La validità del comandante Chávez 20 anni dopo il no all’ALCA
Il leader bolivariano, il comandante Hugo Chávez, ha chiarito il significato dannoso per i popoli che la riaffermazione dell’ALCA avrebbe portato e ha mostrato al mondo che l’impero non è invincibile. Foto: Mar del Plata 2005: Diego e Chávez, due grandi del continente.
di Carlos Aznarez
Mentre oggi il popolo palestinese continua a lottare per il suo territorio e a mettere in discussione le cosiddette “istituzioni internazionali” per la sua complicità con l’invasore, vale anche la pena ricordare un’altra enorme patria coronata da vittoria, avvenuta sul nostro suolo americano, esattamente 20 anni fa, nella città argentina di Mar del Plata.
Tornando al 5 novembre 2005, si possono vedere le strade di Mar del Plata come se fossero brulicanti di folla. Bandiere, tamburi, tamburi e striscioni indicavano un unico slogan che si faceva slogan: “No all’ALCA”. Si trattava di fermare questo “accordo di libero scambio” interventista con tutta la forza possibile. Inoltre, era assolutamente necessario dimostrare a George W. Bush che il continente non era il suo “cortile di casa”.
La città balneare ospita il Vertice dei Presidenti in cui la nefasta iniziativa guidata dagli Stati Uniti e da alcuni dei suoi accoliti sarebbe approvata o meno. Ma in più, anche lì, il più gigantesco Contro-Vertice che si ricordi in queste terre chiuderebbe le sue sessioni in un grande stadio, con la figura fondamentale della convocazione nientemeno che il comandante Hugo Chávez.
La giornata era piovosa eppure da tutte le parti del paese arrivavano uomini e donne con mezzi di trasporto di ogni tipo, con la certezza che se questo progetto monitorato dall’impero avesse continuato ad avanzare, ogni paese avrebbe perso ancora di più la sua indipendenza e un’ondata colonizzatrice in campo economico, politico e sociale sarebbe precipitata ancora una volta come negli anni ’90 in tutto il continente. L’ALCA era a quel punto il fiore all’occhiello dello sbarco di un nuovo tipo di marines, le cui uniformi sarebbero state le tute e le cravatte degli amministratori delegati delle multinazionali, desiderosi di divorare le ricchezze ancestrali di ogni territorio. Per questo e per molte altre cose, Mar del Plata era diventata improvvisamente il luogo in cui i nessuno, rappresentati da loro stessi e con l’appoggio di un pugno di presidenti, avrebbero avuto la missione strategica di fermare la marcia del bulldozer di un altro partecipante indesiderabile, il signor Bush, che è abituato a giocare a fare il vincitore. Avrebbe pensato che il successo gli avrebbe sorriso di nuovo.
Se mancava qualche elemento per aggiungere più colore e calore a quella mattina, un servizio speciale era arrivato alla stazione ferroviaria di Mar del Plata, battezzato “Treno ALBA”, in chiaro riferimento all’alternativa liberatrice promossa da Venezuela e Cuba. Nei loro carri viaggiavano mescolati vari leader sociali e politici e le cosiddette “personalità”. Così il leader boliviano Evo Morales, che stava per diventare il primo presidente indigeno del continente, il regista Emir Kusturica, il grande Diego Maradona, che prima di partire aveva condannato tra gli applausi: “Bush è spazzatura umana e il più grande criminale del mondo”, padre Luis Farinello, il giornalista Miguel Bonasso e il leader sociale Luis D’Elía (entrambi co-organizzatori di un tale movimento) e molti altri.
Tutti loro e la folla che li aspettava al punto di arrivo hanno marciato chiassosamente lungo il tradizionale Viale Luro, guidati da Adolfo Pérez Esquivel e Maradona, e in uno degli angoli sono stati raggiunti da un’immensa delegazione di cubani, che sventolavano le loro bandiere, che erano arrivati in una carta inviata dal comandante Fidel Castro per sostenere la lotta impari contro l’Impero. Dimostrando come sempre il suo ruolo di stratega, Fidel sapeva che qui si stava giocando una partita che avrebbe potuto cambiare il destino dell’America Latina per molto tempo e, come era suo solito, era pronto a fare tutto il possibile per contribuire a vincerla.
Nello stadio, stracolmo di folla, con Hugo Chávez come principale batonero, si svolse una grande assemblea popolare che avrebbe mostrato al mondo che l’impero non è invincibile. In un discorso memorabile, il leader bolivariano, tra battute e canzoni e dando la parola di tanto in tanto a diversi leader popolari del continente, ha chiarito il significato dannoso per i popoli che la riaffermazione dell’ALCA porterebbe con sé. In cambio, ha fornito linee guida per l’iniziativa di solidarietà tra i popoli che ospitava un progetto come l’Alternativa Bolivariana per le Americhe e i Caraibi (ALBA). Da quella pedagogia di massa che un comunicatore come Chávez gestiva perfettamente, era chiaro che c’era un estremo bisogno di seppellire l’ALCA a Mar del Plata. Se fosse stato necessario rappresentarlo graficamente a gesti, chi può dimenticare l’intero stadio che salta e grida accanto a un sorridente Chávez: “ALCA, ALCA, ALCARAJO”. Come epilogo di quella festa dei popoli, Silvio Rodríguez, chitarra in mano, incoraggerà ancora di più la vittoria.
