La prostituzione tra abolizionismo, proibizionismo e legalizzazione.

I possibili approcci legislativi al fenomeno della prostituzione sono ancora oggi, in Europa e nel mondo, molto diversificati. La semplice assenza di criminalizzazione di prostitute e clienti associata alla rilevanza penale del favoreggiamento, tipica dell’abolizionismo che ispira la nostra legge Merlin, differisce ad esempio dall’approccio neoproibizionista che considera responsabili penalmente i clienti ma non le prostitute, in vigore in Svezia e in dirittura d’arrivo in Francia. D’altro lato c’è l’esperienza di Olanda e Germania, che hanno scelto nuove forme di legalizzazione, mentre in Nuova Zelanda è in corso da qualche anno un interessante esperimento di decriminalizzazione. 


Da molti anni in Italia si discute della necessità di riformare la legge sulla prostituzione, legge Merlin, e regolarmente vengono depositati disegni di legge da parlamentari di destra e di sinistra, o promossi persino referendum abrogativi . Tuttavia nessuno dei grandi partiti italiani ha una posizione chiara sul da farsi e, ciò che è più sorprendente, nessuna delle proposte è stata mai neppure discussa in parlamento dal lontano 1958, anno dell’approvazione della legge Merlin. Nel frattempo, dalla metà degli anni Novanta, nel resto d’Europa e in molti paesi del mondo si è levata una grande onda di riforme. Entro il 2014 Francia e Canada, due paesi che hanno una legge simile alla Merlin, dunque di tipo abolizionista potrebbero decidere di abbandonarla, per imboccare la strada del nuovo proibizionismo che punisce i clienti, inaugurata dalla Svezia nel 1999, oppure quella della nuova legalizzazione e dei diritti per chi lavora ( sex workers , cioè lavoratrici e lavoratori del sesso ), introdotta dall’Olanda nel 2000 e dalla Germania nel 2002, o ancora tentando varie forme di decriminalizzazione, come quelle sperimentate dalla Nuova Zelanda dal 2003 

Lungi dall’essere solo italiana, la questione della riforma dell’abolizionismo riguarda in effetti da vicino la maggior parte degli Stati europei, fra cui anche Inghilterra, Danimarca, Portogallo, nonché gli organismi internazionali e le organizzazioni per i diritti umani e delle donne in tutto il mondo, che hanno tradizionalmente difeso il modello abolizionista – come espresso nella Convenzione Onu di New York del 1949 . L’abolizionismo, vale la pena ricordarlo, si riferisce originariamente all’abolizione dei regolamenti statali punitivi largamente diffusi nell’Ottocento, in Italia nella forma delle «case chiuse». Esso fu inventato su forte influsso delle suffragette, e introdotto per la prima volta in Inghilterra nel 1866. Un tempo, quello della prima onda femminista, pieno di speranze, come del resto la fine degli anni Cinquanta in Italia. L’abolizionismo era senz’altro basato sull’aspettativa che un giorno non troppo lontano la prostituzione sarebbe sparita, grazie al progresso dei diritti delle donne e delle classi popolari, alla crescita e alla distribuzione della ricchezza, ai mutamenti nel modo di vivere e pensare la sessualità. La storia non è andata proprio così. La prostituzione in Europa, e non solo in Europa, è al giorno d’oggi un’industria molto florida, diversificata e, quel che è più preoccupante, lo sfruttamento, la discriminazione e la violenza contro chi vende sesso persistono. 

