La nuova escalation in Medio Oriente e l’ordine multipolare
di Marco Pondrelli
Domenica scorsa abbiamo dedicato una prima riflessione “a caldo” alla guerra scatenata contro l’Iran. Nel corso della settimana il conflitto è ulteriormente aumentato di intensità, arrivando a coinvolgere anche il Libano. Pur trattandosi di una situazione ancora in divenire, è già possibile avanzare alcune prime analisi.
Primo punto. Cosa vogliono gli aggressori? Per il governo israeliano la risposta appare relativamente chiara: la destabilizzazione dell’area costituisce un obiettivo strategico. La spiegazione non è legata semplicemente al destino politico personale dell’attuale primo ministro, ma rimanda a una visione più ampia. L’obiettivo sarebbe quello di indebolire l’Iran fino a frammentarlo in entità più piccole e reciprocamente conflittuali, creando una condizione di instabilità permanente che renda impossibile una reale unità regionale capace di incidere sulla questione palestinese e di limitare la forza del sionismo.
Diversa, almeno in apparenza, è la posizione degli Stati Uniti. Perché l’amministrazione americana, che aveva dichiarato di non voler aprire nuovi fronti di guerra, si è ritrovata coinvolta in un ulteriore scenario di conflitto? La linea annunciata era quella di ridefinire nuovi equilibri internazionali — naturalmente favorevoli agli interessi statunitensi — senza generare ulteriori destabilizzazioni.
Se si mettono da parte le tante false giustificazioni ufficiali (il presunto attacco imminente dell’Iran o la costruzione imminente dell’arma nucleare), le cause possono essere ricercate altrove. Una prima interpretazione è stata riassunta da Lucio Caracciolo in un’intervista al Fatto Quotidiano, quando ha affermato: «penso non sia un cedimento al complottismo ipotizzare forme di ricatto da parte di Netanyahu nei confronti di Trump, legate al caso Epstein». Alla luce di quanto emerso — almeno parzialmente — su quei documenti, qualcuno potrebbe domandarsi perché siano diventati pubblici proprio ora. Se davvero Epstein aveva rapporti con il Mossad e se materiale compromettente veniva utilizzato come strumento di pressione, non è irragionevole ipotizzare che tali meccanismi possano aver coinvolto anche altri protagonisti della politica internazionale. Trump è sotto ricatto?
Accanto a questa ipotesi, esiste però anche una seconda chiave di lettura, di carattere geopolitico. Venezuela e Iran sono due partner energetici rilevanti per la Cina. Pur essendo oggi un esportatore di energia, Washington mantiene un interesse strategico nel controllo del mercato petrolifero globale e nella possibilità di condizionare le forniture dirette a Pechino. Come ha scritto Domenico Moro, «l’importanza del Medio Oriente per gli Stati Uniti sta nel fatto che, controllando quell’area, essi influenzano anche l’Indo-Pacifico, l’area economica più importante del mondo, dove si trova la Cina, principale concorrente strategico americano».
Lo stesso Moro sottolinea inoltre che, se gli scambi energetici non vengono regolati in dollari, si indebolisce il ruolo della valuta statunitense come moneta di riferimento internazionale. E ciò finisce per incidere direttamente sulle basi del potere americano. Infine, come ha osservato Andrew Korybko, una possibile frammentazione dell’Iran potrebbe favorire gli sforzi dell’asse azero-turco di espansione geopolitica nel Caucaso e sul fianco meridionale della Russia.
Secondo punto. Da questo scenario deriva una considerazione piuttosto semplice: non si può cadere nel solito pacifismo neneista. L’Iran rappresenta infatti uno dei nodi della possibile transizione verso un ordine internazionale multipolare. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che Cina e Russia stanno sostenendo Teheran: se ciò accade è perché entrambe percepiscono la posta strategica della partita in corso. La difesa di Teheran deve essere anche la nostra.
Terzo punto. La difesa iraniana non appare né improvvisata né irrazionale. Gli attacchi missilistici stanno mettendo sotto pressione i sistemi di difesa aerea degli avversari. Secondo diverse analisi, per intercettare un singolo missile iraniano vengono spesso lanciati più intercettori. Se Teheran dispone realmente di scorte significative di missili, il fattore tempo potrebbe giocare un ruolo importante nel conflitto. L’offensiva contro la Repubblica islamica è senza dubbio massiccia, ma i timori che emergono anche all’interno dell’amministrazione statunitense mostrano che l’esito della guerra non è affatto scontato. Nessuno mette in dubbio la forza militare statunitense, ma delle 11 portaerei solo 4 sono operative. Una, la Gerald R. Ford, è stata velocemente spostata dal Venezuela e ha problemi con le fognature, e già c’è chi paventa un effetto Cambronne.
Quarto punto. Il conflitto ha già avuto conseguenze economiche visibili, a partire dall’aumento dei prezzi dell’energia. In un’Europa già colpita dagli effetti economici delle sanzioni alla Russia, una nuova destabilizzazione del Medio Oriente rischia di aggravare ulteriormente la situazione. Il governo spagnolo ha espresso posizioni critiche, mentre altri appaiono più incerti nel definire una linea politica chiara. In Italia il ministro degli Esteri, Tajani, si impegna sempre più per far sembrare Di Maio uno statista, mentre il ministro Crosetto si è lasciato scappare una verità e, dopo aver riconosciuto che questo attacco viola il diritto internazionale, ha affermato che anche un governo di centro-sinistra farebbe quello che sta facendo il governo Meloni.
Quinto punto. Se questo è il quadro, l’opposizione va costruita fuori dal Parlamento. Negli ultimi quindici anni la società europea ha attraversato una sequenza quasi continua di crisi: la crisi finanziaria del 2008, la pandemia, il conflitto in Ucraina e ora una nuova escalation in Medio Oriente. In questo contesto ai cittadini viene chiesto di aumentare ulteriormente la spesa militare. Poniamoci una semplice domanda: quante volte Russia, Cina o Iran hanno invaso l’Italia? E fino a che punto le società europee sono disposte a sostenere i costi economici e politici di conflitti altrui?
Il grande movimento a sostegno della causa palestinese ha dimostrato che uno spazio di mobilitazione esiste. È da lì che bisogna ripartire.
8/3/2026 https://www.marx21.it/










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