La Giornata della Vittoria e la storia riscritta

di Marco Pondrelli

Ieri è stato celebrato la Giornata della Vittoria. Eppure, dopo ottant’anni di narrazione hollywoodiana, per molti è diventato quasi naturale immaginare la Seconda guerra mondiale come un conflitto combattuto esclusivamente tra gli Stati Uniti e la Germania nazista. È lo stesso vuoto storico che porta oggi il Parlamento europeo ad accusare l’Unione Sovietica di corresponsabilità nello scoppio della guerra, riducendo tutto al patto Molotov-Ribbentrop e cancellando deliberatamente ciò che lo precedette.

Solo chi ignora la storia — nel senso letterale del termine — può dimenticare che prima del patto tra Mosca e Berlino ci fu Monaco, ci fu l’appeasement delle potenze occidentali, ci fu il tentativo di spingere Hitler verso Est nella speranza che il nazismo distruggesse il comunismo.

Ricordare la Giornata della Vittoria significa allora ricordare la Grande Guerra Patriottica, cioè il prezzo immenso pagato dal popolo sovietico: ventisette milioni di morti, città distrutte, intere regioni rase al suolo. La Germania nazista, che in pochi mesi aveva piegato gran parte dell’Europa continentale, concentrò sul fronte orientale la maggioranza delle proprie forze, sostenuta anche dall’Italia fascista e dagli altri alleati dell’Asse.

Fu a Stalingrado che la macchina bellica hitleriana venne spezzata. Fu la resistenza di Leningrado assediata a dimostrare che il nazismo poteva essere sconfitto. Fu l’Armata Rossa a issare la bandiera sul Reichstag e a liberare Auschwitz.

E accanto all’URSS, il paese che subì le perdite più devastanti fu la Cina, che resistette per anni all’occupazione giapponese pagando un tributo umano spaventoso. Colpisce quindi che figure come Kaja Kallas possano ignorare completamente questa memoria storica, riducendo il Novecento a una caricatura ideologica utile alle necessità geopolitiche del presente.

La vecchia politica antisovietica oggi assume apertamente tratti russofobici. Lo si vede nel clima culturale europeo, nelle campagne di censura simbolica, nella diffidenza verso artisti, musicisti e atleti russi. Persino l’apertura della Biennale di Venezia con la decisione di ospitare artisti russi è stata accolta da polemiche assurde.

Eppure durante la Guerra fredda l’Occidente faceva l’esatto contrario: era ansioso di ospitare artisti, intellettuali e sportivi sovietici nella speranza che disertassero verso il cosiddetto “mondo libero”. Perché oggi non accade più? Davvero qualcuno pensa che una ballerina, un direttore d’orchestra o un atleta paralimpico possano rappresentare una minaccia geopolitica?

La verità è un’altra: la paura non riguarda la Russia, ma la fragilità dell’Occidente contemporaneo. Le nostre società sono attraversate da impoverimento, precarietà e diseguaglianze crescenti. L’Europa preferisce rifugiarsi nella retorica morale e nella propaganda permanente piuttosto che affrontare il proprio declino economico e sociale. Preferisce alimentare lo scontro invece di riaprire il dialogo con Mosca, anche quando ciò significherebbe perseguire interessi concreti per i popoli europei, dall’energia alla sicurezza continentale.

In risposta a questa crisi, l’Unione Europea sceglie oggi la strada del riarmo. Dopo anni segnati dalla crisi finanziaria, dal Covid, dall’inflazione e dalle guerre, si chiede a economie già indebolite di destinare nuove risorse alle spese militari, sacrificando ancora una volta welfare, salari e investimenti sociali.

Sarebbe invece il momento di voltare pagina. Di tornare a costruire una politica estera autonoma, fondata sugli interessi dei popoli europei e non sulle priorità strategiche di Washington, che cambiano nei presidenti ma non nella sostanza.

Un primo gesto concreto sarebbe stato semplice: ricordare senza ipocrisie chi ha dato il contributo decisivo alla sconfitta del nazismo. Perché cancellare la memoria storica non serve a costruire la pace. Serve soltanto a preparare nuovi conflitti.

10/5/2026 https://www.marx21.it/

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