Industria del sesso in Europa 

In Italia, per i clienti, si parla di cifre fra i 2,5 e i 9 milioni, il che rappresenta circa un terzo degli uomini adulti – poiché le donne clienti sono rarissime e tendono a comprare piuttosto in luoghi esotici, di cosiddetto turismo sessuale . Nei diversi paesi europei la percentuale di uomini adulti che comprano sesso oscilla fra il 10 e il 45 per cento, e quindi con un calcolo molto approssimativo si arriva a una cifra dell’ordine di 40 milioni di clienti per l’Europa nel suo insieme . I clienti sono di tutte le età, classi sociali, e situazioni sentimental-matrimoniali. Le stime sul numero di sex workers in Europa si aggirano invece sugli 1-2 milioni, e per l’Italia sui 50-100 mila, di cui 25 mila lavorerebbero in strada . Le persone straniere, diventate significative nel settore soprattutto a partire dagli anni Novanta, rappresentano oggi la quasi totalità di chi vende sesso nelle strade italiane, e una buona parte di chi vende indoor, in hotel, appartamenti, locali o presso i propri clienti. Fra le sex workers sono rappresentati molti percorsi di vita e molte fasce sociali. Infatti, nonostante le condizioni difficili, spesso impreviste, e non necessariamente ben pagate , la prostituzione rappresenta ancora oggi per molte donne, persone trans, ma anche uomini migranti e queer (cioè non pienamente identificati con l’eterosessualità), soprattutto giovani , la via più veloce per affrontare una situazione improvvisa, come la perdita del lavoro, la malattia, la morte o la separazione, oppure per realizzare i propri progetti, come gli studi universitari, mantenere genitori, figli o fratelli, o per pagare i propri debiti, magari contratti per emigrare in un paese più ricco. In particolare, tra chi arriva oggi in Europa, solo pochi privilegiati trovano canali legali, mentre gli altri accumulano debiti compresi per lo più fra i 10 e gli 80 mila euro nei confronti di coloro che li hanno «aiutati» per il viaggio, il lavoro, la casa e così via. Per le donne, e le persone trans e queer , la prostituzione o il lavoro domestico – a volte entrambi – sono spesso le sole opportunità iniziali. In una situazione di pressione, ricatto e mancanza di opportunità, non è difficile immaginare come si creino situazioni di lavoro forzato, in cui è cioè impossibile dire di no. Si calcola che circa il 10 per cento delle persone straniere che vendono sesso in Europa siano in condizione di vera e propria tratta, o trafficking 10 . Nel mondo, l’Organizzazione internazionale del lavoro ha stimato che almeno 2,5 milioni di persone sottoposte a lavoro forzato sono state oggetto di tratta internazionale tra il 1995 e il 2004. Di queste, il 43 per cento erano state sottoposte a sfruttamento nell’industria del sesso – il resto nell’agricoltura, edilizia, manifattura, lavoro domestico, accattonaggio organizzato, e molti altri settori dell’economia informale 11 

Davanti a queste realtà, diventa difficile ripensare le politiche sulla prostituzione e la tratta senza ripensare anche gli interventi sulla disuguaglianza globale, il welfare e la migrazione. Un esempio di successo in questo senso è una delle leggi italiane contro la tratta, l’articolo 18 della legge 40/1998 sull’immigrazione, che è discussa in tutto il mondo come esempio di buona pratica. Grazie all’articolo 18, dal 2000, ogni anno circa mille vittime sono riuscite a emanciparsi, e la maggior parte di loro ha deciso di denunciare i propri sfruttatori, cosa molto rara in altri paesi. L’originalità del modello italiano è che incentiva le vittime a collaborare con le autorità attraverso un programma di protezione sociale (casa rifugio, servizi medici e così via), al termine del quale le vittime non vengono semplicemente rimpatriate, come succede negli altri paesi, ma invece possono accedere a un permesso di soggiorno convertibile in permesso di lavoro o studio. Infatti, se è vero che le persone in situazione di tratta desiderano disperatamente uscire dalla situazione di costrizione, esse desiderano però anche riuscire a restare in Italia o in Europa, continuare a mandare soldi a casa, in altre parole realizzare il proprio progetto migratorio. Il modello italiano è nato su iniziativa di una rete di associazioni che lavorano a diretto contatto con le sex workers , eccezionale risorsa del nostro paese che permette di agire concretamente contro lo sfruttamento e la tratta superando prospettive sulla prostituzione tra loro molto diverse 12 . Detto questo, in Italia resta invece particolarmente difficile elaborare una posizione parlamentare e una strategia complessiva sull’industria del sesso di per sé, nelle sue varie forme. Vediamo dunque in che cosa consiste il modello prostituzionale che abbiamo ereditato dalla legge Merlin, e quali sono le possibile vie di riforma già percorse da altri. Sempre tenendo conto che non esiste ancora paese, in Europa o altrove, in cui le sex workers non siano sottoposte a forme di discriminazione, violenza e stigmatizzazione. Si tratta quindi di un campo tutto da migliorare, e di una ricerca di giustizia in pieno sviluppo. 

