LA SCUOLA CHE VOGLIAMO
di Renato Fioretti
Nel dibattito pubblico sulla scuola italiana capita spesso di imbattersi in ricostruzioni che, pur presentandosi come neutre e tecniche, sono in realtà costruite su omissioni, semplificazioni e interpretazioni forzate. L’intervento di Suor Anna Monia Alfieri – pubblicato sul sito della Fondazione Anna Kuliscioff in data 26 gennaio (http://www.fondazioneannakuliscioff.it) – che celebra il “buono scuola” introdotto dal Governo come un atto dovuto, quasi imposto dalla Costituzione e dalla legge 62/2000, rientra perfettamente in questa categoria. È dunque necessario ristabilire alcuni punti fermi, perché quando si parla di istruzione non si discute di un settore come gli altri: si discute del fondamento democratico del Paese.
C’è un primo punto che occorre chiarire: la Costituzione non dice ciò che qualcuno vorrebbe farle dire. L’articolo 33 della Costituzione è chiarissimo: lo Stato deve istituire scuole pubbliche per tutti; i privati possono istituire scuole, ma senza oneri per lo Stato. La legge 62/2000 ha riconosciuto alle scuole paritarie una funzione pubblica in senso pedagogico, non in senso finanziario. Attribuire alla Costituzione un obbligo di finanziare le scuole private è una forzatura che non trova alcun appiglio giuridico. È un’operazione retorica, non un dato di diritto.
Punto 1. Il “buono scuola” non è un diritto costituzionale: è una scelta politica. Presentare il buono scuola come la naturale attuazione della Costituzione è un’operazione di propaganda. Nessuna norma impone allo Stato di finanziare la scelta privata. Il Governo ha deciso di farlo: legittimamente, ma non inevitabilmente. E, come ogni scelta politica, può essere criticata. Soprattutto quando viene presentata come un atto di giustizia mentre produce effetti regressivi.
Punto 2. Il confronto dei costi: un artificio retorico. Si sostiene che uno studente statale costi allo Stato 8/10 mila euro, mentre uno studente paritario solo 750. Il messaggio implicito è chiaro: “la scuola statale spreca, la paritaria è efficiente”. Peccato che il confronto sia tecnicamente privo di senso. Il costo per studente nella scuola statale include: edifici, manutenzione, sicurezza; personale ATA; docenti con contratti pubblici; trasporti, mense, inclusione, sostegno; obbligo di accogliere tutti, senza selezione. Le paritarie non sostengono questi costi. Non hanno gli stessi obblighi, né gli stessi vincoli. Molte selezionano gli studenti, altre non accolgono disabilità gravi, altre ancora applicano rette che escludono intere fasce sociali. Confrontare i due costi è come confrontare il prezzo di un biglietto del bus con il costo di mantenere l’intera rete di trasporto pubblico. È un’operazione fuorviante, utile solo a costruire una narrazione ideologica.
Punto 3. Le omissioni sulle paritarie: ciò che non si dice. Nel testo che difende il buono scuola si tace su alcuni aspetti fondamentali: le paritarie possono rifiutare iscrizioni, la scuola statale no; le paritarie possono licenziare con maggiore libertà, la scuola statale no; le paritarie possono definire rette, la scuola statale no; le paritarie non garantiscono la presenza nei territori fragili, la scuola statale sì; le paritarie non hanno obbligo di accogliere tutti gli studenti con disabilità, la scuola statale sì. Queste non sono opinioni: sono fatti. E sono fatti che rendono evidente perché la scuola statale costi di più: perché fa di più.
Punto 4. Il mito del “monopolio educativo”. Definire la scuola statale un “monopolio” è un capovolgimento concettuale. La scuola statale non è un monopolio: è un servizio pubblico universale, come la sanità, la giustizia, la sicurezza. Il monopolio, semmai, si crea quando: chi ha risorse sceglie scuole private; chi non le ha resta nella scuola statale impoverita; lo Stato sposta risorse dal sistema universale a quello selettivo. Il buono scuola, anche se destinato a famiglie con ISEE basso, apre esattamente questa strada.
