La Gkn e la lotta di classe post-pandemica

«It’s the capitalism, stupid!». Non occorre un abile stratega per capire che il punto a cui siamo giunti con lo sblocco dei licenziamenti voluto e ottenuto dal Governo di larghe intese di Mario Draghi è solo uno dei «naturali» frutti che questo sistema economico ci restituisce. 

Dal primo luglio è infatti decaduto il divieto di licenziamenti, costruito per far fronte alla crisi pandemica opponendo una garanzia governativa al libero arbitrio dei datori di lavoro. Solo il comparto della moda e la filiera tessile a esso connessa riescono a evitare lo sblocco dei licenziamenti fino al 31 ottobre 2021, potendo accedere alla cassa di integrazione in deroga gratuita.

Sullo sfondo, l’accordo siglato il 29 giugno tra governo, sindacati confederali e la Confindustria con le associazioni datoriali. Il contributo delle parti sociali si sostanzia nel loro dichiarato impegno a raccomandare e suggerire l’utilizzo degli ammortizzatori sociali in luogo della risoluzione del rapporto di lavoro che il decreto-legge n. 99/2021 ha sdoganato. Ciò, ad ogni modo, non scongiura affatto il licenziamento, ma semmai lo rimanda solo di qualche settimana consentendo alle imprese di usufruire anche di una misura che a loro non costa assolutamente nulla.

La vicenda che riguarda la Gkn di Campi Bisenzio (Firenze) risulta, ahinoi, illuminante non solo per capire dove andremo a finire, ma anche per tracciare delle necessarie linee del conflitto sociale. Venerdì 9 luglio alle 6 di mattina, usciva il turno di notte dello stabilimento di Gkn Driviline a Campi Bisenzio. Quel venerdì tutta la fabbrica era stata messa in ferie forzate per poca produzione. Dopo aver preparato il lavoro per la settimana successiva, gli operai tornavano a casa completamente ignari di quello che sarebbe successo da lì a poche ore. Una mail verso le 10 di mattina annunciava loro che lo stabilimento da lunedì avrebbe chiuso per sempre. Tutti licenziati. 422 lavoratori lasciati a casa da un giorno all’altro, a cui vanno aggiunti un’ottantina circa di lavoratori e lavoratrici delle ditte in appalto (per un totale di oltre 500 persone) a cui l’azienda non si è nemmeno disturbata di comunicare la chiusura definitiva.
Appresa la notizia, gli operai si sono ritrovati davanti ai cancelli sbarrati della fabbrica. Ad aspettarli dentro un manipolo di sconosciuti, probabilmente armati di taser, a sostituzione della vigilanza aziendale. Scene evocative di un Ventennio forse ancora non troppo lontano. Nonostante ciò, gli operai sono riusciti ad aprire i cancelli e a entrare nello stabilimento grazie alla loro determinazione. Nelle ore successive, tanti sono stati i solidali che hanno raggiunto la fabbrica, molti appartenenti a varie categorie e organizzazioni sindacali, circoli Arci, realtà politiche e sociali locali e nazionali.  

Gkn Driviline è la filiale fiorentina di Gkn Automotive, una multinazionale presente in tutto il mondo nel settore manifatturiero automobilistico e nel settore ingegneristico. Lo stabilimento di Campi Bisenzio produce componenti per automobili: l’80% della produzione è destinata a Stellantis-Fca. Nel 2019, il gruppo Gkn è stato acquistato dal fondo finanziario inglese Melrose, il cui unico scopo – come tutti i fondi finanziari – è quello di assicurare una buona e crescente profittabilità ai suoi investitori. Com’è noto, il settore dell’automotive è in crisi, i prezzi sono in decrescita così come la produzione. Produrre costa ormai troppo: con queste motivazioni, l’azienda chiude i battenti in maniera unilaterale, senza nemmeno prevedere cassa integrazione o ammortizzatori sociali.