Proteggere senza vietare 

L’idea di base dell’abolizionismo, e dunque della Merlin, è che le prostitute (o i prostituti, certo, che però tradizionalmente venivano ignorati dalle leggi sulla prostituzione) sono fondamentalmente vittime – a seconda dei propri valori si penserà che sono vittime degli uomini, della povertà, della criminalità, del peccato e così via. Dunque, mentre l’abolizionismo sogna implicitamente un mondo senza prostituzione, esso si preoccupa, nel frattempo, di proteggere le prostitute, di non aggiungere sofferenza nelle loro vite, insomma di non punirle. È importante ricordare fino a che punto questa sia un’affermazione tuttora molto radicale: mentre quasi tutti gli Stati europei hanno smesso di criminalizzare direttamente le prostitute in epoca illuministica, questo non è il caso nella maggior parte del mondo. Per esempio, le sex workers sono passibili di multa e arresto in Thailandia o negli Stati Uniti (con la parziale eccezione del Nevada), rischiano anni di campo di detenzione in Cina, e la pena di morte nei paesi dove vige la šarî‘a (legge islamica). In tutti questi paesi, così come in gran parte del continente africano e dei paesi che appartenevano all’ex blocco comunista (tra cui anche Lituania e Croazia, membri dell’Ue), sono in teoria condannabili anche i clienti e gli organizzatori della prostituzione, ma di fatto le punizioni si concentrano su coloro che vendono sesso. Questo aumenta la vulnerabilità delle sex workers alla violenza, allo sfruttamento e alle malattie, perché le allontana dalle autorità, dagli ospedali, dalle associazioni, e dalla società tutta 13 . L’abolizionismo si schiera dunque innanzitutto contro la criminalizzazione delle sex workers , e stabilisce che lo Stato deve impegnarsi da un lato contro la povertà e per l’accesso al mercato del lavoro delle giovani, e dall’altro contro lo sfruttamento da parte di terze parti che approfittano della situazione per organizzare un vero e proprio business del sesso. 

Queste idee sono probabilmente ancora condivise da molti in Italia. Il problema è che, già dagli anni Ottanta, la loro applicazione ha iniziato a traballare. Con la legge Merlin ci viene detto che la prostituzione di per sé non è un atto illecito, cioè la sex worker e il cliente non sono perseguibili, mentre lo sono tutte le terze parti che si configurano come sfruttatrici. In realtà però per «prostituzione di per sé» s’intende uno scambio privato e informale, nella misura in cui rimane nascosto, non pubblicizzato, e a cui non verrà quindi offerto nessun riconoscimento o protezione contrattuale – si pensi ai casi in cui un cliente è insistente, non paga, o tenta di non usare il preservativo. Ancora più grave è ciò che succede con la definizione delle «terze parti» sfruttatrici. Di fatto, la nostra legge ne lascia una possibilità di definizione molto allargata, che finisce per criminalizzare in modo indiretto il lavoro e la vita stessa delle sex workers . Infatti, lungi dall’essere solo manager, reclutatori e gestori, sono terze parti perseguibili dalla legge Merlin coloro che vivono con le sex workers (per esempio i loro partner), godono in altro modo del loro reddito (per esempio padroni di casa, ma anche figli maggiorenni, genitori, amici), sostengono lesex workers nel loro lavoro (ad esempio offrendo loro un passaggio in macchina), lavorano per conto loro (per esempio segretarie o buttafuori), o addirittura lavorano con loro, anche come sex workers . Quest’ultimo punto è particolarmente importante, perché impedisce alle sex workers di condividere uno spazio lavorativo. Unito al divieto di scambiare informazioni sul lavoro sessuale (visto dalla Merlin come favoreggiamento o adescamento), questo delinea infatti una situazione in cui lo Stato indirettamente favorisce lo sfruttamento e la violenza nell’industria del sesso, non solo perché sfavorisce le forme di sindacalizzazione delle prostitute, ma perché il lavorare con altre e lo scambiarsi informazioni sui clienti rappresentano le fondamentali misure di sicurezza del settore. Unito infine al divieto di pubblicità, il divieto di condividere uno spazio lavorativo (al chiuso) apre una grande contraddizione della legge abolizionista, ovvero quella per cui l’unico spazio lecito di incontro fra clienti e sex workers resta di fatto la strada. Non deve stupire dunque che le nostre strade siano sovraffollate, né che, con il tempo, si sia sviluppata un’industria largamente controllata dalla criminalità. 

