La generazione che ha impedito uno strappo costituzionale
La netta vittoria del NO al referendum ha evitato che il Paese scivolasse verso un rischio concreto, benché mai dichiarato apertamente: una riforma costituzionale capace di alterare l’equilibrio tra politica e giurisdizione, aprendo la strada a una progressiva politicizzazione dell’azione penale. Un rischio reale, percepibile nelle scelte procedurali della maggioranza di governo e nelle sue ambiguità comunicative: tra dichiarazioni rassicuranti e “scivoloni” rivelatori di ben altri fini. Un quadro in cui: un Ddl di riforma costituito da un testo blindato, un confronto interno inesistente, l’esclusione preventiva delle opposizioni, un dibattito pubblico impoverito e incapace di restituire la complessità del tema, in aggiunta a reiterate ed improvvide dichiarazioni dello stesso Ministro della Giustizia, hanno finito con il rappresentare una lunga serie di veri e propri autogol. Il voto popolare ha quindi impedito che un intervento di tale rilevanza venisse portato avanti in assenza di un progetto chiaro, di un’elaborazione condivisa e di un processo deliberativo all’altezza della delicatezza costituzionale in gioco, preservando così un equilibrio che non può essere modificato per impulso politico o per convenienza contingente.
I punti di partenza avrebbero dovuto essere altri: le difficoltà strutturali della giustizia italiana, la complessità dell’azione penale, la necessità di riforme serie e ponderate. Il Paese avrebbe meritato un confronto sulle priorità reali: la durata dei processi, la scarsità di risorse, la disomogeneità delle prassi, la gestione delle procure, la trasparenza delle comunicazioni giudiziarie, il rapporto tra obbligatorietà dell’azione penale e criteri di priorità. Invece, la maggioranza ha scelto una di procedere come un rullo compressore, blindando il testo, evitando perfino un dibattito interno, escludendo a priori qualsiasi confronto con le opposizioni. Il risultato è stato un percorso parlamentare che ha trasformato una riforma costituzionale in un atto di forza politica, sottraendola a quel metodo deliberativo che dovrebbe essere la regola quando si interviene sulla Carta. L’obbligatorietà dell’azione penale, spesso evocata in modo improprio nel dibattito pubblico, non è un tecnicismo, ma una garanzia democratica che impedisce che la persecuzione dei reati diventi selettiva, discrezionale, esposta alle pressioni del potere politico o alle convenienze del momento. Una sua revisione richiederebbe un’analisi rigorosa, capace di distinguere tra esigenze di efficienza e rischi di subordinazione. Nulla di tutto questo è avvenuto: la riforma proposta non affrontava il nodo, lo aggirava. E lo faceva senza un confronto con chi, nella magistratura e nell’accademia, studia da decenni i limiti e le potenzialità del sistema.
In assenza di un confronto tecnico, il dibattito si è rapidamente spostato sul terreno politico, e in questo vuoto si sono inseriti eccessi e scivoloni che hanno ulteriormente avvelenato la discussione. Molti sostenitori del SÌ hanno adottato argomentazioni che nulla avevano a che vedere con il contenuto del referendum, trasformando una questione di architettura istituzionale in una battaglia identitaria contro la magistratura. Il livello del discorso si è abbassato fino a diventare una sequenza di slogan, casi limite, esempi impropri, evocazioni emotive e riferimenti a vicende giudiziarie che non avevano alcun rapporto con la riforma proposta.
La situazione è precipitata quando è intervenuta direttamente la Presidente del Consiglio, acuendo lo scontro, inasprendo il confronto politico ed esasperando i toni del dibattito già apertamente polemici. Sono stati portati avanti esempi che nulla avevano a che vedere con la materia del referendum: il caso Tortora, la vicenda degli stranieri rimpatriati dall’Albania perché il trasferimento era stato ritenuto illegittimo da un magistrato, episodi di cronaca nera come Garlasco, o casi drammatici come quello dei cosiddetti “bambini del bosco”. Si è arrivati perfino a sostenere che la vittoria del SÌ non avrebbe più consentito la scarcerazione e la sostanziale impunità degli immigrati irregolari, degli autori di violenze sessuali e dei responsabili di reati gravi. Come se la riforma costituzionale avesse il potere di modificare la disciplina della custodia cautelare o di riscrivere il codice penale.
In questo clima già distorto, hanno pesato anche alcune infelici dichiarazioni di esponenti della stessa maggioranza. L’ineffabile Ministro degli Esteri, ad esempio, nel corso di un’intervista televisiva, è arrivato fino al punto di sostenere che:” l’attuale ordinamento giudiziario è ancora quello voluto dal fascismo, cioè il processo dove l’imputato è considerato colpevole, dove c’è………”. Un’affermazione giuridicamente insostenibile, storicamente inattendibile e clamorosamente sbagliata: infatti, la Costituzione repubblicana, all’articolo 27, stabilisce che “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. E questo è uno dei cardini del sistema penale, non un dettaglio. Attribuire poi al fascismo ciò che è invece frutto della scelta costituente antifascista significa confondere la propaganda con l’analisi e alimentare un clima di delegittimazione delle garanzie fondamentali. Erano, evidentemente, affermazioni prive di fondamento, ma utili a costruire una narrazione emotiva, a mobilitare consenso e a trasformare un quesito tecnico in un referendum pro o contro la magistratura. La propaganda ha così finito per costruire un immaginario distorto, in cui il referendum veniva presentato come la soluzione a problemi che nulla avevano a che vedere con la riforma costituzionale. Si è assistito a un uso sistematico della paura: la paura del crimine, la paura dell’immigrazione, la paura dell’arbitrio giudiziario. Un repertorio emotivo che ha sostituito l’analisi, trasformando un tema di equilibrio istituzionale in un plebiscito identitario.
