono omicidi, sequestri e attacchi sistematici contro la popolazione serba rimasta. Nemmeno i monasteri furono risparmiati: tra le vittime vi furono anche religiosi ortodossi, tra cui due monaci uccisi da membri dell’Uck. Uno di questi, decapitato. Parallelamente si sviluppò una campagna di devastazione contro il patrimonio religioso: nel complesso, dopo il 1999, oltre 150 chiese e monasteri ortodossi furono distrutti o gravemente danneggiati in Kosovo.

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Oggi, quattro leader dell’Uck sono sotto processo all’Aja: Hashim Thaçi (ex presidente del Kosovo), Kadri Veseli (ex presidente del Parlamento), Rexhep Selimi e Jakup Krasniqi. Sono accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità (omicidi, torture, persecuzioni, detenzioni illegali) commessi tra il 1998 e il 1999 durante e dopo il conflitto in Kosovo contro civili (serbi, rom, albanesi dissidenti). Nel febbraio 2026, il processo principale si è concluso con le arringhe finali, con l’accusa che ha chiesto 45 anni di carcere per ciascuno. In totale, 180 anni. In Kosovo ci sono state proteste di massa a loro sostegno.

Le organizzazioni internazionali presenti sul territorio riconobbero rapidamente la gravità della situazione. Human Rights Watch documentò minacce dirette contro serbi e rom affinché lasciassero il Kosovo e non vi facessero ritorno. L’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu e l’Osce registrarono un esodo di circa 200.000 persone verso la Serbia centrale e altri Paesi dei Balcani. Per chi rimase, la vita si ridusse spesso a un assedio in poche enclave protette da contingenti militari internazionali, con libertà di movimento limitata e sicurezza precaria.

Anche Bernard Kouchner, allora capo dell’amministrazione civile delle Nazioni Unite in Kosovo, ammise pubblicamente la gravità degli attacchi contro le minoranze nei mesi successivi alla guerra, riconoscendo che la missione internazionale non era riuscita a impedire le violenze e le vendette contro la popolazione serba rimasta.

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Marzo 2004: «La notte dei cristalli»

Questa lunga sequenza di esodi e isolamento rese la comunità serba particolarmente vulnerabile. Ed è proprio su questa fragilità che, nel marzo 2004, si abbatté una nuova ondata di violenze. In quei giorni, sempre sotto gli occhi della Nato e dell’Onu, i pogrom albanesi contro i serbi del Kosovo incendiarono case, distrussero chiese e costrinsero altre migliaia di persone alla fuga. Quelle giornate passarono alla storia come «la notte dei cristalli del Kosovo».

Secondo i dati raccolti da organizzazioni internazionali e missioni presenti sul territorio, oltre 4.000 serbi furono costretti a lasciare le proprie case durante quei giorni di violenze. In totale, 35 chiese e monasteri ortodossi furono distrutti o gravemente danneggiati, molti dei quali parte integrante del patrimonio storico e culturale dei Balcani. Le immagini delle chiese in fiamme, dei cimiteri devastati e dei villaggi abbandonati fecero il giro del mondo, sollevando interrogativi sulla capacità delle forze internazionali presenti in Kosovo di garantire la sicurezza delle minoranze.

Gli eventi del marzo 2004 segnarono un punto di svolta. Per molti serbi del Kosovo, quelle giornate rappresentarono la conferma della difficoltà di costruire una convivenza stabile dopo il conflitto. In molte aree le comunità rimaste si ritrovarono progressivamente più isolate, concentrate in enclave protette e sempre più dipendenti da strutture sociali e istituzionali su base etnica.

È proprio da quel momento che prende forma una delle dinamiche che ancora oggi caratterizza il Kosovo: la progressiva separazione tra comunità e la formazione di spazi sociali e amministrativi distinti, in cui scuole, ospedali e istituzioni continuano spesso a funzionare secondo logiche diverse. Comprendere questa frattura è essenziale per capire perché questioni amministrative, come documenti, targhe o registri civili, possano trasformarsi, ancora oggi, in crisi politiche di grande portata.

Nel complesso, a 27 anni dalla guerra, il numero delle persone originarie del Kosovo ancora registrate come sfollate rimane molto elevato. Secondo dati dell’Alto commissariato per i rifugiati, oltre 200.000 persone provenienti dal Kosovo, in netta maggioranza serbi, risultano ancora in Serbia, mentre migliaia vivono tra Montenegro e altre aree della regione.