Queste contraddizioni interne all’abolizionismo sono state affrontate in modi diversi. Una delle strade percorse per esempio in Francia (2003) e in Inghilterra (1985, 2009) 14 , è stata quella di iniziare ad aggiungere dei divieti, soprattutto per quanto riguarda la prostituzione di strada. Anche in Italia, sindaci di destra e di sinistra multano clienti e prostitute di strada a partire dal 2007 15 . Tuttavia, velocemente si è capito che in reazione a questi provvedimenti, la prostituzione si riorganizza in modi più nascosti e luoghi più periferici 16 . Inoltre, la vulnerabilità delle sex workers cresce, il contatto con le associazioni, le colleghe, le istituzioni, la polizia diminuisce, e la selezione dei clienti, così come la contrattazione diventano necessariamente operazioni più veloci e superficiali. Tendono poi a moltiplicarsi le operazioni di polizia di tipo veloce ( raid ), che non favoriscono gli interventi anti-tratta, quanto piuttosto i rimpatri per clandestinità. Infine, viene meno anche il contatto dei clienti con le associazioni e le autorità, spesso utile nella segnalazione di casi di sfruttamento e tratta. Insomma, dal punto di vista della protezione delle persone più deboli, queste misure rischiano di far peggio. Come si fa dunque a usare strumenti repressivi senza rendere la vita delle prostitute ancora più difficile? Questo dilemma resta centrale anche quando si voglia sviluppare un approccio più chiaramente alternativo all’abolizionismo, nel senso di un totale divieto dell’acquisto di prostituzione, ma anche se si adottano forme di legalizzazione o decriminalizzazione. 

Diritti al lavoro, ma non per tutti 

Per legalizzazione s’intende l’accettazione dell’esistenza della prostituzione, e del riconoscimento di un suo spazio economico e sociale. Che tipo di spazio fa però una notevole differenza. Per intenderci, c’è un abisso fra i bordelli legali che esistono oggi in Olanda e Germania e quelli dell’Italia pre-Merlin. Nonostante si faccia spesso un uso improprio del termine «casa chiusa» per indicare semplicemente «bordello», in realtà le case chiuse erano forme molto particolari di bordelli a controllo statale stretto e punitivo. Le prostitute delle case chiuse ricevevano bensì un salario, e il sistema riconosceva la prostituzione come lavoro e servizio socialmente necessario, ma la mancanza di libertà di movimento e di vita privata (normalmente, per esempio, si viveva nella casa chiusa, senza famiglia, e se ne usciva solo in modi molto controllati), oltre che di diritti del lavoro (non si poteva rifiutare un cliente per esempio), configura quella che oggi intendiamo come condizione di schiavitù. Se questo può sembrarci quanto di più lontano dal presente, in realtà alcune delle misure caratterizzanti un regime del tipo casa chiusa sono ancora presenti nel dibattito italiano. Le proposte riguardano l’introduzione di controlli sanitari obbligatori e di una registrazione obbligatoria, o schedatura, per chi voglia lavorare legalmente, mentre chi lavora in altri modi compirebbe reato. L’idea può apparire rassicurante ad alcuni, ma occorre ricordare che le malattie sessualmente trasmissibili hanno un periodo di incubazione in cui non risultano al test – per esempio posso risultare «pulita» al test di Hiv anche se in realtà ho contratto il virus negli ultimi tre mesi. Dunque, come chiarito fra gli altri da Unaids 17 , i controlli sanitari obbligatori, oltre a essere una violazione dei diritti fondamentali delle prostitute, sono senz’altro inutili e anche pericolosi, perché possono incitare a non usare i preservativi, unico modo per proteggersi dalle malattie. Questo tipo di proposte punitive sono comunque applicate attualmente in vari paesi, tra cui le vicine Grecia e Turchia, dove la legalizzazione esclude comunque le persone trans, gli uomini, le donne sposate, gli immigrati, e coloro che praticano occasionalmente. In Grecia, si calcola che solo il 5 per cento di chi vende sesso lo faccia legalmente, mentre il resto è criminale. 

La situazione si presenta in modo ben diverso in Germania, Olanda o Svizzera. In questi paesi, i bordelli legali sono luoghi dove, almeno sulla carta, vengono applicati e rispettati i diritti di chi lavora. Normalmente, le sex workers hanno turni di lavoro negoziabili, pagano una certa percentuale o un affitto per usare la struttura, stabiliscono i loro prezzi, mantengono, sempre in teoria, il diritto di dire no a qualunque cliente o a qualunque prestazione sessuale. Siccome i contratti di prostituzione sono riconosciuti, chi lavora, sia in proprio sia per altri, può ricorrere a polizia, tribunali e sindacati nel caso di sfruttamento, pressioni, violenze sia da parte di clienti che di webmaster, manager e così via. I luoghi di lavoro sono sorvegliati da telecamere, buttafuori e segretarie – come nel caso delle famose vetrine olandesi – oppure, se all’aperto, da polizia e organizzazioni non governative – secondo il modello di cosiddetto zoning, applicato ad esempio nel caso dei box per macchine istituiti a Zurigo 18 . Normalmente, sono le autorità locali a decidere in che zone permettere le attività di prostituzione, lontano da luoghi di culto e scuole, e in accordo con la popolazione locale. Le sex workers , per la prima volta nella storia, possono fare un prestito in banca, accedere alla pensione, ai sindacati, alle assicurazioni sanitarie e di disoccupazione – però si noti che il lavoro sessuale non è uno dei lavori che l’ufficio di collocamento può proporre a una persona disoccupata. Infine, in Germania e Olanda, la partecipazione delle sex workers non è registrata da nessuna autorità pubblica (sono registrati solo i luoghi); in altre parole non esiste schedatura che possa rinforzare la loro stigmatizzazione, e i controlli sanitari sono incentivati, mai imposti. Tutto il settore è sottoposto a tassazione ordinaria. 

