La censura dei social media contro i contenuti sulla Palestina e su Gaza. Il caso Meta

Profili sospesi, post cancellati o resi invisibili: la voce dei palestinesi e di chi si esprime su Gaza e i Territori è sempre più esposta a tentativi discriminatori di censura. Ma non è una novità, spiega Mona Shtaya, esperta di diritti online. Intanto le stesse piattaforme non fanno nulla per limitare i discorsi d’odio di politici e coloni israeliani

Il conflitto tra israeliani e palestinesi, in questi giorni più che mai, è anche digitale e social. Profili sospesi, contenuti cancellati, fino al cosiddetto shadow ban, stanno colpendo i palestinesi o chi diffonde contenuti su Gaza e Palestina, in particolare sui social media di Meta, ovvero Facebook, Instagram, Messenger e WhatsApp. Ma non solo. Tanto che sempre più spesso si vedono post con le parole Giza, G@z@, P7l3st1nA e altri termini quasi illeggibili, usati per cercare di aggirare quello che pare proprio un tentativo di censura. Ma il problema non inizia ora, spiega Mona Shtaya, borsista non residente presso il Tahrir Institute for Middle East Policy ed esperta di diritti digitali e censura online.

Che cosa sta succedendo in particolare con Meta e da quando esiste questo problema?
MS Quella con Meta è una battaglia che va avanti da diversi anni. Tuttavia dal 7 ottobre (quando Hamas ha attaccato Israele, uccidendo 1.300 persone ed è iniziata la rappresaglia su Gaza, che al 10 novembre ha provocato 11mila vittime palestinesi), abbiamo assistito a un aumento delle violazioni nel campo dei diritti digitali, non solo nei social di Meta, anche se sono quelli che la maggior parte dei palestinesi usa. Ci sono diverse violazioni, che principalmente vengono attuate in due modi. Il primo è la soppressione delle voci palestinesi, attraverso la censura dei contenuti online: così facendo, si opprime la narrativa palestinese, impedendone la diffusione nel mondo. L’altro è consentire informazioni e utilizzare in modo fuorviante l’incitamento all’odio e il discorso violento da parte degli israeliani sui social media, diffondendo gli stereotipi, in particolare dei politici di Israele, contro i palestinesi. Hanno descritto i palestinesi come “animali umani” e le piattaforme non hanno preso alcuna misura contro questo contenuto, tanto che è ancora online e viene utilizzato per disumanizzare i palestinesi. 

Era già successo qualcosa di simile con l’ultima offensiva contro Gaza, giusto?
MS Sì, nel maggio del 2021 c’era stato un giro di vite sui diritti digitali palestinesi e su come le piattaforme in generale e Meta in particolare stavano censurando le voci palestinesi. Nel settembre del 2022 uno studio ha dimostrato quello che noi ricercatori dicevamo, cioè che le politiche di moderazione di Meta sono prevenute contro i palestinesi, i cui contenuti vengono eccessivamente moderati, a differenza di quelli ebraico-israeliani. Da allora Meta ha affermato che stava lavorando sulle raccomandazioni fornite, ma con le escalation attuali possiamo vedere gli stessi identici problemi, il che significa che c’è un fallimento della piattaforma nella tutela dei propri utenti in questa parte del mondo. Non investono risorse sufficienti: fondamentalmente, stanno investendo in base alle dimensioni del mercato e non al rischio valutato e questo è il loro problema principale. Invece, quando si tratta dei Paesi del Nord del mondo, investono risorse, perché lì hanno questioni giuridicamente vincolanti. L’altra cosa da tener presente è quello che chiamano “problemi tecnici” o “bug tecnici”, ogni volta che ci sono determinate azioni che discriminano i palestinesi. Di recente è successo che quando si cercava la parola “palestinese” o “ragazzo musulmano palestinese” su WhatsApp compariva un Emoji con un ragazzo armato. 

L’ho letto, ma in Italia non succede, ho provato.
MS Perché l’hanno sistemato. Il report è uscito mentre stavano lavorando per risolvere il problema e quando sono stati intervistati dal Guardian, hanno detto che ne erano a conoscenza e lo stavano risolvendo. Esattamente come il problema legato a quando alcuni utenti mettevano nella loro biografia su Instagram la bandiera palestinese con la parola alhamdulillah, che significa “grazie a Dio”. Quando facevano clic per tradurre la biografia, appariva “terrorista palestinese”. 

