La resistibile ascesa dell’onda nera e le sue premesse

di Fabrizio Venafro

Nella sua opera fondamentale, La grande trasformazione, Karl Polanyi spiega l’affermazione del totalitarismo e la distruzione del tessuto democratico come risposta della società nei confronti dell’imposizione dei principi del libero mercato. La turbolenza politica, dovuta a uno stallo dell’economia schiacciata tra la necessità di tutelare il potere d’acquisto delle masse e quella del capitale di avere profitti, viene risolta attraverso una soluzione autoritaria. L’economia si riafferma attraverso il sacrificio delle libertà e della democrazia. Il capitalismo si dissocia dalla democrazia e abbraccia la dittatura pur di difendere le proprie prerogative.

I principi del libero mercato vigono incontrastati dagli anni Ottanta del secolo scorso. Rispetto all’epoca cui si riferisce Polanyi, vi sono stati molti cambiamenti nella struttura sociale ed economica. Ciononostante, si rischia di ripercorrere le stesse tappe di allora. Lo Stato sociale dei paesi che hanno sperimentato il compromesso tra capitale e lavoro è in grande affanno. I meccanismi di protezione sociale dei più deboli sono stati sparigliati dai principi di concorrenza e autoimprenditorialità. Il neoliberalismo interpreta la tutela erogata dallo Stato come un impaccio piuttosto che come risorsa. Non è un caso che la disuguaglianza sia cresciuta parallelamente al venir meno di molte garanzie sociali. A fronte della continua erosione del tenore di vita delle masse, ci si potrebbe aspettare una crescita della sinistra socialista, anziché della destra fascista. Ma c’è un problema: la prima è scomparsa dal panorama politico, se non per qualche scampolo da infime percentuali elettorali. Quindi, la domanda è: perché di fronte alla deriva di un capitalismo senza freni trionfa la destra filocapitalista?

Una ragione sta nel fatto che le destre offrono risposte chiare, da articolare all’interno di un sistema ritenuto immutabile. Una parte essenziale la gioca l’individuazione delle responsabilità in un nemico che può essere facilmente identificabile e affrontabile. Prendiamo il caso delle disuguaglianze e del crescente impoverimento delle masse, le cui cause vanno individuate nella deregolamentazione economica e nel fatto che alla parte più agiata della società viene fatto un notevole sconto fiscale (fino a rendere, nel caso italiano, il sistema contributivo regressivo per il 7% più ricco). Le destre non mettono in discussione la disuguaglianza, che anzi fa parte del loro dna politico-culturale. Ma la cavalcano, attribuendo la responsabilità dell’erosione dello Stato sociale agli immigrati. È parte dell’immaginario collettivo, non solo della destra, che l’immigrato venga favorito nella fruizione di diritti sociali (una convinzione che va di pari passo con quella che li vede protagonisti del furto di lavoro ai cittadini autoctoni). Ciò rappresenta un evidente paradosso, perché significherebbe che politiche intrinsecamente razziste, come sono quelle occidentali, favoriscano un razzismo al contrario, privilegiando gli stranieri rispetto agli indigeni. Ma siamo di fronte a un errore cognitivo parziale. Perché, se è vero che gli immigrati non sono favoriti in quanto tali, lo sono però in quanto soggetti più deboli. Sono generalmente più fragili e più esposti al rischio povertà, quindi hanno i requisiti per la fruizione di prestazioni assistenziali. Il problema fondamentale risiede nella presenza di ampie sacche di povertà e di ingenti tassi di disuguaglianza. Ma le risposte tra sinistra e destra sono diverse. Se per la prima la responsabilità è sistemica, la seconda trasforma il problema sociale in questione razziale. Scatenando una guerra tra gli ultimi, permette ai disagiati nazionali un’identità etnica e l’illusione di una superiorità di status rispetto ad altro gruppo percepito come corpo estraneo nel tessuto nazionale.

La sinistra, di fronte a un evidente conflitto di classe, non riesce a prendere posizione; si trova nell’impasse. Si rende conto che è disumano affondare il colpo contro gli ultimi tra gli ultimi, ma non riesce a eleggere ad avversario i veri responsabili della disuguaglianza, ossia il ceto capitalista. La destra, invece, ha gioco facile. Offre un patto all’élite: garantisce l’immutabilità del sistema chiedendo in cambio di entrare nel gruppo elitario, come classe dirigente. Per far questo, ha bisogno delle sue vittime sacrificali. La coscienza di classe, tipica del proletariato novecentesco, è andata persa con l’offensiva neoliberale e con il mutare delle forme del lavoro. L’élite capitalista condivide con la destra fascista l’avversione all’interpretazione della dinamica sociale come lotta di classe. Pur alimentando una lotta di classe dall’alto, come ammette candidamente Warren Buffet, l’élite la nega formalmente. Il fascismo, avendo come riferimento un’idea immaginifica della nazione come un tutto indistinto, la nega allo stesso modo. Ma neanche la sinistra, vittima della cattura cognitiva neoliberale, parla più il linguaggio della lotta di classe. E, in questa fase in cui c’è bisogno di radicalità, non può che soccombere di fronte all’avanzata neofascista.

Ogni crisi amplifica il divario tra ricchezza e povertà. Dal crollo finanziario del 2008 alla pandemia del 2020, dal conflitto ucraino alla crisi energetica – scaturita dall’aggressione all’Iran – all’emergenza climatica, il risultato non cambia: potere di acquisto delle famiglie e Stato sociale vengono sistematicamente erosi. A fronte del riscaldamento globale, ad esempio, occorrerebbe pensare a un superamento dell’attuale modello capitalista incentrato sui consumi per approdare a una società dei servizi che rimetta il lavoro al centro degli obiettivi, e chiedere a chi ha lucrato sulla crisi climatica di sostenere i costi della transizione. Ma ciò significherebbe scontrarsi frontalmente con chi ha accumulato rendite sull’economia fossile. La sinistra non ha questo coraggio e ripiega sulla transizione ecologica. Una misura che, senza chiedere conto ai maggiori responsabili delle emissioni, finisce per impoverire ulteriormente le famiglie. La destra preferisce negare l’evidenza (anzi, Meloni spinge l’acceleratore sul consumo dei fossili). Come lo struzzo con la testa sotto terra, finge che l’emergenza non ci sia, ipotecando il futuro di chi dice di voler tutelare. Un futuro, in realtà, sempre più incombente e che vedrà la crescita della povertà, come hanno sperimentato le vittime dei cicloni del nord che hanno visto le proprie auto schiacciate sotto il crollo degli alberi. Ma a chi ha problemi a immaginare la propria vita da qui a una settimana, non si può chiedere di ragionare in una prospettiva di lungo periodo.

L’impoverimento di massa favorisce la destra, in assenza di una sinistra antisistema. L’attuale opposizione di sinistra non sembra in grado di offrire risposte chiare e risolute. I suoi sofismi non hanno presa sulle persone che faticano a sbarcare il lunario e la dipingono al fianco delle élite. La crisi del capitalismo occidentale è ormai palese e prelude a un bivio: il suo definitivo superamento o il suo consolidamento autoritario a spese di libertà e democrazia, come accaduto nella prima metà del Novecento. Manca ancora il soggetto politico che intraprenda la prima via. Per la seconda soluzione basta guardare a destra.

18/9/2026 https://volerelaluna.it/

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