Eppure, nello stabilimento di Campi Bisenzio negli ultimi anni non sono mancati gli investimenti per aumento della capacità produttiva e per modernizzare la fabbrica. Gkn, ad esempio, dal 2017 in poi ha investito molto sull’industria 4.0, usufruendo dei piani 4.0 dei governi che si sono susseguiti dal 2016 a oggi e dei vantaggiosi sgravi fiscali previsti, tanto che si presentava come una delle aziende più all’avanguardia per l’automazione e le nuove tecnologie. Linee interamente automatizzate e robot di ultima generazione ancora incellofanati che, insieme al resto dei macchinari, sono oggi presidiati dai lavoratori in assemblea permanente dentro allo stabilimento. Miliardi di euro di macchinari costruiti con soldi pubblici che verrebbero sicuramente smontati per delocalizzare la produzione in altri stabilimenti europei. Se «da qui non esce nemmeno una vite!», come hanno prontamente affermato gli operai in presidio, diventa un grido di battaglia, le intenzioni che guidano la mobilitazione appaiono molto chiare. 

Gkn Driviline è una fabbrica peculiare nel panorama italiano, con un livello di organizzazione dei lavoratori e lavoratrici molto alto. Ciò è il frutto di un lavoro politico portato avanti dal 2007 all’interno della fabbrica con lo scopo di riarticolarne la rappresentanza sindacale, superando le classiche divisioni di sigla. Negli ultimi quindici anni, è stato costruito un meccanismo di partecipazione e attivismo che permette di coinvolgere l’intero stabilimento nell’attività sindacale. Oltre alla Rsu, circa tre anni fa è nato il «Collettivo di fabbrica-lavoratori Gkn Firenze» con la finalità di coinvolgere maggiormente i lavoratori nelle decisioni sindacali, nelle mobilitazioni e nelle vertenze tutte. Inoltre, grazie a un faticoso accordo raggiunto dalla Rsu, è stata creata la figura del delegato di raccordo, che esplicitamente rievoca l’organizzazione dei Consigli di fabbrica. Si delinea così un’organizzazione ramificata in circa tutti i reparti dell’azienda, dove i delegati di raccordo coadiuvano i membri dell’Rsu nell’attività sindacale e nel coinvolgimento di tutti i lavoratori. 


Sulla base di questa organizzazione, tantissime sono state le vertenze portate avanti e le vittorie  conquistate ai tavoli di trattativa e difese davanti ai cancelli della fabbrica: dal mantenimento dell’articolo 18 in azienda, all’argine ai contratti in staff-leasing, in piena rottura con il modello di mercato del lavoro promosso dal Jobs-act, passando per l’aumento delle ore di formazione previste dai Ccnl (contratti collettivi nazionali di lavoro) e del livello di inquadramento. Tuttavia, lo sblocco dei licenziamenti si è abbattuto come una scure anche sugli operai Gkn e sul suo nucleo organizzato.

Ma cosa ci sta insegnando questa vicenda? Il piano pratico e quello teorico si intrecciano e si confondono alla ricerca di una possibile risposta. Innanzitutto, pensare di far fronte al crescente aumento dei tassi di disoccupazione solo con le politiche attive o con gli ammortizzatori sociali significa avere un approccio semplicistico alla questione e vuol dire anche accettare il triste dato. Più disoccupazione, minori salari, più disperazione, più riduzione di spesa per le famiglie e, quindi, a cascata, una riduzione ulteriore della produzione e un’ancora più bassa richiesta di lavoro. La vicenda Gkn, sin dalle origini, sta dimostrando di volersi concentrare sulla rivendicazione più difficile: mantenere i posti di lavoro è l’unica soluzione per invertire la catena di eventi disastrosi che l’aumento della disoccupazione implicherebbe con ogni certezza. «Insorgiamo!», motto della resistenza partigiana fiorentina, è lo slogan scelto dagli operai per testimoniare la loro resistenza.

