La mescolanza verso Gaza

Le flottiglie solidali con la Palestina sono anche occasione per riscoprire il Mediterraneo come spazio di comunanza e condivisione

Scirocco, siroko, šarqī echi della stessa brezza.Parole che risuonano familiari dal Maghreb alla Grecia, usanze che per millenni hanno intrecciato popoli, etnie e culture: le forme delle barche, il tessuto delle vele, i nodi, le tecniche di pesca, la musica e la cucina. Il pane condito con olio e sale, i fichi secchi, il vino condiviso in comunità, tutte testimonianze di una memoria collettiva che non appartiene a una sola nazione o a una bandiera ma al mare stesso.

Il Mediterraneo. Probabilmente la più grande officina di mescolanza del pianeta. La «culla dell’Europa ma anche della cosiddetta altra Europa» come scriveva Predrag Matvejević nel suo Breviario mediterraneo, parlando di un mare che non traccia linee di divisione, non genera confini, ma li cancella, non delimita territori ma li mette in relazione. Per secoli, nelle sue acque hanno viaggiato mercanti e marinai, schiavi e profeti, eserciti e pellegrini: da un porto all’altro non arrivavano soltanto merci, ma dialetti, gesti, ricette, simboli religiosi e leggende. Ogni costa rifletteva un’altra costa, e nessuna identità locale è mai esistita senza il dialogo con quelle al di là del mare.

Oggi però pare che queste comunanze si stiano smarrendo. Non c’è volontà di coltivarle, e la memoria del nostro mare viene sospinta nell’angolo dell’oblio: come tutte le visioni non eurocentriche, anche quella dell’identità mediterranea è percepita come scomoda e quindi allontanata. Al loro posto si afferma un modello che premia la competizione individuale, che misura il tempo solo in termini di produttività, che riduce la vita a lavoro e consumo. Un modello che mal sopporta ciò che il Mediterraneo ha incarnato per secoli: la lentezza come valore, la convivialità come pratica quotidiana, il radicamento comunitario come risorsa politica. È così che i legami che un tempo attraversavano le coste rischiano di essere sostituiti da distanze nuove, non geografiche ma culturali, e ancora più difficili da colmare.

In Sicilia, dove torno spesso per legami familiari, la memoria del passaggio di popoli è ancora viva: fenici, greci, arabi, normanni, spagnoli. Una stratificazione di culture che ha costruito un’identità plurale e che ancora oggi emerge nelle parole, nei cibi e persino nelle discussioni informali nei bar di paese. Molto meno si ricorda invece che, fino a poche generazioni fa, i rapporti con la sponda sud non erano un retaggio lontano ma vita quotidiana. Fino agli anni Settanta e Ottanta esistevano collegamenti diretti via mare tra la costa di Trapani e Tunisi (distanza minore di quella che separa la Corsica dalla Francia o la Sardegna dall’Italia). I siciliani prendevano il traghetto per acquistare tessuti, tabacco o tappeti, mentre i tunisini arrivavano sull’isola per comprare generi alimentari o per lavorare stagionalmente nella pesca. E di quella mescolanza resta traccia ancora oggi: a La Goulette, vicino Tunisi, si celebra tutt’ora la festa della Madonna di Trapani, eredità della comunità siciliana che viveva lì, a cui partecipavano, e partecipano ancora, non solo cattolici, ma anche musulmani ed ebrei, a testimonianza di un Mediterraneo che sapeva unire fedi e popoli in una stessa ricorrenza.

 La «costa nord» e la necessità di un mediterraneismo politico

Eppure, dopo millenni di interconnessioni, un muro è stato eretto sopra le acque di questo mare.

Non è la distanza a essere cambiata, le coste sono rimaste le stesse, i chilometri identici, ma quello che è mutato è ciò che la politica ha voluto generare. Le leggi sulla regolamentazione delle migrazioni, i passaporti e i respingimenti, la nascita dell’Europa fortezza che ha spezzato relazioni che per secoli erano parte della vita quotidiana.
Tra Trapani e Tunisi oggi non passa solo il mare ma un confine politico che sancisce chi può attraversare liberamente il Mediterraneo e chi deve rischiare la vita per farlo.

L’ultima strage a poche miglia da Lampedusa è l’ultimo tassello sporco di sangue di un susseguirsi di macabre azioni e disperate reazioni che hanno trasformato il nostro mare in un cimitero.
Un cimitero, ma ancora un luogo di speranza: perché chi sale su un barcone sa bene di affrontare il bivio tra vita e morte, eppure trova comunque la forza di partire.

E quella forza nasce anche dalla consapevolezza che la distanza non è incolmabile: a poche centinaia di miglia ci sono le coste di chi in Africa è già arrivato da secoli, prima con i fucili e i crocifissi delle conquiste coloniali, poi con compagnie commerciali e poteri militari, oggi con banche, prestiti capestro, multinazionali che sfruttano le risorse naturali e mercati che impongono regole asimmetriche. La stessa Europa che ha costruito la propria ricchezza drenando ricchezze altrui, oggi si erge a fortezza e pretende di negare la mobilità a chi paga ancora il prezzo di quel saccheggio.

