La solitudine sociale dei giovani, ma anche degli adulti
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Diventiamo tutti hikikomori?
E’ drammaticamente sbagliato pensare che il fenomeno dell’isolamento sociale riguardi solo i giovani perchè ci si dimentica dell’isolamento sociale che affligge gli adulti ancora inseriti nei processi produttivi; si sentono soli anche loro seppur passano le loro giornate al lavoro, in famiglia, tra gli amici. Soffrono di crepata relazione con questa società, politica e comunicativa, che li considera numeri, e non soggetti pensanti ma utili idioti.
La depressione sociale conseguente a disoccupazione (tramite chiusure, delocalizzazioni, licenziamenti senza giusta causa), povertà dilagante, servizi pubblici sempre meno esigibili se non già privatizzati, hanno ricadute sulla salute mentale e sempre più spesso lo sbocco è il suicidio in assenza di prevenzione e recepimento delle strutture sanitarie.
La controprova l’abbiamo con l’aumento dell’utilizzo degli psicofarmaci con i quali si tenta “tecnicamente” di risolvere un problema che è sociale, quindi politico in quanto risulta elementare la correlazione tra disagio economico, buie prospettive del futuro e malessere psichico. Il forte incremento delle vendite di psicofarmaci registrato nell’ultimo anno, soprattutto tra i giovani e e vendite di tranquillanti in farmacia sono aumentati del 17% rispetto al marzo del 2019, quelle degli antidepressivi e degli stabilizzatori dell’umore salgono del 13,8%, e del 10% quelle degli antipsicotici. (Dati dell’agenzia Italiana del Farmaco).
Sempre più spesso sulle testate giornalistiche, alla televisione, su internet si sente parlare degli “Hikikimori”, il termine è ovviamente giapponese e indica tutte quelle persone che improvvisamente, ma non per caso, decidono di abbandonare la vita sociale e di rinchiudersi in casa o addirittura in una minuscola stanza per lunghi periodi, addirittura per anni.

Migliaia di giovani in Italia e milioni nel mondo sono oppressi da questo crepante stato di sperdimento che col tempo diventa insopportabile al punto di indurre tanti di loro a fare delle scelte estreme.
Questa fenomenologia dell’autoisolamento ha preso piede inizialmente in Giappone ma poi si è diffusa praticamente in tutto il mondo non risparmiando nemmeno l’Italia. Nel nostro paese il fenomeno sta dilagando in maniera preoccupante soprattutto tra i giovani. Gli esperti ci dicono che tra le cause che portano i nostri giovani a isolarsi dal mondo esterno le più importanti sono: forti pressioni scolastiche; serie difficolta a relazionarsi con l’altro; uso ossessivo della tecnologia; problemi molto complessi nel riuscire a soddisfare le aspettative sempre più pressanti della società tecno – capitalista.
Eppure in questo contesto emerge un’incompatibilità di fondo delle nuove generazioni nei confronti del modello di società che gli è stato consegnato. Tra i movimenti contro il cambiamento climatico, le lotte degli studenti e delle studentesse contro l’alternanza scuola/lavoro, l’emergere di nuove sensibilità e conflitti sulle questioni di genere e del razzismo strutturale e il presentarsi di fenomeni di irregolarità di massa contraddittori e ambivalenti pare evidente che qualcosa, ancora in forme embrionali, si sta muovendo.
Il disagio giovanile c’è perché oggi la forma organizzata, collettiva, sembra non essere più sentita come una risposta? Che tipo di aspettative stanno circolando nella composizione giovanile? Quanto sono diverse rispetto alle sue stratificazioni? E se le aspettative sono cambiate, cosa succede quando si apre uno scenario di guerra che ci riguarda da vicino, su differenti scale ma concreto? Sono alcune domande che ci hanno mosso. Con la consapevolezza che l’ansia, in qualche modo, ce la teniamo in questo mondo di merda, perché disfunzionali al sistema che ci produce. Ce l’abbiamo tutte e tutti in comune, chi più, chi meno, sicuramente in forme diverse.