In secondo luogo, diventa sempre più evidente che bisognerebbe riflettere sui paradigmi sociali e politici che si traducono in disposizioni legislative. Ad esempio, sulla linea dei continui attacchi alla legislazione a tutela del lavoro (si veda il caso articolo 18 sui licenziamenti senza giusta causa), sappiamo anche che tra le motivazioni di un licenziamento per «giustificato motivo oggettivo» ci sono quelle relative al miglioramento dell’efficienza gestionale dell’impresa o all’aumento della redditività. Cos’è questa se non una lotta di classe combattuta aspramente dal fronte padronale? La riflessione sul punto non può non farci interrogare sul ruolo che oggi rivestono le organizzazioni sindacali e politiche. È vero che un profondo e continuo calo degli iscritti si abbatte da decenni sulle forme dell’agire politico organizzato, ma le scelte (strategiche?) che queste continuano a compiere non solo testimoniano l’abdicazione al loro ruolo originario in difesa dei lavoratori e delle lavoratrici, ma allo stesso tempo rappresentano anche le leve del crescente malcontento e della dilagante sfiducia nei loro confronti. 

La linea politica del governo italiano è una traduzione nostrana e riedita delle politiche di austerità di matrice europea che già con la Grande Recessione (dal 2007 in poi) hanno significato lacrime e sangue per la classe lavoratrice. Nel caso Gkn, in piena crisi di identità, tante sono state le dichiarazioni istituzionali di esponenti di forze politiche pronte a sconfessare la linea sostenuta con tutte e due le mani solo qualche giorno prima in sede governativa. Dal Partito democratico alla Cgil, varie voci si sono levate in sostegno dei lavoratori. Come se il decreto-legge partorito dal governo Draghi fosse stato scritto e approvato a loro totale insaputa. Anche su questo punto, gli operai organizzati della Gkn ci restituiscono una buona dose di consapevolezza. Come emerge nei vari interventi che in questi giorni si stanno alternando al presidio della fabbrica, gli operai sanno di dover resistere non solo per sé, ma anche per tutti e tutte gli e le altre. Da sempre i lavoratori Gkn rappresentano, infatti, una punta conflittuale avanzata a cui guardare nel mondo del lavoro. Se riescono, come riescono, a esserlo anche in questo difficile momento è indicativo di un nuovo modo (funzionante) di autorganizzarsi e sintomo del progressivo e inesorabile declino dei modelli sindacali ormai staccati dal proprio tessuto-soggetto di riferimento. 

In terzo luogo, determinati a non permettere la chiusura della fabbrica, gli operai ci stanno indicando delle possibili strade da percorrere per estendere la loro lotta. Su questa linea, oltre alla fermezza della posizione per scongiurare la chiusura e la possibile e conseguente delocalizzazione dello stabilimento, stanno offrendo anche degli spunti di lotta, delle pratiche che vanno ad arricchire un repertorio d’azione e di conflitto in generale un po’ arrugginito. In questi convulsi giorni, infatti, stanno sostenendo che qualora si prospettasse una trattativa con le istituzioni (Mise – Ministero dello Sviluppo Economico – in primis) pretenderanno che siano le istituzioni ad andare da loro.

La localizzazione della lotta a fronte della delocalizzazione della produzione. Il territorio e il suo tessuto sociale come argine alla deprivazione dei diritti. Gkn non è un «caso specifico e singolo» ed è per questo che l’autunno che si prospetta avrà sicuramente tinte molto fosche. Il compito di invertire questa tendenza si pone dunque in maniera urgente per tutti e tutte.

Benedetta Rizzo è studentessa di Scienze Politiche presso la Scuola Cesare Alfieri e la Scuola Normale Superiore.

Raffaella Fittipaldi è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Napoli Federico II. Per aggiornamenti: Collettivo di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze.

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