Fortunatamente, è proprio dall’assenza di responsabilità politiche che sorgono i grandi movimenti che hanno influenzato la storia, e penso sia miope oggi non osservare che quello che il Mediterraneo sta muovendo è un movimento con un potenziale enorme.
Oltre un decennio di navi rescue ha colmato un vuoto deliberatamente creato dagli Stati europei: sono state salvate decine di migliaia di vite, si è puntato un riflettore che non verrà più tolto sulle atroci situazioni che ancora in troppi stanno vivendo ma soprattutto sono state gettate le basi per trasformare il mare in un terreno di resistenza civile, dal basso, popolare. Si sono costruite reti di solidarietà, promulgati segnali di speranza e reso visibile che, di fronte all’indifferenza istituzionale (dai morti in mare all’embargo sionista), esiste un’altra possibilità di azione: costruire dal basso ciò che la politica rifiuta di garantire.

È probabilmente anche per questo che a giugno di quest’anno la Madleen e il suo equipaggio hanno deciso per primi di salpare verso la Palestina. Non soltanto in risposta al genocidio in corso, ma perché tra quelle onde si muove già da anni una tradizione di solidarietà concreta, fatta di reti, di pratiche, di corpi che sfidano confini e divieti. La Madleen non nasce dal nulla: raccoglie l’eredità di chi in mare ha disobbedito, di chi ha scelto di non restare spettatore, di chi ha fatto del Mediterraneo un campo di lotta politica e non un confine da difendere.

Le flottiglie per Gaza

E oggi ci troviamo davanti a un movimento in piena esplosione. La Sumud Flotilla sarà la prima coalizione di imbarcazioni provenienti da diversi paesi a salpare nei prossimi giorni. La campagna ha già conquistato uno spazio mediatico inedito: da Zerocalcare ad Alessandro Barbero, passando per musicisti, scrittori e intellettuali, numerose figure pubbliche hanno deciso di sostenerla apertamente.

Ma non si tratta di un gesto isolato: al rientro della «prima ondata», sarà l’alleanza tra la Freedom Flotilla Coalition e Thousand Madleens to Gaza a rilanciare con un secondo viaggio, in un progetto più ampio, articolato e di prospettiva che non intende fermarsi alle prime partenze ma coordinare le azioni anche per i prossimi mesi.

L’obiettivo principale è chiaro: che gli aiuti caricati sulle imbarcazioni arrivino a Gaza, rompendo simbolicamente e materialmente l’embargo disumano imposto da Israele. Ma c’è anche un obiettivo più profondo: generare pressione internazionale costante e prolungata, costringere governi e media a confrontarsi con l’ingiustizia di un blocco che affama un popolo intero, con due anni di genocidio e ottanta di occupazione, senza il riconoscimento internazionale di un paese assalito. Incrinare l’impunità di Israele, garantita da due anni di omertà di ogni singolo governo occidentale e con ogni partenza portare un grido di rabbia e solidarietà verso la Palestina.

È qui che entra in gioco ciò che ciascuno può fare. Le flottiglie hanno bisogno di sostegno diffuso: dalle iniziative pubbliche sui territori per raccontare e dare visibilità al progetto, al contributo concreto nelle raccolte fondi che permettono di mantenere vive le missioni, fino alla messa in rete di competenze specifiche – figure con esperienza nautica, conoscenze di navigazione, capacità logistiche – che possono rivelarsi decisive. Ogni collettivo, ogni associazione, ogni persona può diventare parte di questo mosaico: organizzando un evento, diffondendo le campagne, creando legami tra chi sta a terra e chi prenderà il mare.

Non c’è nulla di inevitabile in ciò che sta accadendo. Né i morti nel Mediterraneo, né l’assedio di Gaza, né l’impunità con cui Israele bombarda e affama più di due milioni di persone. Sono scelte politiche, sostenute e difese da governi che preferiscono garantire la stabilità dei propri interessi piuttosto che la vita dei popoli. Ed è proprio in questo vuoto – deliberato, calcolato, cinico – che oggi si inserisce un nuovo protagonismo dal basso.

Se negli ultimi decenni ci hanno convinto che il mare dovesse dividere, oggi migliaia di persone dimostrano il contrario. L’idea di mediterraneismo politico non è nostalgia, è un progetto in costruzione: costruire alleanze tra chi vive le sponde, unire pratiche di solidarietà, far emergere nuove forme di comunità capaci di opporsi al razzismo, al colonialismo e alla guerra. È da qui che può nascere un’alternativa reale, radicata nella storia di questo mare ma capace di guardare al futuro.

Matteo Cimbal Gullifa, formatosi in Scienze politiche a Milano, vive e lavora tra Italia e Francia occupandosi di migrazioni e movimenti di solidarietà.

28/7/2025 https://jacobinitalia.it/

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