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Dalle enclave alla battaglia amministrativa

Nel corso degli anni successivi al 2004, e ancor più dopo la proclamazione unilaterale dell’indipendenza del Kosovo nel 2008, la vita delle comunità serbe rimaste nel territorio si è progressivamente concentrata in poche aree. Il Nord del Kosovo e le enclave nel Sud sono diventati gli spazi in cui la presenza serba continua a resistere, spesso grazie a un equilibrio fragile tra istituzioni locali, strutture parallele sostenute da Belgrado e presenza internazionale.

Scuole e ospedali hanno assunto un ruolo cruciale. Non sono soltanto servizi pubblici, ma veri e propri pilastri della sopravvivenza delle comunità. Le scuole permettono la trasmissione della lingua e della cultura serba e gli ospedali garantiscono assistenza sanitaria in aree dove l’accesso alle cure può essere negato ai serbi. Per questo motivo medici, insegnanti e personale sanitario rappresentano figure fondamentali nella vita quotidiana delle enclave. E ora si troveranno improvvisamente di fronte a restrizioni sulla residenza, sul lavoro o sulla libertà di movimento.

Tuttavia, le scuole del sistema serbo, finanziate e accreditate tramite Belgrado, operano interamente al di fuori del quadro educativo ufficiale del Kosovo. I loro diplomi non sono riconosciuti dalle istituzioni di Pristina e i loro insegnanti non possono ottenere l’autorizzazione al lavoro in Kosovo, proprio perché le istituzioni stesse sono prive di accreditamento kosovaro.

Negli ultimi anni, il confronto tra Belgrado e Pristina si è spostato sempre più spesso su terreni apparentemente tecnici: documenti d’identità, registri civili, targhe automobilistiche, residenza. Questioni amministrative che, nel contesto del Kosovo, assumono immediatamente un significato politico più ampio. Dietro ogni documento, si nasconde la questione della sovranità statale e del riconoscimento dell’autorità delle istituzioni.

È proprio in questo quadro che si inserisce la nuova fase di applicazione della Legge sugli stranieri. Mentre per la normativa sui cittadini senza documenti kosovari è stata ottenuta una tregua, il vicedirettore della Polizia del Kosovo per la regione del Nord, Veton Elshani, ha confermato che dal 16 marzo la legge sui veicoli entrerà in vigore senza periodi di transizione.

Pressioni dell’Unione Europea

La mattina del 14 marzo, il Rappresentante speciale dell’Ue per il dialogo Kosovo-Serbia, Peter Sørensen, ha tenuto un incontro d’emergenza a Pristina con il Primo ministro Albin Kurti e il Capo dell’ufficio Ue in Kosovo. Il risultato è stato una sospensione parziale e temporanea delle conseguenze immediate più severe della legge sugli stranieri. Il governo del Kosovo ha accettato di concedere una tregua temporanea ai membri della comunità serba che non possiedono documenti kosovari. Gli operatori serbi che operano nei settori dell’Istruzione e della Sanità, così come gli studenti, potranno ottenere un permesso di soggiorno temporaneo con una durata iniziale di 12 mesi e il riconoscimento delle carte d’identità in loro possesso, in attesa di una soluzione definitiva.

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Inoltre, il governo di Pristina ha annunciato l’apertura di una nuova finestra di tre mesi per consentire ai cittadini di nazionalità serba di registrare gli atti civili che, fino al 15 marzo 2026, erano stati registrati da quelle che Kurti ha definito «strutture illegali». In questi tre mesi, ai richiedenti sarà permesso di utilizzare, esclusivamente come mezzo di identificazione, le carte d’identità rilasciate da tali strutture.

La dichiarazione pubblica di Sørensen ha chiarito che quest’accordo è stato il frutto di intense pressioni da parte dell’Ue durate varie settimane. L’Unione Europea ha dichiarato di considerare una priorità assoluta che il governo del Kosovo garantisca i permessi di soggiorno ai lavoratori e agli studenti interessati per un periodo iniziale di 12 mesi, al fine di prevenire qualsiasi interruzione dei servizi sanitari ed educativi. Ha anche chiesto a Pristina di consentire l’uso delle carte d’identità rilasciate dalla Serbia entro il 15 marzo 2026 ai residenti in Kosovo come mezzo di identificazione per le procedure amministrative.

Il capo della diplomazia europea, Kaja Kallas, ha accolto con favore quello che ha definito un progresso importante nell’interesse dell’intera popolazione del Kosovo, affermando che tali sviluppi danno un nuovo slancio al dialogo tra Belgrado e Pristina. Il presidente serbo Aleksandar Vučić ha descritto la decisione come un sollievo per i serbi del Kosovo.

