La pelle del capitalismo
Il potere delle grandi piattaforme cresce grazie al controllo dei dati e delle risorse, ma la creazione di valore continua a dipendere dal lavoro umano
Silvano Toppi
Si scrive e si legge, benché non ne siamo ancora certi, che “è molto probabile” che il capitalismo stia mutando pelle un’altra volta: passare cioè da un capitalismo neoliberale, fatto di deregolamentazioni e di degradazione della condizione del lavoro, rimanendo comunque dentro uno Stato di diritto, a un capitalismo “libertario” che sta portando un colpo fatale a ogni regola, sia essa monetaria o di bilancio pubblico o sociale, rimettendo in causa lo Stato di diritto.
E in maniera tale che la concentrazione dei poteri e della ricchezza nelle mani di poche multinazionali, quelle della cosiddetta Big Tech, possa trarre il massimo profitto dalle nuove tecniche, quelle a base di Intelligenza Artificiale (IA). In questo contesto si è dato quindi avvio a una discussione per sapere se il capitalismo sia diventato un capitalismo “rentier”, cioè un sistema in cui l’origine dei profitti capitalisti stia nella rendita invece di provenire, nel sistema produttivo, dall’estorsione del “plusvalore” dalla forza-lavoro.
Insomma, detto in altre parole: si tratta di sapere se la forza-lavoro rimanga o non rimanga l’origine del valore (come ha ammirabilmente teorizzato Marx); se il capitalismo è sempre il capitalismo oppure se si sta trasformando in… tecno-feudalesimo, che è ancora peggio.
C’è un economista (v. Cédric Durand, Techno-féodalisme, ed. Zones) che sostiene e dimostra quest’ultima idea-realtà. La quale ha generato una gigantesca economia della rendita, non tanto perché l’informazione sarebbe la nuova fonte di valore, quanto piuttosto perché il controllo dell’informazione, della conoscenza o – in due parole – la “monopolizzazione intellettuale”, è diventata il più potente mezzo per captare, estrarre valore. E qui starebbe appunto il senso di “feudalesimo”: il dominio di pochi (quelli che posseggono e manovrano il cosiddetto “numerico”) su tutti. E una dimostrazione pratica starebbe anche nel fatto, attualissimo, che i giganti della BigTech (tipo Apple, Microsoft, Alphabet, Google, Amazon, Nvidia) stanno realizzando investimenti giganteschi (in migliaia di miliardi di dollari!) e partecipano a uno dei maggiori movimenti di concentrazione o di partecipazione incrociata tra di loro.
Il “capitalismo delle piattaforme” non si costruisce però nell’aria, ma su terra: funziona con una quantità enorme di metalli rari, d’acqua, d’energia. Con una crescita esponenziale, come non è mai capitato nella storia economica. E ciò significa pure che gli attivi immateriali o intangibili (cioè i dati, gli algoritmi, i brevetti) non hanno nessuna capacità produttiva senza gli attivi materiali, molto tangibili.
Ne seguono due conseguenze, troppo spesso ignorate o tralasciate.
La produzione di valore incombe sulle piccole mani che lavorano in condizione di super-sfruttamento nelle miniere di metalli rari, delle officine di produzione di smartphone, computer, tablet, tavolette grafiche o negli enormi magazzini di Amazon.
La rendita esiste, moltiplicantesi, come pure quella forma di neofeudalesimo, ma non esisterebbero né l’una né l’altro, senza la produzione di valore della forza-lavoro.
Il meno che si possa dire è che il capitalismo “redditizio” non è niente senza il capitalismo produttivo. Ed è là che “il lavoro” deve emergere, far sentire la sua voce, che non può certo essere l’accondiscendenza irretita di un vassallo feudale.
13/2/2026 https://www.areaonline.ch
FOTO: © Alamy










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