Insomma, i cambiamenti, sulla carta, sono molto radicali, e infatti alcuni degli effetti di normalizzazione e di diminuzione della violenza sono evidenti, soprattutto per le sex workers europee. Tuttavia, la maggior parte dell’industria resta nel sommerso, e molte delle sex workers rimangono vulnerabili allo sfruttamento e addirittura alla tratta. Gli stessi sindacati e i gruppi autorganizzati di sex workers denunciano i modi in cui le nuove leggi stanno favorendo gli interessi dei proprietari e manager di bordelli, a scapito di chi lavora. A questo proposito, occorre considerare che le persone che non hanno cittadinanza europea non possono in nessun caso lavorare legalmente. Infatti, in nessuno dei paesi in cui la prostituzione è legale esiste un permesso di soggiorno per lavoro sessuale, e anzi, chi possiede un permesso di soggiorno per motivi diversi, studio o lavoro per esempio, rischia di perderlo se si mette a lavorare nell’industria del sesso. Dunque i cambiamenti radicali, i diritti e i doveri previsti dalla neolegalizzazione non si estendono agli immigrati non-europei, che pure rappresentano probabilmente più della metà della forza lavoro in tutti questi paesi. Chiunque organizzi o faciliti il lavoro sessuale di persone non europee rischia di essere accusato di tratta. Sarebbe difficile sostenere una simile discriminazione per ogni altro settore. Ma nel caso della prostituzione, gli Stati temono, più che in altri campi, di rendersi complici di forme di grave sfruttamento e tratta degli immigrati. I dubbi sono molti: forse invece la lotta alla tratta potrebbe essere promossa proprio attraverso la concessione di diritti sul lavoro e di residenza alle sex workers immigrate? La questione resta, com’è ovvio, molto controversa. Anche tra coloro che non appoggiano l’idea dei permessi di soggiorno o che restano scettici sulla legalizzazione, attira comunque sempre più consensi l’idea di coinvolgere le sex workers nella lotta contro lo sfruttamento e la tratta, di mobilitare cioè le lavoratrici (e i lavoratori) contro il grave sfruttamento che avviene nella loro industria. 

Così, negli ultimi anni, la comunità internazionale ha iniziato a rivolgere lo sguardo al modello introdotto dalla Nuova Zelanda. La legge neozelandese riconosce infatti un ruolo decisionale centrale all’organizzazione rappresentativa delle sex workers , il New Zealand Prostitutes Collective, che esiste dal 1987 e fa parte di una crescente rete internazionale di gruppi autorganizzati, fra cui anche il Comitato dei diritti civili delle prostitute in Italia 19 . La scelta è di una decriminalizzazione totale, il che significa che non esistono leggi speciali per la prostituzione, considerata dunque come ogni altro lavoro, mentre lo Stato promuove attivamente un certo tipo di sviluppo del mercato della prostituzione in favore di chi lavora. In pratica per esempio le piccole imprese autonome o cooperative sono avvantaggiate perché non hanno bisogno di licenze, permessi formali, regolamentazioni varie, che invece si applicano ai business grandi o non indipendenti. Inoltre, lo Stato investe tutte le sue energie in progetti di lotta alla violenza, alla prostituzione forzata e minorile, di prevenzione sanitaria e di uscita dalla prostituzione per chi lo desideri, nonché di negoziazione con le parti sociali, quali per esempio gli abitanti dei quartieri di prostituzione. Secondo diverse fonti 20, in Nuova Zelanda già nel 2008 le sex workers si sentivano più a loro agio nel dire no ai propri clienti e nel denunciarli in caso di abuso, e il loro potere contrattuale era aumentato, così come l’uso del preservativo. Eppure, dicono i critici, è difficile immaginare questo successo in un altro paese, perché la Nuova Zelanda, diversamente per esempio dai paesi europei, non deve fare i conti con il grave sfruttamento degli immigrati, per ragioni essenzialmente legate alla posizione geografica di grande isolamento. 

