L’America Latina come “cortile di casa” degli Stati Uniti

L’ombra lunga della Dottrina Monroe: ingerenze, zone d’influenza e contraddizioni geopolitiche

Gli Stati Uniti d’America, sin dall’Ottocento, hanno rivendicato come propria zona di influenza l’intera America Latina, considerata il loro vero e proprio cortile di casa. Questa concezione affonda le radici nella Dottrina Monroe del 1823, secondo cui qualsiasi intervento europeo nelle Americhe sarebbe stato interpretato come una minaccia per la sicurezza statunitense.

Il celebre motto “L’America agli americani” poteva essere letto, più realisticamente, come “Tutta l’America agli Stati Uniti”. La comunità internazionale ha di fatto accettato questa impostazione, non per rispetto del diritto internazionale o del Nomos della Terra – l’ordine giuridico globale – ma per una forma di realpolitik che, nell’Ottocento, considerava legittima la richiesta di una potenza emergente di garantirsi una zona di sicurezza.

Nel tempo, la Dottrina Monroe è diventata lo strumento per giustificare numerose ingerenze, trasformate poi in vere e proprie politiche interventiste. In origine, Washington dichiarava di voler proteggere gli Stati latinoamericani dalle ingerenze europee, analogamente a quanto affermato oggi in relazione all’Ucraina per contenerne l’influenza russa. Con gli anni, però, caddero anche questi alibi: si interveniva semplicemente per difendere gli “interessi americani”.

Interventi diretti e indiretti: una lunga storia di influenza americana

L’ingerenza statunitense in America Latina è stata spesso brutale. L’esempio più evidente è la guerra contro il Messico del 1846, che portò all’annessione del Texas e di immensi territori pari al 40% dell’estensione messicana, praticamente dimezzando il Paese.

Vi furono anche ingerenze indirette: il caso dell’imperatore Massimiliano d’Asburgo, fucilato nel 1867, è emblematico. Sostenuto dalla Francia di Napoleone III, Massimiliano si trovò senza protezione quando, su pressione degli Stati Uniti, i francesi furono costretti a ritirarsi. La sua condanna a morte apparve a molti come un sinistro riflesso della Dottrina Monroe.

Anche la rivoluzione messicana, poco prima della Prima guerra mondiale, vide gli Stati Uniti finanziare e armare le fazioni ritenute più favorevoli ai propri interessi.

Gli interventi continuarono nel tempo: l’invasione della Repubblica Dominicana, l’intervento a Cuba dopo la guerra ispano-americana, l’appoggio alla secessione di Panama dalla Colombia, le operazioni in Nicaragua, fino ai colpi di Stato in Brasile, Argentina e Cile.

Oltre agli interventi militari, gli Stati Uniti esercitarono pressioni economiche, imponendo embarghi e controllando le finanze di Paesi fragili come l’Honduras. Il caso Cuba–URSS è paradigmatico: la crisi dei missili nacque dalla logica statunitense della “zona di rispetto”, che mal tollerava basi sovietiche nel proprio emisfero mentre Washington manteneva i propri missili in Turchia. Kennedy, comprendendo la contraddizione, li ritirò, risolvendo la crisi.

Il doppio standard delle grandi potenze e le tensioni contemporanee

La logica delle “zone di sicurezza” non è appannaggio degli Stati Uniti. Anche l’Unione Sovietica si vide riconoscere una sfera di influenza sull’Europa centro-orientale, così come la neutralità della Finlandia, ritenuta necessaria per la sicurezza di San Pietroburgo.

Con la caduta del comunismo, però, alla Russia non solo venne negata qualsiasi zona di influenza, ma la NATO avanzò fin dentro l’ex spazio sovietico. Le tensioni attuali nascono anche da questo spostamento del confine militare occidentale, che ha coinvolto perfino l’Ucraina, culla storica della Rus’ di Kiev, seguendo la strategia proposta dal politologo Zbigniew Brzezinski.

Resta sorprendente che gli stessi europei che si dicevano relativamente al sicuro quando Berlino Ovest era circondata dal Patto di Varsavia, oggi sostengano di sentirsi minacciati da una Russia post-sovietica che ha rinunciato a comunismo e impero, permettendo persino la riunificazione tedesca nella speranza di una cooperazione futura.

Mentre i media occidentali evocano il “pericolo dell’espansionismo russo”, si dimentica che gli Stati Uniti conservano basi militari in tutto il mondo, intervengono nelle questioni di Taiwan, rivendicano ruolo in Groenlandia, Panama e persino in Canada. A Washington è riconosciuta una vasta zona di influenza; a Mosca, potenza nucleare e geografica tra le maggiori del pianeta, non si concede neppure un “piccolo patio”, per usare una metafora.

Francesco Petrone

9/12/2025 https://www.farodiroma.it/

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