La pazienza strategica della Cina: perché Pechino non interviene in aiuto dell’Iran

di Francesco Maringiò

In queste ore di crescente tensione in Medio Oriente, una domanda riecheggia con insistenza tra gli analisti e l’opinione pubblica: come mai la Cina, grande partner commerciale dell’Iran, non interviene direttamente in suo aiuto? È una domanda legittima, che però nasconde una trappola concettuale voluta dai falchi della guerra. Per comprendere la posizione cinese, dobbiamo abbandonare le logiche da “ring” tipiche dell’Occidente e abbracciare una visione strategica completamente diversa.

Il primo passo è rifiutare la premessa stessa della domanda. Quando esponenti come l’ex segretario di Stato americano Mike Pompeo twittano insinuazioni sulla debolezza di Russia e Cina, non fanno altro che cercare di innalzare il livello dello scontro.

La loro logica è quella dei guerrafondai che puntano all’escalation, fino a un conflitto diretto, come unico mezzo per rallentare il declino egemonico degli Stati Uniti o per permettere a Israele di annientare i competitori regionali. Accettare questa logica significa giocare il loro gioco.

La storia recente ci insegna che le accuse, specialmente quelle riguardanti il possesso di armi nucleari (oggi mosse all’Iran da Israele, potenza nucleare di fatto non dichiarata), sono spesso il pretesto per aggressioni militari, come già visto in Iraq.

Veniamo al dunque: perché la Cina non aiuta militarmente l’Iran? 

Come ci ricorda Feigenbaum del Carnegie Endowment for International Peace, per la Cina «evitare impegni vincolanti in materia di sicurezza nei confronti di paesi terzi periferici non è un segno di debolezza, ma è una scelta strategica». E spiega che per Pechino il concetto di alleato è profondamente diverso che per Whashington: «possiamo citare questo accordo sulle armi o quel partenariato di sicurezza o quella pretesa di influenza politica. Ma Pechino non ha mai trattato Teheran, e tanto meno Caracas, come Washington tratta Tokyo» (1).

In oltre la Cina non ha alcun patto di alleanza militare con Teheran. Non esiste un trattato che la obblighi a intervenire in sua difesa. Il legame tra i due paesi è di natura economica, incentrato sulla sicurezza energetica.

È vero, la Cina importa dall’Iran circa 1,38 milioni di barili di greggio al giorno (circa il 13% del suo totale), e circa l’80% del petrolio esportato dall’Iran finisce in Cina. Tuttavia, il rapporto di dipendenza è asimmetrico e favorevole a Pechino. La Cina, in teoria, potrebbe sostituire il greggio iraniano con altri fornitori, come l’Arabia Saudita.

Pechino non ha quindi bisogno di difendere militarmente un fornitore. Il suo interesse prioritario è un altro: garantire un flusso stabile di petrolio a un prezzo stabile. Ciò che la Cina vuole evitare a tutti i costi è proprio quell’escalation militare che gli Stati Uniti e Israele sembrano volere, perché un conflitto allargato farebbe impennare il costo dell’energia e minaccerebbe la sicurezza delle rotte commerciali, a partire dallo Stretto di Hormuz.

La Cina ragiona da “potenza responsabile”, non da potenza geopolitica classica. Negli ultimi 40 anni, Pechino ha tolto dalla povertà 800 milioni di persone senza fare guerre. Il suo modello di crescita si basa sulle esportazioni, sulla manifattura, sulla stabilità delle catene di fornitura globali. E qui tocchiamo il limite di tutte quelle analisi che usano solo la geopolitica per cercare di comprendere il mondo: la Cina è un paese guidato dal Partito Comunista e lavora dentro un orizzonte politico ed ideale diverso da quello di un paese capitalista moderno.

In questo quadro, la pazienza strategica è molto più preziosa di un’impetuosa escalation. La Cina preferisce costruire relazioni solide e fruttuose nel lungo termine attraverso il dialogo e la cooperazione commerciale, piuttosto che cercare vantaggi effimeri con la forza militare. La sua diplomazia è finalizzata a tenere aperti i flussi di merci tra i paesi, a evitare conflitti che possano danneggiare la crescita comune.

Ecco perché, di fronte all’assassinio di figure chiave come la Guida Suprema iraniana, la reazione cinese, pur ferma, si muove sul piano diplomatico e non su quello bellico. In un mondo in fiamme, la postura cinese si rivela per molti paesi, inclusa l’Europa, più stabile e affidabile di quella americana.

In questi anni la leadership cinese si è fatta portatrice di iniziative e proposte di governance globali attorno alle quali ha cercato di aggregare la maggioranza dei paesi e popoli del mondo, centrate sulla difesa di un ordine globale, basato sulle regole, la pace e la cooperazione, con l’Onu al suo centro. Vanno in questa direzione sia la proposta della Belt and Road Initiative (le nuove vie della seta, le cui rotte sono profondamente minacciate sia dalla guerra ucraina che da quella di aggressione all’Iran) che la Comunità da destino comune per l’umanità, che incarna i principi di un nuovo umanesimo, codificando valori internazionalisti e socialisti per l’intera umanità. A queste si sono aggiunte iniziative che fungono da pilastri operativi per la visione globale: l’Iniziativa di Sviluppo Globale (pilastro economico), l’Iniziativa di Sicurezza Globale (pilastro della sicurezza e stabilità), l’Iniziativa per la Civilizzazione Globale (pilastro culturale).

Per capire fino in fondo la differenza con la “logica di potenza” degli Usa e dell’occidente globale, dobbiamo ricordare l’analisi del generale cinese Qiao Liang (2) e la sua celebre metafora: agli Stati Uniti piace giocare a boxe, cercano lo scontro diretto per mettere al tappeto l’avversario. La logica cinese, invece, è quella del Tai Chi. Movimenti lenti, circolari, che assorbono e deviano la forza dell’avversario, scivolando in un’altra dimensione per evitare il conflitto. È l’antica saggezza dell’Arte della Guerra di Sun Tzu: Sottomettere il nemico senza combattere è l’eccellenza suprema

Per concludere, una breve riflessione su quanto sta accadendo in Iran. Come analizzato da un articolo di Foreign Policy, (3) lo Stato iraniano è strutturato per resistere a shock come l’assassinio di una guida suprema. Il regime non poggia su un singolo uomo, ma su un vasto apparato burocratico e di sicurezza, con i Pasdaran che agiscono come uno Stato parallelo con il controllo dell’economia e delle leve militari.

Un’azione di decapitazione violenta, lungi dall’innescare un cambiamento auspicato dall’esterno, rischia di compattare la popolazione attorno alla bandiera nazionale e di favorire l’ascesa delle ali più dure, quelle che rifiutano qualsiasi dialogo con l’Occidente. È esattamente l’effetto opposto a quello dichiarato, ma perfettamente funzionale agli obiettivi di chi vuole alimentare una guerra perpetua.

Viviamo tempi inquietanti. Dobbiamo guardare a ciò che accade con lucidità, rifiutando la logica del tifo da stadio. Le vittime sono reali e il futuro che ci viene prospettato è sempre più buio. La ragione, come sempre, sta con chi cerca la stabilità e il dialogo, non con chi vuole spingere il mondo nell’abisso della guerra.

Note:

(1) https://carnegieendowment.org/emissary/2026/03/iran-china-us-intervention-strategy

(2) https://www.limesonline.com/en/regions/one-belt-one-road-14720766/

(3) https://foreignpolicy.com/2026/02/28/iran-khamenei-ayatollah-assassination-israel-us-war/

15/3/2026 https://www.marx21.it/

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