Punire i clienti: una nuova soluzione? 

Dal 1999, la Svezia considera la prostituzione come una forma di abuso sessuale maschile, secondo un tipo di critica chiamata «femminismo abolizionista». Di conseguenza vengono puniti i clienti mentre le prostitute restano, come nella legge italiana, protette in quanto vittime. I clienti sono sottoposti a processo, multati o arrestati, e devono partecipare a programmi di rieducazione alla sessualità e ai rapporti di genere. Concretamente i clienti denunciati sono stati in media 200 all’anno, con un tasso di condanna del 10 per cento, la prostituzione di strada (comunque già poca) è sparita, ma non è chiaro se sia diminuita o meno indoor – sicuramente si è fatta più discreta. Quel che è però certo è che la legge ha un forte impatto sulle mentalità, e il 71 per cento degli svedesi sostiene la criminalizzazione dei clienti 21 . Per la prima volta nella storia c’è un chiaro spostamento di attenzione sugli uomini che comprano, mentre tradizionalmente tutta la responsabilità e la stigmatizzazione sociale e legale è toccata a chi vende sesso. L’approccio svedese è sempre più apprezzato per il suo chiaro impatto normativo ed educativo di lungo periodo: in una società che aspiri all’uguaglianza fra uomini e donne la prostituzione non è accettabile, anche se avviene fra adulti consenzienti. Così, la legge viene promossa in Europa e nel mondo, da parte della Svezia, ma anche da varie reti politiche di donne, come la European Women’s Lobby, alle quali si uniscono anche gli Stati Uniti (che però, con l’eccezione del Nevada, seguono un proibizionismo totale, che punisce cioè anche le sex workers ) e, con ragioni parzialmente diverse, il Vaticano. A partire dai paesi nordici, nel 2009 la Norvegia e l’Islanda hanno seguito la Svezia – mentre Danimarca e Finlandia hanno deciso di mantenere un modello simile al nostro. Come abbiamo visto, Francia e Canada stanno considerando nel corso del 2014 proposte di legge che includono la criminalizzazione dei clienti, con risultati ancora incerti. All’inizio del 2014 sia il parlamento europeo che il Consiglio d’Europa hanno consigliato agli Stati membri l’approccio svedese22 

Eppure, dal punto di vista delle realtà dell’industria del sesso, anche questo modello è molto contestato. Infatti, la prostituzione non necessariamente diminuisce, ma invece si trasforma, passando per esempio su internet, e si nasconde, allontanandosi perciò da ogni contatto con associazioni e autorità. Come far sì che la criminalizzazione dei clienti non diventi di fatto, ancora una volta, criminalizzazione delle prostitute? La questione è rilevante in Svezia, ma si fa ancora più grave quando si pensa a esportare il modello. In Svezia, l’intervento dello Stato e dei servizi sociali è molto forte, la diseguaglianza bassa, l’accesso delle donne al mercato del lavoro reale. Qualora queste condizioni non siano presenti, e in particolare se la prostituzione costituisce la risorsa economica di molte donne, o comunque la risorsa esclusiva di alcuni gruppi di donne – come succede in Italia per le donne trans e le giovani immigrate – la criminalizzazione dei clienti rischia di provocare non la contrazione dell’industria, ma piuttosto un aumento della vulnerabilità delle sex workers , che non possono ricorrere alla legge per difendersi dallo sfruttamento e dall’abuso, e si allontanano dalle associazioni e dagli ospedali 23 . Non è chiaro in fondo se l’idea di criminalizzare i clienti rappresenti un salto in avanti, perché delinea una società in cui ogni uomo si assume la responsabilità di smettere di pagare per avere sesso, oppure un ritorno di molto all’indietro, a prima della Rivoluzione francese, verso pratiche statali di proibizionismo totale che sacrificano chi è già marginalizzato sull’altare di un’idea di un mondo migliore e senza prostituzione. 

di Giulia Garofalo Geymonat

14/2/2015 da MicroMega 5/2014 – “Il corpo della donna tra libertà e sfruttamento” 

NOTE

In particolare dal febbraio 2014 la Lega Nord promuove due testi referendari, uno di iniziativa popolare e l’altro di iniziativa della regione Lombardia, che prevedono rispettivamente uno l’abrogazione totale e l’altro parziale della legge. 

