La strategia statunitense per il controllo dei flussi energetici mondiali

di Francesco Cappello

Dalla Dottrina Carter al boom del fracking. La strategia di Washington per il controllo dei chokepoint globali e il vincolo energetico sull’Europa

Le radici storiche. La sovranità energetica come interesse vitale e la militarizzazione dei flussi

La strategia degli Stati Uniti volta al controllo dell’architettura energetica globale trova le sue fondamenta in oltre sette decenni di dottrine militari e accordi geopolitici. Già nel febbraio del 1945, lo storico incontro sull’incrociatore Quincy tra la presidenza statunitense e la casa reale saudita pose le basi per un’alleanza strategica basata sullo scambio strutturale tra fornitura di petrolio e protezione militare. Questo assetto fu ridefinito e consolidato nel 1974 con l’accordo di Riad, che sancì la nascita formale del sistema del petrodollaro: l’impegno esclusivo da parte saudita di commercializzare il greggio in valuta statunitense e di riciclarne i proventi nell’acquisto di titoli di Stato americani e complessi sistemi d’arma, in cambio di garanzie di sicurezza e stabilità monetaria. Il salto di qualità politico-militare avvenne il 23 gennaio 1980 con la formulazione della Dottrina Carter durante il discorso sullo Stato dell’Unione, con cui Washington definì un principio cardinale: qualsiasi tentativo da parte di forze esterne di ottenere il controllo del Golfo Persico sarebbe stato considerato un assalto diretto agli interessi vitali della nazione, da respingere con ogni mezzo necessario, inclusa la forza militare (https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1977-80v01/d138). Tale direttiva fu operativizzata con la Presidential Directive 18 (PD-18) (https://nsarchive.gwu.edu/briefing-book/nuclear-vault/2024-04-17/new-state-department-history-details-nuclear-targeting-and), che portò alla creazione della Rapid Deployment Force e alla successiva istituzione del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), trasformando la tutela dei corridoi energetici e dei punti di strozzatura marittimi (chokepoints come Hormuz, Suez, Malacca, ecc.) in una missione permanente delle forze armate americane. Tali principi trovarono poi consacrazione concettuale nei documenti strategici del Pentagono, tra cui Joint Vision 2020, incentrato sulla dottrina della Full-Spectrum Dominance, il dominio militare e strategico su terra, mare, aria, spazio, cyberspazio e risorse connesse, e le analisi previsionali del Joint Operating Environment, che identificarono apertamente nel picco del petrolio e nella sicurezza delle infrastrutture estrattive i nodi centrali per la mobilità della macchina bellica atlantica.

La rivoluzione dello scisto. La geoeconomia del fracking e il riassetto industriale

A partire dalla crisi finanziaria globale del 2008, l’iniezione massiccia di liquidità da parte della Federal Reserve, per salvare dalla crisi l’economia occidentale e in particolare quella finanziaria, con i relativi programmi di allentamento quantitativo provocarono, con l’immissione di circa 30 mila miliardi di dollari nell’economia finanziaria, una temporanea svalutazione del dollaro, stimolando al contempo giganteschi investimenti nella ricerca e sviluppo di tecnologie estrattive non convenzionali.

L’introduzione su larga scala della fratturazione idraulica (fracking) per l’estrazione di petrolio e gas da argilliti (tight oil e shale gas) ha consentito agli Stati Uniti di compiere uno storico passaggio strategico, trasformandosi da importatori netti a primi produttori ed esportatori mondiali di idrocarburi in concorrenza con i più tradizionali produttori mediorientali, Russia, ecc.. Attualmente la produzione americana si attesta intorno a 13,8 milioni di barili di greggio al giorno (stima EIA per il 2026), di cui oltre 9 milioni costituiti da tight oil, e a circa 2,5 miliardi di metri cubi al giorno di gas da scisto, su circa 3,5 miliardi complessivi di gas naturale commercializzato. La natura chimico-fisica di questo petrolio, particolarmente leggero e dolce (a basso tenore di zolfo), crea tuttavia un disallineamento qualitativo con il parco raffinerie statunitense, storicamente progettato e tarato, soprattutto sulla Costa del Golfo, per lavorare greggi pesanti e intermedi, in prevalenza ricchi di zolfo. Il disallineamento è però solo parziale, perché molte raffinerie si sono adattate: nella regione la quota di greggio nazionale nella miscela lavorata è passata dal 36% del 2011 al 70% del 2018. Per questa ragione una parte della produzione interna viene destinata ai mercati d’oltremare, ma si tratta di una quota minoritaria: nel mese record di aprile 2026, con l’export di greggio a 5,6 milioni di barili al giorno per le interruzioni a Hormuz, si è arrivati a circa il 40% della produzione, mentre il resto è raffinato negli Stati Uniti. Allo stesso tempo il sistema industriale americano continua a importare petrolio pesante dall’estero: nel 2024 le importazioni di greggio hanno raggiunto i 6,6 milioni di barili al giorno, per il 62% dal Canada e in larga parte di qualità pesante.