Punto 5. L’Europa non è il modello che qualcuno racconta. Si citano Francia e Paesi dell’Est come esempi virtuosi. Ma si omette che: in Francia le scuole private finanziate devono rispettare vincoli rigidissimi, molto più severi delle nostre paritarie; in Germania il finanziamento è limitato e fortemente regolato; in Finlandia le scuole private non possono fare profitto; in molti Paesi europei non esiste alcun buono scuola.
L’Europa non è un blocco monolitico. E soprattutto: nessun Paese europeo ha mai messo in discussione il ruolo centrale della scuola pubblica statale.
Punto 6. Il vero problema della scuola italiana: il sottofinanziamento cronico. Il testo che difende il buono scuola parla della scuola statale come di un “postificio”, un luogo inefficiente, quasi un peso morto. È una narrazione comoda, ma falsa. La scuola statale è in difficoltà perché: ha subito tagli per decenni; ha organici insufficienti; ha edifici spesso inadeguati; ha classi sovraffollate; ha stipendi tra i più bassi d’Europa. Il problema non è la scuola statale: il problema è che la scuola statale è stata lasciata sola.
Punto 7. La posta in gioco: uguaglianza o mercato? Il punto non è essere “contro” le paritarie. Il punto è capire che: la scuola statale è l’unico presidio democratico universale; la scuola paritaria è una possibilità aggiuntiva, non un diritto finanziato; il buono scuola sposta risorse da un sistema che accoglie tutti a uno che può scegliere chi accogliere. Questo non è pluralismo: è privatizzazione strisciante. La libertà educativa non si difende indebolendo la scuola pubblica. La libertà di scelta educativa è garantita dalla Costituzione. Ma la libertà non è un privilegio finanziato dallo Stato. La libertà non può diventare il cavallo di Troia per smantellare il servizio pubblico. La libertà non può essere usata per giustificare trasferimenti di risorse che aumentano le diseguaglianze. La scuola statale non è un monopolio: è la condizione stessa della democrazia. E chi la indebolisce, anche in nome di nobili principi, contribuisce a rendere il Paese più ingiusto, più diviso, più fragile.
Colpisce, infine, l’idea secondo cui il pluralismo educativo sboccerà solo quando lo Stato inizierà a finanziare più generosamente le scuole paritarie, perché – ci viene detto – ciò permetterebbe la nascita di “molteplici progetti educativi”. È un’affermazione che merita almeno un sorriso. Perché se c’è un luogo dove, da decenni, convivono approcci diversi, sperimentazioni, libertà di insegnamento, innovazione pedagogica e visioni del mondo plurali, quel luogo è la scuola pubblica. Non è mai stata la scuola statale a mancare di pluralismo: semmai è stata la politica a mancare di coraggio nel finanziarla adeguatamente. E allora la domanda, da laico, è inevitabile: davvero abbiamo bisogno di “molteplici progetti educativi” che dovrebbero magicamente emergere grazie ai fondi pubblici destinati alle scuole paritarie? E soprattutto: quali sarebbero questi progetti inediti, rivoluzionari, mai visti prima? Perché è quantomeno curioso che a invocare un’esplosione di pluralismo sia chi appartiene a un ordine religioso che, legittimamente, propone un progetto educativo chiaro, identitario, orientato da una visione del mondo precisa. Nulla di male, ma non esattamente il regno del pluralismo. La verità è semplice: il pluralismo non nasce moltiplicando scuole private finanziate dallo Stato, né distribuendo voucher che spostano risorse dal servizio universale a quello selettivo. Il pluralismo nasce dove c’è libertà di insegnamento, inclusione, confronto tra idee diverse, accesso garantito a tutti senza distinzione economica o confessionale. In altre parole: nasce nella scuola pubblica. Il resto è un’operazione ideologica che usa la parola “pluralismo” come foglia di fico per giustificare un progressivo spostamento di risorse verso progetti educativi privati che pluralisti non sono e non vogliono essere.