Per ragioni di leggibilità, nel seguito userò il femminile, le sex workers , anche se una minoranza significativa di sex workers in Europa è costituita da uomini e persone trans. 

I processi di riforma sono in pieno sviluppo. Nel dicembre del 2013 la Camera francese ha votato per la criminalizzazione dell’acquisto di servizi sessuali, mentre ci si aspetta che il voto del Senato sarà contrario a questa misura, dopo che una commissione speciale del Senato si è pronunciata contraria nel luglio 2014. Sempre nel dicembre 2013, in Canada la Corte suprema ha dichiarato incostituzionale la legge abolizionista (caso Bedford contro Canada), dando indicazioni in favore di forme di legalizzazione. Il governo Harold ha invece risposto, nel giugno del 2014, con un disegno di legge che manterrebbe aspetti della vecchia legge, aggiungendo inoltre la criminalizzazione dei clienti. 

Convenzione Onu per la repressione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione, approvata a New York nel 1949 e adottata dall’Italia nel 1966. 

Per un’analisi dei dati quantitativi e qualitativi sui clienti si vedano G. Serughetti, Uomini che pagano le donne. Dalla strada al web, i clienti nel mercato del sesso contemporaneo Ediesse, Roma 2013 e L. Leonini (a cura di), Sesso in acquisto, Unicopli, Milano 2006 (orig. 1999). 

Calcolo approssimativo del 20 per cento degli uomini adulti su un totale di 500 milioni di abitanti in Europa. 

Per i dati quantitativi sulle sex workers straniere in Europa si vedano i molti studi e rapporti annuali pubblicati regolarmente dalla rete Tampep a partire dal 1994 www.tampep.eu. La cifra di 1-2 milioni, com’è ovvio particolarmente incerta vista la natura del settore, è del Rapport mondial sur l’exploitation sexuelle: la prostitution au coeur du crime organisé Fondation Scelles-Economica, Paris 2012 Per un’analisi critica della diversità del lavoro sessuale si veda di J. O’Connel Davidson, La prostituzione: sesso, soldi e potere, Dedalo, Napoli 2001. Per questioni di metodo si veda K. Hardy, S. Kingston, T. SandersNew Sociologies of Sex Work, Ashgate, Surrey 2010. 

In particolare non la prostituzione di strada. Un’inchiesta del 2012 realizzata da Progetto città e prostituzione di Venezia ha stimato che, nel territorio del suo comune, le circa 250 sex workers di strada (solo 70 presenti contemporaneamente, ma con un alto turn-over ) incassano, tutte insieme, circa 6 milioni di euro nell’arco di un anno. Però, di questi incassi (in media circa 24 mila euro ciascuna) le sex workers di strada, ancora mediamente, guadagnano solo il 25 per cento, mentre consegnano il 60 per cento alle organizzazioni criminali e il 15 per cento per altri servizi legati al lavoro. 

In Italia, come anche nel resto d’Europa, è presente un’offerta di servizi sessuali da parte di minori, soprattutto, ma non solo, stranieri, e soprattutto fra i 16 e i 18 anni. Secondo il Rapporto di Save the Children 2012, in Italia le minorenni e i minorenni costituirebbero il 10 per cento del totale dei sex workers. 

10 Si vedano per esempio: F. Carchedi, I. Orfano (a cura di), La tratta di persone in Italia: le evoluzioni del fenomeno e gli ambiti di sfruttamento , Franco Angeli, Milano 2007 www.ontheroadonlus.it/wp-content/uploads/Prina_FRANCOANGELI_­DELTAGRAFICA.pdf. N. Mai, Migrant Sex Workers in the UK Sex Industry , Iset 2012,metranet.londonmet.ac.uk/fms/MRSite/Research/iset/Nick%20Mai/Migrant%20Workers%20in%20the%20UK%20Sex%20Industry%20Project%20Final%20Policy%20Relevant%20Report.pdf.

11 A Global Alliance Against Forced Labour , Global Report under the Follow-up to the Ilo Declaration on Fundamental Principles and Rights at Work, 2005, www.ilo.­org/public/english/standards/relm/ilc/ilc93/pdf/rep-i-b.pdf. 