Quando nel 2016 i Paesi produttori dell’intesa OPEC Plus intentarono un affossamento pilotato dei prezzi per spingere fuori mercato le compagnie di scisto americane, caratterizzate da un elevato costo di pareggio (break-even ovvero il prezzo di vendita al quale ricavi e costi si equivalgono), il settore statunitense non è crollato; ha risposto invece con un’intensa fase di concentrazione societaria e di rafforzamento tecnologico. Sostenuto in modo bipartisan da tutte le amministrazioni che si sono succedute alla Casa Bianca, il settore estrattivo è divenuto il braccio operativo per l’impiego delle risorse fossili come primario strumento di pressione e coercizione geoeconomica.

La guerra all’Iran ha ridotto i flussi di petrolio attraverso Hormuz e fermato parte della produzione mediorientale, portando il Brent a 94$ già a marzo, circa il 50% sopra l’inizio dell’anno. A inizio settimana il WTI era intorno a 91$, contro un pareggio medio di 66$ per un nuovo pozzo, mentre nel 2025 aveva mediato 65$, cioè proprio il pareggio salvando così la produzione statunitense. Con margini così ampi e con Asia ed Europa in cerca di barili non mediorientali, l’export USA di petrolio e prodotti ha, infatti, toccato ad aprile il record di 13,6 milioni di barili al giorno, e la produzione punta a un massimo storico di 13,8 milioni nel 2026.

Il recupero riguarda però più i margini che i volumi: la maggior parte delle società usa i profitti extra per remunerare gli azionisti più che per trivellare. Inoltre il vantaggio dura quanto la crisi, perché l’EIA prevede il Brent a 77$ entro il secondo trimestre 2027.

Lo smantellamento delle arterie continentali e la rescissione del cordone europeo

La proiezione dell’egemonia energetica nordamericana si è mossa di pari passo con la progressiva rescissione dei canali infrastrutturali via tubo che collegavano l’Europa alle forniture della Federazione Russa. Già nel 2014, sulla scia delle prime fasi della crisi ucraina, le forti pressioni diplomatiche di Washington dirette sul governo bulgaro e l’intervento della Commissione Europea portarono all’affossamento definitivo del gasdotto sottomarino South Stream. Quel progetto, nato nel 2006 dall’accordo tra la russa Gazprom e l’italiana Eni e concretatosi nel 2014 con contratti da 2 miliardi di euro assegnati alla Saipem, avrebbe fatto dell’Italia il principale hub strategico di smistamento del gas in Europa. L’interruzione forzata dell’opera privò l’industria italiana di miliardi di euro di commesse e di un vantaggio infrastrutturale permanente. La successiva sequenza di eventi geopolitici, segnata dalle svolte politiche in Europa orientale, dalla prolungata inosservanza degli accordi di Minsk ammessa da leadership europee al solo scopo di guadagnare tempo per il riarmo, e infine dall’escalation militare del 2022, ha condotto al totale isolamento energetico del continente europeo. L’introduzione di un severissimo impianto sanzionatorio, culminato in interventi contro i colossi statali e privati russi come Rosneft e Lukoil e nell’approvazione di normative coercitive come la legge Lindsey Graham, che autorizza dazi primari e secondari fino al 100% contro i Paesi terzi che acquistano idrocarburi da Mosca, ha reciso le arterie energetiche continentali, costringendo la Russia a riorientare in modo strutturale la quasi totalità delle sue esportazioni di greggio e gas verso i mercati cinesi e indiani.

La filiera del GNL, la militarizzazione del mercato e i vincoli strutturali

Il vuoto lasciato dalle forniture di gas russo via tubo è stato rapidamente colmato dal gas naturale liquefatto (GNL) trasportato via nave dalle compagnie statunitensi, con l’Europa che è arrivata ad assorbire circa i due terzi dell’intero export americano di settore. A differenza del metano tradizionale, il ciclo industriale del GNL richiede una catena ad alto contenuto energetico e di rischio: la spremitura delle rocce profonde tramite fracking, il raffreddamento e la liquefazione del gas a circa 160 gradi sotto zero, il trasporto transoceanico su navi metaniere e la rigassificazione presso terminali dedicati, le cui lavorazioni generano rilevanti impatti ambientali, di interdizione territoriale e altissimi profili di rischio nelle aree portuali e costiere.

Il GNL permette a Washington di vincolare gli acquirenti attraverso contratti a lungo termine ma anche mercati spot al migliore offerente; una strategia estesa non solo all’Unione Europea ma anche ai mercati asiatici come Filippine, Corea del Sud e Indonesia, imponendo la realizzazione di costosissime infrastrutture dedicate e creando un legame di dipendenza fisica da affiancare alla militarizzazione del dollaro e del circuito finanziario SWIFT. In quest’ottica di riappropriazione dei flussi si inseriscono le operazioni in America Latina per riportare il patrimonio petrolifero del Venezuela nell’orbita societaria nordamericana con contratti denominati in dollari, così come l’instabilità esplosa nel Medio Oriente.