27/1/2026
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L’intervento di Suor Anna Monia Alfieri
Contrariamente a quanto qualche detrattore del provvedimento ha affermato,il buono scuola non sottrae risorse alla scuola statale. Un alunno della scuola statale costa allo Stato tra gli 8.000 e i 10.000 euro all’anno, denari provenienti dalle tasse dei cittadini. Gli studenti della scuola statale sono circa sette milioni. Se, invece, quegli stessi studenti frequentano una scuola paritaria – che, lo ricordo, è riconosciuta pubblica dall’articolo 33 della Costituzione, da una legge dello Stato (legge 62/2000), da Risoluzioni europee e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, seppur gestita da soggetti privati accreditati e sottoposti al controllo statale – il contributo erogato dallo Stato scende a circa 750 euro annui per studente.La domanda è dunque lecita: chi sottrare realmente denari? Altra domanda altrettanto lecita: a chi vengono sottratti?
Non va, poi, dimenticato che lo Stato certifica che il Costo Medio per Studente è di circa 7.500 euro. La scuola paritaria sostiene quel costo, ricevendo, però, a studente, un contributopari in media a 750 euro, anche questo da modulare in base ai corsi: i contributi vengono, infatti, sostanzialmente destinati alla scuola dell’Infanzia e alla scuola Primaria, in modo residuale alla scuola Secondaria di I e di II grado, ecco perché il buono scuola è destinato alla scuola Secondaria di I e di II grado. Il resto ricade interamente, è inevitabile, sulle famiglieche pagano due volte, prima le tasse, poi la retta, e sulle scuole paritarie che si indebitano, pur di non applicare rette che taglierebbero in due la società. La mancata garanzia di un diritto riconosciuto dalla Costituzione ha determinato la chiusura di moltissime scuole paritarie, specie nel Sud e nelle periferie del Paese, aprendo la strada al monopolio educativo, tipico dei regimi, non delle democrazie, da parte della scuola pubblica statale. Diamo un rapido sguardo ai numeri:
Scuola Paritaria per un totale di 11.308 scuole e 756.799 allievi per l’a.s24/25 (esclusi gli allievi della Valle d’Aosta e del Trentino Alto Adige):
417.041 alunni all’ infanzia.
150.429 alunni scuola Primaria
65.865 alunni scuola Secondaria di I^ Grado
123.464 alunni scuola Secondaria di II^ Grado
di cui solo 171.845 allievi con 3.462 sedi scolastiche nel sud del paese contribuendo al divario fra il Nord e il Sud.
Scuola Statale per un totale di 40.076 sedi scolastiche con 7.073.587 allievi per l’a.s.24/25
785.056 alunni scuola all’infanzia
2.170.746 alunni scuola Primaria
1.498.498 alunni scuola Secondaria di I^ Grado
2.619.287 alunni scuola Secondaria di II^ Grado
Cosa ha fatto, dunque, questo Governo se non compiere l’unica operazione sensata che attendevamo da anni?Voglio che si ponga attenzione al fatto che il Governonon ha giustamente finanziato le scuole paritarie ma ha sostenuto le famiglie che, ai sensi dell’articolo 30 della Costituzione e ai sensi dell’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, hanno il diritto alla libertà di scelta educativa.Questo Governo ha avuto, occorre dirlo, la capacità di compiere la scelta giusta, ossia anteporre a tutto la garanzia di un diritto a lungo tradito,la libertà di scelta educativa, senza prestare il fianco alle contestazioni provenienti, poche peraltro queste ultime, dai partiti di opposizione – cosa questa che fa capire il carattere profondamente giusto dell’operazione – ma anche da qualche associazione di categoria che in passato si è detta contraria allo strumento del buono scuola per le famiglie, preferendo forme di sostegno destinate alle scuole. Chi governa, del resto, sa che il suo compito è quello di perseguire il bene dei cittadini non le logiche di parte: garantire il diritto è l’unica strategia che libera dalla logica delle fazioni.
