La questione salariale che la politica continua a ignorare
di Marco Pondrelli
Ci sono notizie che raramente ricevono lo spazio che meritano. Notizie sulle quali la politica dovrebbe interrogarsi e aprire un confronto serio, ma che invece vengono rapidamente archiviate. È il caso del Focus sui conti pubblici pubblicato il 21 luglio e ripreso il giorno successivo dal Sole 24 Ore.
Si potrebbe obiettare che la questione salariale italiana sia ormai nota. Eppure qualche riflessione in più – e forse anche un po’ di indignazione – non guasterebbe. Come osserva Gabriele Guzzi nel suo Eurosuicidio, è mancato un vero dibattito politico sui disastri prodotti dalle scelte economiche degli ultimi trent’anni.
Gianni Trovati scrive sul quotidiano di Confindustria che «dal 1990 a oggi le retribuzioni reali lorde dei dipendenti italiani sono diminuite dell’1,6%, mentre nella media dei Paesi OCSE sono aumentate del 35%». Ma lo stesso articolo aggiunge un dato ancora più significativo: considerando anche la diffusione del lavoro part-time, il calo reale raggiunge il 6,6%.
Come nei polli di Trilussa, però, l’impoverimento non è stato distribuito in modo uniforme. Il 10% più povero della popolazione ha visto ridursi i propri redditi da lavoro del 40,8%. Numeri che parlano da soli e che rischiano di aggravarsi ulteriormente. Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, ha infatti avvertito in un’intervista a la Repubblica che ci attende «un inverno difficile», caratterizzato da un aumento strutturale dei costi dell’energia e non da una semplice fiammata congiunturale.
Le cause di questa crisi non sono casuali. Sono il risultato di precise scelte politiche. Per oltre trent’anni si è perseguita la strategia della moderazione salariale nel tentativo di sostenere la competitività delle esportazioni. I profitti sono cresciuti, ma il prezzo è stato pagato dalle lavoratrici e dai lavoratori. Le disuguaglianze sono aumentate, il mercato interno si è progressivamente impoverito e oggi un Paese con salari stagnanti e un apparato industriale indebolito fatica a rilanciare i consumi.
In questo contesto ha colpito l’intervista della segretaria del Partito Democratico Elly Schlein a Il Foglio. Non tanto per le posizioni sulla guerra in Ucraina, ampiamente prevedibili, quanto per la totale assenza di una riflessione critica sulle responsabilità della sinistra italiana. Dal pacchetto Treu al Jobs Act, passando per le numerose riforme del mercato del lavoro, il centrosinistra ha contribuito in misura decisiva a costruire il modello economico che oggi produce salari bassi, precarietà e crescente insicurezza sociale.
La sinistra dovrebbe smettere di rincorrere il consenso degli imprenditori e tornare a rappresentare il mondo del lavoro. Dovrebbe riconoscere che in Italia esiste un enorme problema redistributivo. Parlare di redistribuzione significa avere il coraggio di affermare che una parte della ricchezza accumulata negli ultimi decenni deve tornare a chi l’ha prodotta. Senza questa inversione di rotta, il disagio sociale continuerà a essere intercettato da chi offre risposte semplici e sbagliate a problemi reali. Figure come Roberto Vannacci prosperano proprio su questo terreno: trasformano la rabbia sociale in guerra tra poveri, spostando il conflitto dal rapporto tra capitale e lavoro alla contrapposizione contro i migranti.
Anche il dibattito sulla legge elettorale non è estraneo a questa dinamica. Si rimprovera al governo di occuparsi delle regole del voto anziché della questione sociale. Ma le due questioni sono strettamente collegate, posto che il tema dovrebbe essere di competenza parlamentare. Negli anni Novanta l’attacco al lavoro non si è limitato agli accordi del luglio 1992 e del 1993 che hanno inaugurato la stagione della moderazione salariale. Nello stesso periodo, con il passaggio al sistema maggioritario, è stata progressivamente ridotta anche la rappresentanza politica del mondo del lavoro. Mentre lavoratrici e lavoratori perdevano diritti e reddito, le istituzioni diventavano sempre meno permeabili alle loro istanze. La crisi della rappresentanza e la crisi salariale sono due facce dello stesso processo.
Per questo tornare a un sistema proporzionale non significa soltanto discutere di tecnica elettorale. Significa ricostruire un rapporto tra le istituzioni e quei ceti popolari che negli ultimi trent’anni sono stati progressivamente esclusi dalla rappresentanza politica. Venuta meno la politica è venuta meno la mediazione.
L’impoverimento di un Paese non è soltanto una questione economica. È un problema democratico. Quando milioni di persone vedono diminuire il proprio reddito, perdono fiducia nelle istituzioni e non trovano più rappresentanza politica, cresce inevitabilmente la conflittualità sociale. Gli Stati Uniti mostrano dove può condurre questa deriva: un sistema politico sempre più influenzato dagli interessi dei grandi patrimoni e una società attraversata da tensioni che esplodono periodicamente nelle città. Continuare a ignorare la questione salariale significa preparare un futuro di maggiore disuguaglianza, instabilità e rabbia sociale. La politica ha ancora il tempo di invertire la rotta, ma per farlo deve tornare a mettere il lavoro, la redistribuzione della ricchezza e la rappresentanza democratica al centro della propria agenda. Se continuerà a voltarsi dall’altra parte, sarà la crisi a dettare le regole del confronto
26/7/2026 https://www.marx21.it/









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