Le azioni militari lungo i punti di strozzatura marittimi, come la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb da parte delle milizie Ansarallah in Yemen tramite dispositivi d’attacco a corto raggio e il blocco dello Stretto di Hormuz con l’imposizione di pedaggi in valuta cinese e l’impiego del circuito di pagamento CHIPS, hanno evidenziato l’estrema fragilità delle rotte commerciali globali, ponendo circa il 20% delle forniture mondiali di greggio al centro di operazioni militari e di elevati premi di rischio sui mercati (https://discoveryalert.com/us-hormuz-operation-energy-markets-ceasefire-burden-sharing/).

L’evoluzione delle dottrine di sicurezza – dalla transizione controllata all’Energy Dominance

La centralità della leva energetica emerge nitidamente dalla lettura comparata dei documenti ufficiali di sicurezza nazionale della Casa Bianca. Se nella National Security Strategy del 2022 la transizione energetica veniva formalmente integrata tra le sfide condivise a livello globale, concepita per ridurre la dipendenza collettiva dai Paesi concorrenti e favorire la cooperazione transatlantica (https://bidenwhitehouse.archives.gov/wp-content/uploads/2022/10/Biden-Harris-Administrations-National-Security-Strategy-10.2022.pdf), con la National Security Strategy del 2025 si è consumato un ribaltamento dottrinale di primaria grandezza (https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf). La nuova linea strategica ha collocato il principio della Energy Dominance al vertice degli imperativi di difesa, respingendo esplicitamente le agende e gli obiettivi di azzeramento delle emissioni (Net-Zero) in quanto ritenuti lesivi della competitività industriale. Il dominio energetico si articola attraverso la massima espansione della produzione di petrolio, gas naturale ed energia nucleare, saldandosi con la National Security Science and Technology Strategy del 2026 nell’obiettivo di controllare rigorosamente l’estrazione, la raffinazione e la commercializzazione dei minerali critici essenziali per le filiere dell’intelligenza artificiale, del mining delle criptovalute e dell’industria militare (https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2026/08/NSSTS-082026.pdf). Questa impostazione riafferma il controllo sui colli di bottiglia marittimi del Medio Oriente e trasforma l’energia in un’arma di guerra economica volta a preservare il primato tecnologico e finanziario rispetto alla concorrenza industriale euroasiatica.

La condizione attuale. Il salasso finanziario europeo, la corsa al riarmo e l’intreccio strategico-nucleare

La condizione attuale manifesta chiaramente le conseguenze economico-sociali di questo assetto, caratterizzandosi per un drastico drenaggio di risorse dall’Europa a tutto vantaggio dei colossi petroliferi americani, i cui profitti hanno toccato quote record vicine ai 100 miliardi di dollari. L’acquisto di GNL statunitense, notevolmente più costoso rispetto al metano via condotta, ha innescato una spinta inflazionistica permanente sul tessuto manifatturiero europeo, imponendo contestualmente un imponente riarmo: per la sola Italia, la spesa militare ufficiale dichiarata in sede NATO per il 2026 ha raggiunto i 48 miliardi di euro, pari a un sborso quotidiano di oltre 132 milioni di euro destinati al sistema di guerra. Tuttavia, questa strategia di coercizione energetica ed egemonia finanziaria mostra gravi crepe e vulnerabilità strutturali. Negli Stati Uniti, il prolungato ricorso alla Riserva Strategica di Petrolio per contenere i prezzi sui mercati interni ne ha ridotto la consistenza al di sotto della soglia critica dei 285 milioni di barili; scendere sotto la soglia di sicurezza dei 300 milioni rischia di provocare il crollo strutturale e l’inutilizzabilità delle cavità saline sotterranee adibite a stoccaggio. A ciò si aggiungono l’inflazione interna spinta dai costi del trasporto merci su gomma, con i camion americani che percorrono 400 miliardi di miglia all’anno alimentati a diesel, l’esplosione del debito sulle carte di credito e l’impatto dei mutui a tasso variabile balzati dal 2,5% al 7% in un quadro di debito federale a 40 trilioni di dollari. Sul piano internazionale, l’autosufficienza energetica della Cina, salita ad oltre l’85% grazie a massicci investimenti interni nel solare (che copre ormai più del 50% dell’elettricità prodotta in Asia), nel carbone, nel nucleare e nelle forniture dirette dalla Russia, sta vanificando i tentativi di isolamento, accelerando la transizione verso fonti non controllabili dalle flotte atlantiche. L’aspetto più critico risiede infine nell’integrazione di questa guerra dell’energia con i piani di difesa nucleare e di continuità di governo, come documentato dalle declassificazioni storiche del Dipartimento di Stato riguardanti le direttive presidenziali PD-58 e PD-59, gli esercizi di risposta ad attacchi missilistici come Ivory Item e i programmi secretati Treetop per la dispersione del comando supremo (https://nsarchive.gwu.edu/briefing-book/nuclear-vault/2024-04-17/new-state-department-history-details-nuclear-targeting-and). In un contesto segnato dal progressivo azzeramento dei trattati di limitazione degli armamenti, la combinazione tra coercizione geoeconomica, contesa dei corridoi marittimi e dottrine di puntamento nucleare ad alta flessibilità espone l’equilibrio globale al rischio permanente di un’escalation incontrollata.

25/9/2026 https://www.francescocappello.com/

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