A dispetto della narrazione mediatica è evidente che il suicidio o il tentativo di suicidio non sono un raptus ma l’ultimo atto di un percorso di sofferenza in cui matura il disagio esistenziale dei giovani, in quanto più esposti emotivamente alle intemperie di una società a forte connotazione asociale determinata dalle disuguaglianze di studio e prospettive di lavoro.
Chi lavora in uno stato di precarietà), causa disoccupazione e relative difficoltà economiche, isolamento psicologico si manifestano all’interno soprattutto dei gruppi sociali svantaggiati e tra giovani e giovanissimi (vedi i migranti in primo luogo), tendenza al consumo di droghe, conseguente assenza protezione, quali attività fisica, sana alimentazione, insonnia, spazi di cultura e servizi sanitari di prevenzione e di cura inesigibili per povertà o assenza degli stessi.
Questo stato d’incertezza ha una esponenziale ricaduta sulla salute fisica, causa superlavoro (in particolare per chi lavora in uno stato di precarietà), causa disoccupazione e relative difficoltà economiche, isolamento psicologico si manifestano all’interno soprattutto dei gruppi sociali svantaggiati e tra giovani e giovanissimi (vedi i migranti in primo luogo), tendenza al consumo di droghe, conseguente assenza protezione, quali attività fisica, sana alimentazione, insonnia, spazi di cultura e servizi sanitari di prevenzione e di cura insigibili per povertà o assenza degli stessi.
Questi i risultati di alcuni decenni di politiche governative seguaci del credo liberista, una religione
economica che opera con gli artigli della politica dominante che disegna vere e proprie fosse comuni dentro le quali sono buttate le stesse vittime che sono indotte a scavare (spesso tenute all’oscuro ma spesso anche sostenitrici degli aguzzini).
Il problema sta diventando talmente pervasivo da indurre tante persone a costituirsi in gruppi di aiuto e in associazioni che si pongono come obbiettivo fondamentale quello di sensibilizzare l’opinione pubblica su questa triste condizione che colpisce ormai tantissimi giovani. Il problema ha subito un’impennata dopo la terribile esperienza del Covid e dell’isolamento forzato che ha costretto milioni di persone in tutto il mondo a isolarsi dal mondo esterno per difendersi dal flagello della pandemia.

Dare tutta la responsabilitaalla pandemia e’ sbagliato, non solo riduttivo. E sbagliato perche´ la pandemia evidentemente eil macro-fenomeno che ha interessato tutti trasversalmente e quindi ci ha messo tutti sullo stesso livello, e nel metterci tutti sullo stesso livello e come se ci fossimo potuti mettere maggiormente a confronto notando di piu` le differezazioni. La pandemia ci ha tolto il tappeto da sotto i piedi perche´ ci ha messo di fronte al fatto che tu puoi progettare tutto e poi arriva qualcosa di invisibile che ti toglie la speranza, il controllo sul poter fare qualcosa. Di tutto questo, come sempre, se ne sta avvantaggiando la nuova forma di capitalismo ovvero il tecnocapitalismo che sfruttando, come ha sempre ha fatto, il male che inevitabilmente appartiene alla condizione umana, è riuscito a trasformare tale disagio in enormi fonti di profitto, infatti, questa nuova società che tende all’isolamento ha perso completamente la capacita di “partecipare” e quindi di provare a rendere migliore il mondo nel quale viviamo.
Al contrario, l’isolamento forma individui capaci di sopravvivere solo grazie al supporto tecnologico e quindi a consolidare il loro status di consumatori – schiavi che hanno bisogno di computer, smartphone, Wifi, internet ecc. per sopravvivere nelle loro minuscole stanze oscure.
Tutto questo non è successo casualmente, c’è stato un disegno ben preciso portato avanti dai signori del capitale che da decenni, pezzo dopo pezzo, hanno smantellato l’idea socialista fondata appunto sulla collaborazione, la socialità, la partecipazione per sostituirla con una filosofia fredda e terribile che prevede l’instaurazione di una enorme megalopoli mondiale nella quale i pochi ricchi consumano le ricchezze del nostro pianeta lasciando a tutti gli altri l’illusione del benessere attraverso la tecnologia “isolante”.