Ancora oggi?
MS No, hanno detto che era un bug e l’hanno risolto. Quindi, stiamo parlando di un’azione sistematica che discrimina i palestinesi e contribuisce sostanzialmente a disumanizzarli, etichettandoli e stereotipizzandoli. 

Quanto interviene direttamente il governo israeliano in questa censura?
MS Nel 2015 il governo del Paese ha istituito l’unità Cyber israeliana, che fondamentalmente lavora per monitorare i contenuti palestinesi e invia decine di migliaia di richieste alle piattaforme social, per farli rimuovere. Le piattaforme non sono molto trasparenti riguardo al numero di richieste che ricevono, tuttavia l’unità informatica israeliana ha affermato che approvano dall’87% al 90% delle loro richieste, il che sostanzialmente significa che rimuovono quei contenuti. 

In Italia molti si lamentano che in questi giorni se scrivono “Gaza” o “Palestina” nei loro post, questi non vengono visti: è vero?
MS È qualcosa chiamato shadow ban e sta accadendo realmente. Personalmente mi è successo con l’account Instagram, dopo aver pubblicato un video sulla censura sistematica della piattaforma sui palestinesi. Quel video ha avuto oltre 150mila visualizzazioni e oltre 100mila persone raggiungibili; il post successivo è stato addirittura condiviso più di quel video e ha avuto un numero enorme di interazioni e like, ma tuttavia, le persone raggiungibili non hanno superato le 1.500. Cioè, circa il 1,5% del precedente post, anche se i numeri erano più alti. Quindi anche io sto lottando con questo fenomeno, come altri palestinesi o persone che usano la parola “Palestina” o “Gaza” o qualunque cosa riguardi l’escalation in corso. È una delle violazioni: anche se non rimuovono i tuoi contenuti, limitano la tua visibilità e l’accesso ai tuoi tuoi post. È così che ti mettono a tacere, tatticamente e con tatto. 

Esiste un modo per aggirare questa censura?
MS Le persone adottano alcune tattiche, i palestinesi di solito mettono lettere inglesi tra le lettere arabe o creano spazi o qualcosa del genere. 

Funziona?
MS Sul breve termine, se vuoi che il contenuto venga visualizzato, sì. Tuttavia, dal punto di vista dell’accesso alle informazioni, se si dividono le lettere e qualcuno vuole vedere che cosa sta succedendo in Palestina e cerca la parola “Palestina”, non trova quello che è stato scritto. Inoltre, se la macchina impara come stai cambiando la scrittura, può anche essere addestrata sulle tue tattiche. Capisco perché la gente lo fa, ma non credo sia così positivo. Se ricevi uno shadow ban, i tuoi contenuti non verranno notati e se sei un giornalista che sta cercando informazioni sulla Palestina, se viene scritto in maniera diversa, non potrai accedere alle informazioni. E questa è una cosa importante, quando parliamo di censura. Io credo fermamente negli investimenti a lungo termine e nel cambiamento, ecco perché mi occupo di politica e advocacy ed esorto le piattaforme a cambiare le loro politiche, per essere inclusive e semplicemente per avere uno spazio aperto per tutti gli utenti. 

Parliamo solo di Meta o in generale?
MS Parlo in generale, perché anche altre piattaforme censurano: Tik Tok lo ha fatto con la testata Mondoweiss. Parlando di Cisgiordania, per esempio, i coloni israeliani utilizzano app di messaggistica, come Telegram e WhatsApp, per organizzare attacchi mortali contro i palestinesi. E questo non è un fenomeno nuovo. È accaduto anche nel 2021 e lo abbiamo segnalato alle piattaforme, ma non hanno preso alcuna misura. È successo a Huwara e sta ancora accadendo: ci sono gruppi estremi di coloni su WhatsApp e su Telegram, che sostanzialmente si stanno organizzando per attaccare i palestinesi e diverse città. 

C’è anche un problema di antisemitismo.
MS Certo. Non investire abbastanza risorse per combattere la disinformazione e l’istigazione colpisce entrambe le parti e non solo in Palestina e in Israele. Abbiamo visto persone bruciare una sinagoga a Tunisi, a causa della diffusione dell’antisemitismo. Abbiamo anche visto un bambino palestinese americano, di sei anni, essere ucciso negli Stati Uniti, sulla base di queste conversazioni estremiste. Quindi non stiamo parlando solo di un lato. Parliamo sostanzialmente di una mancanza di investimenti e di misure per proteggere le persone nella nostra regione. 

Anna Maria Selini

10/11/2023 https://altreconomia.it/

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