12 Le associazioni che attuano l’articolo 18 lavorano in rete, e il loro approccio varia dall’abolizionismo alla «riduzione del danno», dal mondo cattolico ai diritti delle prostitute, e passando per i centri antiviolenza contro le donne. I progetti articolo 18 collaborano con le questure, il loro lavoro è coordinato dal ministero per le Pari opportunità, e insieme rispondono al numero verde Antitratta nazionale, che fornisce informazioni alle persone direttamente coinvolte o a coloro che le vogliono aiutare, compresi tra gli altri i clienti, gli operatori dei servizi sociali, le forze dell’ordine. Nel 2007 molte di queste associazioni hanno fatto parte di una prestigiosa iniziativa del ministro dell’Interno Giuliano Amato, l’Osservatorio sulla prostituzione, che ha anche fornito alcune indicazioni di policy 

13 Per queste ragioni sono contro la criminalizzazione della prostituzione e per la sua decriminalizzazione molte organizzazioni che lavorano sulla salute e i diritti umani. Tra le altre, World Health Organization, UN Women, Global Commission on Hiv and the Law, Tun Special Rapporteur on the Right to Health, Canadian Hiv/Aids Legal Network, Human Rights Watch, Kenya National Human Rights Commission, Open Society Foundations, e la South African Commission on Gender Equality. Amnesty International ha avviato nel febbraio 2014 una consultazione interna per prendere una posizione in questo senso, www.amnesty.org/en/sex-workers-policy. 

14 Con la legge Sarkozy del 2003, poi parzialmente cancellata nel 2013, la Francia decide di punire penalmente le prostitute di strada attraverso il reato di adescamento (attivo e passivo). L’Inghilterra punisce sia le prostitute che i clienti di strada – cosiddetti kerb crawlers – già nel 1985 e poi di nuovo con il Policing and Crime Act del 2009. 15 Le ordinanze comunali sono state dichiarate incostituzionali con la sentenza della Corte costituzionale 115/2011. La sesta sezione civile della Corte di Cassazione nel 2013 ha dato ragione a un cliente che si era rifiutato di pagare 500 euro di multa al comune di Montesilvano, Pescara. 

16 «Ordinanze antiprostituzione. Rapporto di monitoraggio 2009», prodotto da 24 unità di intervento di strada in Italia. 

17 Unaids Advisory Group on Hiv and Sex Work, www.unaids.org/en/­media/­un­aids/­contentassets/documents/unaidspublication/2009/JC2306_UNAIDS-guidance-note-HIV-sex-work_en.pdf 

18 Lo zoning è applicato da molti anni anche a Venezia, e consiste nella designazione di zone dove la prostituzione di strada è monitorata attraverso la presenza delle forze dell’ordine e delle associazioni che intervengono in casi di violenza, abusi, prostituzione minorile e forzata, e sostengono chi vende sesso nell’accesso ai servizi socio-sanitari e nei percorsi di emancipazione dallo sfruttamento. 

19 La maggiore rete transnazionale di sex workers è attualmente Nswp: www.nswp.­org. In Europa, si veda www.sexworkeurope.org Per un quadro del movimento si veda K. Kempadoo, J. Doezema (a cura di), Global Sex Workers: Rights, Resistance, and Redefinition , Routledge, New York 1998. 

20 G. Abel, L. Fitzgerald, C. Brunton, «The Impact of Decriminalisation on the Number of Sex Workers in New Zealand», Journal of Social Policy , 38, 3, 2009, pp. 515-531; Report of the Prostitution Law Review Committee on the Operation of the Prostitution Reform Act 2003 , New Zealand Ministry of Justice, 2008 www.justice.­govt.nz/policy/commercial-property-and-regulatory/pro­sti­tu­tion/­prostitution-law-review-committee/publications/plrc-report/report-of-the-prostitution-law-review-committee-on-the-operation-of-the-prostitution-reform-act-2003. 

21 M.L. Skilbrei, C. Holmström, Prostitution in the Nordic Countries , Ashgate, Surrey 2013; S. Dodillet, P. Östergren, «The Swedish Sex Purchase Act: Claimed Success and Documented Effects», 2011, www.petraostergren.com/upl/files/54259.pdf;Swedish government report SOU 2010:49, The Ban against the Purchase of Sexual Services. An evaluation 1999-2008 , www.government.se/sb/d/­13420/­a/151488. 

22 Risoluzione Honeyball (UK, S&D), Parlamento europeo, e risoluzione Mendès-Bota (Portugal, EPP/CD), Consiglio d’Europa. 

23 Si veda il parere della Cncdh, Commission nationale consultative des droits de l’homme francese (pubblicato il 22/5/2014).

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