La voce delle donne e delle vittime dimenticate di Mattmark
A 60 anni dalla catastrofe del 30 agosto 1965, la storica Elisabeth Joris in un libro racconta le figure invisibili di quel cantiere in cui sono morte 88 persone e riflette sulle responsabilità mai riconosciute e sulla cultura della rimozione che prevale in Svizzera
A 60 anni dalla catastrofe di Mattmark (Vallese), in cui 88 persone impiegate sul cantiere per la costruzione dell’omonima diga morirono travolte da una slavina staccatasi dal sovrastante ghiacciaio, c’è ancora molto da dire su quello che resta il più grave incidente sul lavoro mai conosciuto in Svizzera. Un prezioso contributo in questo senso lo dà Mattmark 1965, un libro (fresco di stampa) edito e curato dalla storica Elisabeth Joris, in cui si fa luce su alcuni aspetti centrali legati alla tragedia ma sin qui poco o per nulla considerati. L’autrice dà innanzitutto voce alle tante donne che a vario titolo erano coinvolte nel contesto del cantiere e della tragedia e di cui non si è quasi parlato, ma si occupa anche delle differenze tra la cultura del ricordo in Svizzera e in Italia (da dove proveniva la maggioranza delle vittime). Mattmark 1965 ospita poi un’analisi degli atti del processo che nel 1972 assolse tutti gli imputati, che conferma come quella sentenza fosse figlia di una visione unilaterale da parte dei giudici. Infine, ma non da ultimo, il libro racconta anche un pezzo di storia sindacale attraverso un contributo di Vasco Pedrina (di cui ci occupiamo in un articolo a parte) sugli effetti che la tragedia di Mattmark ha avuto sulla svolta nel movimento sindacale elvetico in materia di politica migratoria. Ne parliamo in questa intervista con Elisabeth Joris.
Signora Joris, a partire da quali ragionamenti ha deciso di scrivere questo libro a 60 anni dalla tragedia di Mattmark? E Mattmark 1965 cosa racconta di nuovo?
Come storica mi sono sempre interessata di grandi opere, in particolare del coinvolgimento e del ruolo assunto dalle donne. Dopo essermi occupata in passato della costruzione delle gallerie (San Gottardo, Sempione, Lötschberg), nel 2020 ho compiuto una ricerca nella Valle di Saas per dare visibilità alle donne nel contesto della costruzione della diga di Mattmark e della catastrofe che è avvenuta e ne ho scritto in una pubblicazione commemorativa. Ma, trattandosi di una rivista di carattere scientifico, ho sentito la responsabilità di affrontare la questione anche in un contesto (come quello di un libro) accessibile pure alle persone che hanno reso le loro testimonianze e in generale a un pubblico più vasto. C’è stata poi la scadenza del 2022, quando sono stati desecretati gli atti del processo conclusosi nel 1972 (con l’assoluzione di tutti i responsabili), che hanno confermato la visione unilaterale dei giudici. Discutendo inoltre con Vasco Pedrina (con cui su Mattmark mi confronto da molti anni) della svolta sindacale cui la tragedia di Mattmark ha contribuito, abbiamo iniziato a scrivere. Ed ecco Mattmark 1965.
Chi sono le donne coinvolte nella tragedia a cui il libro dà voce?