La comprensione del fenomeno deve partire da un consapevolezza: che cade in questa dimensione di sconfortante oblio non sa proprio con chi parlare, non sa con chi condividere il suo sconforto, non alla famiglia, non agli amici, non agli insegnanti, dunque si pone un problema ancora più inquietante, probabilmente ciò accade perché ormai si parla solo di ciò che riguarda la vita quotidiana e immediata, niente che possa essere qualcosa che vada più nel profondo e cerchi di scavare nelle nostre inquietudini. I giovani oggi sono stati abituati, nei loro dialoghi, a rimanere in superficie, domande del tipo come stai, come ti senti, sono scomparse dal vocabolario dei giovani perché sono scomparse dal vocabolario della società.
Il mondo, costituito perlopiù di non-luoghi, ovvero di spazi a cui manca la dimensione identitaria, relazionale e storica, non facilita i rapporti interpersonali, frequentemente destituiti del loro valore, per cui l’opportunità della propria affermazione, in una dimensione di reciprocità, sembra oggi essere votata allo scacco. L’unica strada da percorrere diviene quella dell’individualismo, che rende sicuramente più visibili gli individui, ma destituiti della possibilità di emergere nella propria singolarità e nella propria possibilità di essere con gli altri.
È il mondo della meritocrazia imposta come dogma. È chiaro che questa è una mistificazione: la libertà dalla catena di montaggio è diventata precarietà; la potenza del sapere è diventata “capitale umano” e più che possederlo ne siamo posseduti, tant’è che per valorizzarlo, per non restare indietro nella corsa, siamo costretti ad accumulare titoli di studio e credenziali formative che perdono sempre più valore proprio nella misura in cui continuiamo ad accumularli; infine, senza neanche starlo a sottolineare, dobbiamo continuare a vendere la nostra forza lavoro a qualcuno o sul mercato.

La violenza strutturale del sistema in cui viviamo fa sì che i desideri nichilisti di alcuni giovani assumano caratteri abusanti, la risposta è quella sbagliata, la reazione pure, ma alla radice c’è la stessa imposizione. Lo sfruttamento che viene rifiutato dai giovani delle scuole è un dato e questo si traduce in una possibilità, ossia che quella disponibilità allo sfruttamento in quanto persone impiegabili non sia più da dare così per scontata. Chi non vuole produrre profitto, chi è convinto che il sistema di produzione attuale sia la causa della distruzione del pianeta, chi cerca di strappare dei pezzi di ricchezza, non ha e non deve avere alcuno spazio oggi in questa società. Una società che si basa su fondamenta sempre più fragili e dunque questa consapevolezza impaurisce.
Nelle nostre società ipertecnologiche, purtroppo, il disagio giovanile è una realtà sempre più diffusa e presente e i giovani, attraverso diverse forme comunicative, cercano in qualche modo di farcelo sapere, ma noi adulti, troppo egoisti o troppo distratti dall’impegno sempre più pressante di difendere le nostre rendite di posizione, non riusciamo, ma spesso, non vogliamo assolutamente ascoltare queste richieste d’aiuto che, spesso, se non ascoltate in tempo, si concludono con esiti terribili come è dimostrato dall’aumento esponenziale dei suicidi tra i giovani.
Chi oggi vive la condizione giovanile si misura con un’insopportabile compressione degli spazi di libertà, della possibilità di realizzazione, del vivere insieme o anche semplicemente di farsi sentire.

Il disagio di cui si parla scaturisce, principalmente, da un mondo che corre sempre più veloce, che muta in maniera sostanziale scaraventando i giovani in un baratro d’incertezze che li rendono sempre più fragili. riescono più a fronteggiare queste emergenze per cui nei giovani si amplifica quella sensazione di abbandono che è una delle cause principali dell’angoscia giovanile.
Bisogna assumere il disagio collettivo come una responsabilità di cui deve farsi carico tutta la collettività, solo in questa maniera potremo contribuire a sostituire nella mente dei nostri giovani la disperazione con la speranza di un futuro migliore nel quale potersi sentire amati e valorizzati.
La presunta comunicazione digitale in realtà sta producendo tra i giovani un senso di solitudine devastante, i giovani non riescono più a comunicare tra loro e quindi cercano rifugio nell’aridità del silenzio, tale soluzione però, con il tempo, soffocando le loro difficoltà che non vengono espresse, crea in ognuno di loro un peso che diventa gradualmente insostenibile causando depressione, ansia, disturbi alimentari, autolesionismo e, nelle situazioni più problematiche, arrivare perfino al suicidio. Purtroppo i due pilastri che, fino a qualche decennio fa, riuscivano a porre un argine a tutto ciò ovvero la famiglia e la scuola, non
Questa trasformazione ha portato alla creazione di una società in cui l’interesse personale prevale su quello collettivo, in cui l’amoralità del perseguimento del proprio benessere è stata elevata a principio fondante..
Allo stesso modo, è falso proclamare la libertà di essere ciò che si vuole quando i mezzi di produzione e di persuasione sono saldamente nelle mani di pochi potenti.
La società moderna ha scelto di abbracciare una libertà individuale priva di obblighi verso gli altri. Invece di una libertà fondata sulla responsabilità e sull’impegno verso la collettività, ci si accontenta di proclamarsi liberi senza dover rispettare alcun dovere morale o sociale.
Franco Cilenti
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