Poco dopo, la cerimonia si sarebbe ripetuta in modo più formale, in un vertice di leader militarizzati al massimo, in cui il trio di Chávez, Kirchner e Lula (come faceva più volte Tabaré Vázquez, si cancellava vergognosamente, ritirandosi dal forum prima della definizione finale), che rappresentava il desiderio di milioni di latinoamericani, latinoamericani e caraibici, di mettere i punti al leader imperiale, che con la faccia distorta vide come il suo sogno di maggiore opulenza era crollato. L’ALCA era stato doppiamente sconfitto, prima nelle strade (dove in quel momento si bruciavano bandiere americane e si sentiva ad ogni angolo la scritta “Yankees go home”) e nel coraggio di quei tre leader che unirono le forze per fermare l’avanzata predatoria delle multinazionali rappresentate da Bush.
A 20 años de aquella gesta, el panorama del continente no es el mismo. El Imperio se ha rearmado y con la complicidad de varios de sus amanuenses co-gobierna en diversos países, entre ellos en este entrañable territorio argentino, y trata de recuperar el tiempo perdido, a través de amenazas, presiones y chantajes. Otra vez las matrices del FMI y el Banco Mundial, se entrometen en los asuntos internos de cada nación, ayudados por algunos presidentes y ministros, a los que parece importarles muy poco que sus pueblos estén mayoritariamente hundidos en la pobreza. Además, fórmulas que se consideraban superadas, como los golpes de Estado o las intrigas palaciegas, han producido retrocesos innegables. Es en ese escenario que el fascismo campa a sus anchas, se confunde entre sectores populares desconcientizados o se encarna en el accionar de gobiernos que sin ningún tipo de dudas, venden su alma al imperio yanqui o al sionismo genocida.
En el otro extremo de la contienda, a través de una resistencia permanente, y conservando valores históricos revolucionarios, países como Cuba, Venezuela y Nicaragua siguen en pie, produciendo dentro de lo posible, nuevos avances que beneficien a sus pueblos. Todos ellos, lidiando con bloqueos y sanciones imperiales, tratando de desestabilizarles, pero chocando con la fuerza demoledora de la poblaciones dispuestas a impedir el retorno de quienes tanto mal hicieron cuando gobernaron.
Un nuevo elemento, a la hora de hablar de amenazas, es el hecho que de la mano de la ultraderecha europea y norteamericana, han aparecido émulos latinoamericanos que, campañas mediáticas mediante y confusión deliberada insuflada en los sectores populares, pueden llegar a gobernar o ya lo están haciendo en algúnos países. El ejemplo cotidiano de Javier Milei y su clan mafioso, dos veces triunfador a través de elecciones, hablan de un estado de cosas que merecen severas reflexiones. El capitalismo, una vez más, se nutre de expresiones fascistas para aplastar a los pueblos.
Tuttavia, l’ALBA-TCP è ancora in piedi e tutto ciò che si è sperimentato in questi anni a livello di alleanza fraterna tra i popoli è una lezione di speranza. Ciò può essere possibile, grazie al calore della presenza solidale del Venezuela bolivariano, di Cuba, del Nicaragua e, fino a poco tempo fa, della Bolivia, insieme ad altri governi progressisti dei Caraibi. Lo sforzo di emancipazione non è stato vano. I popoli sanno, l’hanno vissuto, che esiste un altro mondo diverso da quello offerto dal capitalismo ed è per questo che in ogni paese continuano a ripetersi lotte e sfide al potere costituito. La porta aperta da quella storica giornata del 5 novembre 2005, che allo stesso tempo è stata la conclusione di centinaia di manifestazioni contro l’ALCA, condotte nel corso di diversi anni, dimostra che l’unica ricetta per respingere gli attuali nemici è la mobilitazione, l’unità e il coordinamento degli sforzi in tutti gli scenari possibili. ma avendo la strada come vettore principale. Come ha ripetuto Chávez: “non è questione di vincere o morire, dovremo vincere”, e la sconfitta dell’ALCA è un esempio da tenere sempre a mente.
Nel 2013, nel nostro programma televisivo di Resumen Latinoamericano, quando è arrivato il 5 novembre, abbiamo trasmesso il discorso del comandante Chávez. Vedendo e ascoltando le loro parole, ci rendiamo conto della loro validità.
4/11/2025 https://www.telesurtv.net/










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