Sono figure fondamentali nel contesto di un grosso cantiere come fu quello di Mattmark con oltre 1.500 operai (soprattutto stagionali) che dovevano mangiare, bere, dormire, lavare i vestiti eccetera. A garantire questi servizi erano infatti le donne. Così come erano le donne di Saas-Almagell a svolgere il lavoro agricolo in sostituzione degli uomini che lavoravano alla costruzione della diga. Quelle con cui sono entrata in contatto si possono suddividere in diversi gruppi. C’erano le donne impiegate nelle mense, che erano soprattutto italiane e provenivano in parte dalla stessa regione degli operai e alcune erano loro parenti. Non a caso tra le 88 vittime della tragedia ci sono anche due donne: una svizzera e un’italiana, una cuoca e un’addetta alla mensa. Di loro non si parla mai. Eppure erano figure che vivevano sul cantiere, che era il loro luogo di lavoro e dove avevano delle celle per dormire. Al momento della tragedia, erano le 5 del pomeriggio, la cuoca stava riposando perché aveva il turno di notte. C’erano poi le donne della regione che per guadagnare qualche franco affittavano stanze agli operai che non volevano dormire in baracca, altre lavoravano in hotel che ospitavano quasi solo lavoratori o gestivano una pensione per conto dell’impresa dove alloggiavano gli ingegneri. Altre ancora lavavano i vestiti degli operai: il mercato delle storiche lavatrici Schulthess era solo agli inizi ma a Saas-Almagell quasi tutte le famiglie ne avevano una. C’erano poi le donne che lavoravano nell’amministrazione dell’impresa e quelle che operavano al posto di pronto soccorso. Infine ma non da ultimo c’erano anche le donne che garantivano la continuità del lavoro agricolo, sia a Saas-Almagell sia nella regione di Belluno, da dove proveniva gran parte dei lavoratori stagionali e dove bisognava assicurare continuità anche nella gestione dei bar e di altre attività economiche, così come agli affari familiari e alla crescita dei figli. Nonostante la centralità del loro ruolo nei molteplici ambiti che ruotano attorno al cantiere di Mattmark, le donne non sono mai menzionate: le vediamo comparire solo in qualche fotografia o nascoste in fondo alla lista dei morti.
Il libro affronta anche le differenze nella cultura del ricordo in Svizzera e in Italia. Si intende dire che in Svizzera ha prevalso o prevale una cultura della rimozione del ricordo della tragedia? In cosa consistono queste differenze e come si spiegano?
La differenza è impressionante. In tutto il Bellunese si mantiene molto visibile la tragedia di Mattmark attraverso parchi, targhe e monumenti dedicati ai caduti e alle vittime del lavoro nel contesto dell’emigrazione. Permane infatti un diffuso sentimento di ingiustizia. Innanzitutto per quello che fu l’esito del processo, che ha mandato tutti assolti e in cui nessun sopravvissuto è mai stato chiamato a testimoniare, nonostante cose da raccontare ce ne fossero. Tutti sapevano per esempio, come poi confermato anche da un rapporto di esperti, che nei giorni precedenti quel 30 agosto si erano già staccati dei pezzi di ghiacciaio e dunque si sarebbero dovute adottare misure di prevenzione. Ma a suscitare indignazione è anche il fatto che le vittime italiane (che rappresentavano la grande maggioranza, 56 su 88) non sono mai state percepite come tali: nelle cronache dei giornali del 1965 si parlava dei parenti che accorrevano sul luogo della tragedia ma non dei morti e a comparire erano solo politici, rappresentanti dell’impresa, ingegneri, esperti eccetera. C’è poi da considerare che Mattmark è capitato due anni dopo la tragedia nella valle del Vajont (al confine tra le province di Belluno e Pordenone) in cui morirono quasi 2.000 persone travolte da un’onda generata da una frana di enormi dimensioni staccatasi dal monte Toc e precipitata nel bacino artificiale dell’omonima diga. Un evento che nella popolazione suscitò molta rabbia nei confronti del governo e che contribuì a sviluppare una diffusa sensibilità nei confronti dei grandi incidenti sul lavoro. Complice anche il ricordo del disastro della miniera di Marcinelle (in Belgio), dove nel 1956 un incendio sviluppatosi nell’impianto sotterraneo causò la morte di 262 persone di cui 136 immigrati italiani, c’è consapevolezza di come questi ultimi paghino prezzi altissimi. Così anche Mattmark e la tragedia di quel 30 agosto 1965, in Italia sono parte della storia di una comunità.
E in Svizzera invece?
In Svizzera le dighe sono sì parte della storia, ma di una storia eroica. Così come nella storia delle grandi opere sotterranee ad essere ricordato è l’ingegnere che ha progettato il tunnel ferroviario del San Gottardo e non quelli che sono morti per costruirlo (ricordati in modo anonimo come “caduti”), anche in quella delle dighe è la grandiosità dell’opera a prevalere. Mattmark doveva essere la diga in terra più grande d’Europa (così ce n’erano solo in Unione Sovietica) e alla sua apertura nel 1969 era il sentimento di fierezza a prevalere. C’è poi da dire che il comune di Saas-Almagell dall’opera ha tratto dei benefici (anche se non in misura di quanto promesso) in termini di infrastrutture (strade, scuole) e di compensi per l’utilizzo della forza idrica dei corsi d’acqua pubblici pagati dal concessionario. Gli italiani invece non hanno avuto nulla di tutto questo.