Eppure, in Kosovo una larga parte della società civile serba ha accolto tali commenti con disappunto. Il Movimento per la Difesa del Kosovo e Metohija, un’organizzazione della società civile serba, ha pubblicato il 15 marzo un duro comunicato. L’argomentazione del comunicato riflette un’opinione ampiamente diffusa tra i serbi che seguono con attenzione la questione kosovara. La sua tesi centrale è che l’accordo Sørensen-Kurti non mette in discussione in alcun modo il piano di trasferimento delle istituzioni educative e sanitarie serbe nel quadro istituzionale del Kosovo. Ne definisce semplicemente la tabella di marcia.

Il comunicato richiama le parole dello stesso Sørensen, in cui l’inviato Ue afferma esplicitamente che l’integrazione delle istituzioni sanitarie ed educative serbe nel quadro del Kosovo è «pienamente in linea con i precedenti accordi del Dialogo e con altri impegni dell’Ue e regionali». In quest’ottica, i permessi di soggiorno transitori di 12 mesi non costituiscono una protezione delle istituzioni serbe, bensì il meccanismo amministrativo per un processo di assorbimento concordato preventivamente tra le autorità albanesi del Kosovo, i rappresentanti dell’Ue e il governo serbo, in una serie di incontri il cui contenuto non è stato comunicato in modo trasparente all’opinione pubblica serba.

Il comunicato osserva con amarezza che l’opinione pubblica serba ha appreso decisioni di importanza esistenziale per la propria comunità attraverso le dichiarazioni pubbliche di due partecipanti non serbi, Sørensen e Kurti, con i rappresentanti del governo serbo che hanno successivamente fornito quella che il Movimento descrive come un’interpretazione parziale e fuorviante. L’organizzazione rivolge inoltre aspre critiche allo stesso governo serbo, sostenendo che la posizione negoziale di Belgrado si sia ridotta a una successiva concessione dell’ultima presenza istituzionale serba in Kosovo, mascherata da successo diplomatico.

In effetti, il ruolo di Bruxelles appare quasi contraddittorio. Nello stesso incontro, il rappresentante Sørensen ha agito contemporaneamente come scudo della comunità serba, ottenendo i 12 mesi di moratoria, e come garante istituzionale di quell’integrazione nel sistema di Pristina che la comunità serba teme. L’Ue si fa quindi custode di una tregua temporanea, ma ribadisce il pieno sostegno a un processo che potrebbe avere gravi conseguenze per gli stessi serbi.

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Monito della Chiesa serbo-ortodossa

L’appello del patriarca Porfirije ai leader del mondo porta alla luce ciò che l’Europa continua a non voler guardare. È il segno di una soglia che, agli occhi della Chiesa ortodossa serba e di una parte crescente della popolazione serba del Kosovo, è ormai stata raggiunta. Quando il capo spirituale di una comunità sente il bisogno di uscire dal linguaggio ecclesiastico per entrare in quello dell’allarme politico e civile significa che ciò che è in discussione non è più soltanto un assetto giuridico.

Ancora più significativo è il fatto che la Chiesa ortodossa serba, e in particolare le comunità monastiche del Kosovo, tradizionalmente non partecipino alla vita politica. I monaci non votano, non prendono parte alle competizioni elettorali e raramente intervengono nel dibattito pubblico. Se oggi perfino da quei monasteri, custodi di una presenza cristiana millenaria, si leva un appello ai leader del mondo, significa che in Kosovo la questione ha ormai superato il piano delle formule giuridiche.

Per i serbi del Kosovo la questione non riguarda semplicemente documenti o permessi di soggiorno. Riguarda la possibilità di mantenere aperte le scuole, far funzionare gli ospedali, garantire istruzione, cure e continuità sociale nelle enclave rimaste. In altre parole, riguarda la possibilità stessa che una comunità continui a esistere.

Per questo la vicenda del Kosovo non è soltanto l’ennesimo contenzioso balcanico. Interroga direttamente l’Europa sul significato reale delle parole con cui ama definirsi: tutela delle minoranze, libertà religiosa, convivenza, diritti fondamentali… Se questi principi cessano di proteggere proprio chi ne avrebbe più bisogno, smettono di essere principi e diventano una liturgia vuota.

E se, nel cuore dell’Europa, un popolo dovesse essere progressivamente privato delle condizioni minime per restare nella terra dei propri antenati – attraverso procedure, permessi e norme – allora non assisteremmo a un trionfo dello stato di diritto. Assisteremmo a una delle forme più rispettabili e inquietanti dello sradicamento contemporaneo. Nel frattempo, i serbi del Kosovo si sentono sempre più soli.

Maria Pappini

16/3/2026 https://krisis.info/

Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

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