Altrettanto significativo, in questo senso, il patetico rimprovero che – nel corso di in un collegamento video durante un convegno della Lega in Calabria – una nota ex magistrata del Tribunale per i Minorenni di Roma, Simonetta Matone, rivolgeva al Ministro della Giustizia. Ella definiva “folli” alcune dichiarazioni pubbliche di Nordio e aggiungeva che certe cose “si pensano ma non si dicono”. Un’affermazione che ha suscitato sorpresa e imbarazzo, perché suggeriva l’idea che la riforma della giustizia potesse essere discussa in sedi informali, lontano dal dibattito pubblico, come se la trasparenza fosse un optional e non un dovere istituzionale
E’ in questo clima manipolato, segnato da slogan e semplificazioni, nel quale il dibattito pubblico aveva smarrito ogni connessione con la realtà giuridica, che è emerso un elemento che nessuno aveva realmente previsto: la consapevole partecipazione dei giovani. Per settimane si era ripetuto che la generazione più giovane sarebbe rimasta ai margini, disinteressata a un referendum percepito come tecnico e lontano dalle loro priorità. E invece proprio loro, i meno corteggiati dalla politica e i più spesso ignorati nel discorso pubblico, hanno espresso un voto netto, lucido, sorprendentemente maturo. Il NO dei giovani non è stato un gesto identitario, ma un atto di responsabilità istituzionale: la difesa di un equilibrio costituzionale che non volevano vedere alterato da una riforma percepita come imposta dall’alto e priva di un vero confronto democratico.
Il dato più rilevante non è solo la percentuale, ma il significato politico di quella scelta. I giovani hanno rifiutato la narrazione che riduceva il referendum a una battaglia contro la magistratura o a un plebiscito sulla sicurezza. Hanno respinto gli slogan che promettevano risultati impossibili – l’incarcerazione automatica degli irregolari, la fine dei casi di cronaca nera, la soluzione miracolosa di problemi complessi – e hanno scelto di guardare alla sostanza: una riforma costituzionale che avrebbe inciso sull’equilibrio dei poteri senza affrontare le vere criticità della giustizia. In questo senso, il loro voto è stato un gesto di lucidità politica, un rifiuto della propaganda e un richiamo alla serietà del dibattito pubblico.
La partecipazione giovanile ha rappresentato dunque un elemento di rottura rispetto alle aspettative della vigilia. Non era affatto prevedibile che la maggioranza dei giovani votasse NO: la storia recente delle consultazioni referendarie mostrava un coinvolgimento spesso modesto, e la complessità del quesito lasciava presagire un distacco ancora maggiore. E invece proprio loro hanno scelto di intervenire, di prendere posizione, di difendere la Costituzione da una modifica percepita come affrettata e non sufficientemente discussa. È un segnale che merita di essere colto: quando la politica abdica al confronto, sono le nuove generazioni a ricordare che la democrazia non è un automatismo, ma un esercizio di responsabilità.
Il loro voto ha avuto un valore non solo numerico, ma simbolico. Ha mostrato che esiste una generazione capace di distinguere tra riforma e propaganda, tra critica legittima e delegittimazione, tra esigenza di efficienza e rischio di subordinazione politica. Una generazione che non accetta che la Costituzione venga modificata a colpi di maggioranza, che non si lascia trascinare da narrazioni emotive, che non confonde la sicurezza con la compressione delle garanzie. In un Paese spesso descritto come ripiegato su sé stesso, il voto dei giovani ha rappresentato un atto di fiducia nelle istituzioni, non nella politica contingente, ma nella struttura profonda della democrazia.
In questo contesto, il NO ha rappresentato un argine. Non ha risolto i problemi della giustizia italiana, ma ha impedito che venissero affrontati con strumenti sbagliati e con una retorica fuorviante. Ha evitato che una riforma costituzionale venisse approvata a colpi di maggioranza, senza un confronto serio, senza un ascolto delle parti sociali, senza un dibattito pubblico informato. Ha impedito che la giustizia penale diventasse un terreno di competizione politica, come accade in ordinamenti dove la discrezionalità dell’azione penale è usata per costruire consenso, per indirizzare l’opinione pubblica e salvaguardare le classi dirigenti e politiche. In definitiva, ha confermato e preservato l’idea che la giustizia penale debba rimanere un potere separato, non un’estensione del potere esecutivo.
Il successo del NO non può però essere interpretato come un rifiuto di ogni riforma. Al contrario, rappresenta un invito a ripartire dal metodo: dalla trasparenza, dal confronto, dall’ascolto delle competenze. La giustizia italiana ha bisogno di interventi profondi, ma non di scorciatoie. Ha bisogno di risorse, di organizzazione, di digitalizzazione, di una revisione seria delle priorità dell’azione penale, non di riforme costituzionali costruite per esigenze di consenso. Il referendum ha ricordato che la politica può e deve riformare, ma non può farlo sacrificando l’equilibrio dei poteri.
Il referendum, dunque, se ha chiuso una stagione di tensioni, ha posto un problema ineludibile: dimostrare che si può riformare la giustizia senza trasformare la Costituzione in un terreno di scontro, senza usare la giurisdizione come bersaglio politico. La sfida ora è ricostruire un dibattito serio, sobrio, rispettoso della complessità, capace di affrontare i problemi reali senza sacrificare i principi fondamentali. Il NO ha evitato un danno; ora spetta alla politica dimostrare di saper costruire una soluzione, senza indebolire ciò che ci protegge.
Renato Fioretti
Collaboratore redazionale del mensile Lavoro e Salute
3/4/2026










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