Nessun partito politico, una volta giunto al Governo, ha mai negato il valore del pluralismo educativo. Il merito di questo Governo è stato quello di riconoscere esplicitamente la libertà di scelta educativa, ponendo al centro le famiglie. Va poi riconosciuto, con grandissima onestà intellettuale, che il Governo che ha stanziato, in un’unica soluzione, le risorse più ingenti per le scuole paritarie è stato il Governo Conte, durante la pandemia, quando furono stanziati 300 milioni di euro per salvare il comparto dalle conseguenze del lockdown, poiché fu riconosciuto che “le scuole paritarie svolgono un ruolo fondamentale nel nostro sistema di istruzione”. Non solo: le risorse all’epoca stanziate furono definite come “una risposta a tante famiglie che scelgono di avvalersi di un diritto costituzionalmente garantito e a lavoratori che devono essere tutelati come gli altri”. Non vedo, dunque, quali sono i principi ispiratori della critica al buono scuola.
L’Italia, dunque, si avvicina all’Europa, dove non ci si è mai interrogati sulla legittimità della libertà di scelta educativa ma solo sulle modalità per garantirla: finanziando i docenti, introducendo buoni scuola o voucher. Basti pensare alla Francia, Paese laico per eccellenza, o a Stati che hanno investito nel pluralismo educativo dopo la fine del comunismo. In Europa, è evidente, il pluralismo scolastico è considerato un diritto di interesse pubblico.In Italia ora occorre compiere il passo definitivo, ossia la piena garanzia del diritto alla libertà educativa attraverso il costo standard di sostenibilità. Infattil’aver guardato sempre con timore e sospetto la possibilità per i genitori di scegliere la scuola per i figli ha avuto conseguenze nefaste come la chiusura delle scuole paritarie “dei poveri”, quelle che hanno contribuito storicamente a combattere l’analfabetismo, il rafforzamento di scuole d’élite con rette elevatissime, il fenomeno dei diplomifici, la fatica della scuola statale che legittimamente lamenta le difficoltà gestionali non dovute alla scarsità delle risorse bensì alla mancata “autonomia gestionale ed organizzativa”. Certamente, completare la riforma sull’autonomia scolastica per la scuola statale, come è per la scuola paritaria, è complesso, troppi gli interessi da scardinare, primo fra tutti quello di chi considera la scuola un postificio.Chi veramente desidera abbattere ogni forma di privilegio deve anteporre a tutto il maggiore interesse dello studente e il suo diritto ad apprendere senza alcun condizionamento economico. Questa è la verità.
Ecco perché ora dobbiamo affrettare il passo e puntare, anche nella scuola come già avviene da decenni nel campo della sanità, al costo standard di sostenibilità, ossia una quota capitaria da destinare alle famiglie, che hanno pagato le tasse, per l’istruzione dei figli, presso una scuola pubblica, statale o paritaria.E il tutto avrebbe un valore sociale immenso: aumento dei livelli di apprendimento, in linea con gli standard europei, miglioramento della tenuta sociale dei territori economicamente e socialmente più fragili. Allora sì che la scuola statale sarebbe veramente autonoma, quella paritaria veramente libera. Tutto, come si può comprendere, in una perfetta concatenazione di cause e di effetti.
Lo Stato che indossa le vesti di unico gestore del servizio di istruzione è lo stato totalitario, ossia quello che vuole indirizzare le menti dei suoi cittadini più giovani, cittadini adulti del domani. Non è un caso che le Costituzioni dei paesi dell’Est Europa, nati dopo la caduta dei regimi comunisti, abbiano posto, tra i principali diritti da garantire, quello della libertà di educazione e che tale diritto sia stato attuato. Questi paesi hanno capito, facendone diretta e drammatica esperienza, che l’educazione dei giovani è considerata come strumento al servizio del potere, da sempre.Dalla scuola passa, infatti, il rinnovamento della società. Affermare il diritto alla libertà di scelta educativa vuol dire creare le condizioni per la nascita di più realtà educative, più prospettive sulla realtà, vuol dire che le scuole tutte potrebbero elaborare molteplici progetti educativi da proporre a famiglie, docenti e studenti: una simile ricchezza di formazione porterebbe ad un aumento della qualità dell’offerta formativa, frutto anche di un confronto costruttivo tra docenti, studenti e famiglie, reale presidio contro i privilegi. Tutto sta a capire se desideriamo veramente eliminarli.
(A cura di Suor Anna Monia Alfieri, esperta di politiche scolastiche e Senior lecturer Altis Graduate School of sustainable management presso l’Università Cattolica di Milano). 20/1/2026










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