Oggi Saas-Almagell è l’unico luogo dove ci si ricorda ancora delle vittime. Nel resto della valle Mattmark non è un tema: le giovani generazioni non hanno nemmeno idea di quanto accaduto. E non a caso le pietre commemorative con riferimento diretto alla catastrofe (cioè non in modo anonimo alle “vittime dell’opera”) e le commemorazioni sono iniziative dell’Associazione Bellunesi nel mondo e dell’Associazione ItaliaValais, presieduta da Domenico Mesiano, attivista socialista e militante di Unia. Sono loro a mantenere vivo il ricordo. Non la Svizzera: la Svizzera esalta solo il progresso tecnologico che quella costruzione rappresenta.
Si può affermare che in Svizzera prevalga una cultura di rimozione del ricordo della tragedia?
In parte forse sì. In parte semplicemente si dimentica perché la tragedia diventa un elemento secondario. Uno scenario simile si osserva anche con le disgrazie legate alla costruzione delle gallerie: a essere celebrati sono il progresso tecnologico e la grandiosità delle opere e non le vittime. Questo anche a causa del fatto che la maggior parte di queste non erano svizzere. Così la Svizzera dimentica di essere un paese di immigrazione.
Il fatto che il giorno dopo la tragedia l’impresa voleva far riprendere i lavori fu un primo segnale di questa tendenza?
Fu un tentativo raccapricciante. Sin da subito si voleva ascrivere la tragedia al destino, considerarla come un evento imprevedibile. E dunque escludere ogni responsabilità di chicchessia.
Una tesi poi confermata in sede processuale…
Da un rapporto di esperti che evidenziava tutta una serie di contraddizioni e di antefatti (come il crollo nel 1949 del ghiacciaio a 100 metri dal cantiere della tragedia), i giudici hanno estrapolato solo aspetti a discolpa degli imputati e sono giunti alla conclusione che l’incidente non fosse prevedibile. Tutti gli argomenti a sfavore non sono stati presi in considerazione. E questo è una conseguenza delle forti connessioni tra giustizia e politica nella realtà dell’alto Vallese. Basti pensare che contro la sentenza di primo grado solo alcuni familiari di vittime italiane hanno interposto ricorso e che ad assumere il mandato non è stato un legale vallesano, ma un avvocato basilese vicino al Partito del lavoro. In sede di appello il giudice relatore (un cattolico ultraconservatore di famiglia aristocratica ma estremamente serio) dopo aver studiato gli atti giunse alla conclusione che quattro ingegneri avevano delle responsabilità penali, ma la Corte a maggioranza (3 a 2 o 4 a 1) ha poi deciso l’assoluzione di tutti e oltretutto di chiamare alla cassa i familiari delle vittime per pagare la metà delle spese processuali.
I numeri della tragedia
Ottantotto morti, 17 imputati, nessun colpevole
Mattmark è il nome di un grande lago artificiale in cima alla Valle di Saas (in Vallese), ma è anche quello con cui si evoca la sciagura capitata il 30 agosto 1965 alle 17.15, quando una grande massa si staccò dal sovrastante ghiacciaio Allalin (notoriamente instabile) e travolse le baracche degli operai addetti alla costruzione della diga destinata a creare quel lago. Baracche imprudentemente collocate ai piedi della diga, proprio nel cono di scivolamento del ghiacciaio da cui quel giorno si sono staccati i due milioni di metri cubi di materiale precipitati sul cantiere che hanno ucciso 88 lavoratori: 56 italiani, 24 svizzeri, 3 spagnoli, 2 austriaci, 2 tedeschi e 1 apolide.
L’inchiesta penale che seguì alla tragedia e che portò alla sbarra 17 persone (tra cui direttori, ingegneri e funzionari della SUVA) si è conclusa con l’assoluzione di tutti gli imputati, con sentenza del tribunale distrettuale di Visp del febbraio 1972 poi confermata in appello nel settembre dello stesso anno.
Claudio Carrer
29/8/2025 https://www.areaonline.ch










Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!