Lavoro. Pensieri di un giovane “io, il nonno e la classe operaia”
Versione interattiva Lavoro e Salute Giugno 2026 – Lavoro & Salute – Blog
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Pensieri raccolti e rielaborati da Renato Fioretti
A volte mi chiedo che cosa voterei se avessi vissuto il mondo di cui parlava mio nonno. È una domanda che mi torna addosso ogni volta che penso al mio primo voto, ogni volta che provo a immaginare un futuro che non riesco a vedere.
Sono cresciuto con lui, più che con i miei genitori, e per anni ho ascoltato i suoi racconti su quella che chiamava “la classe operaia”, come se fosse una comunità viva, compatta, capace di riconoscersi e di farsi riconoscere. Allora me ne parlava come di un mondo presente; oggi ne parla come di un mondo perduto. Mi raccontava dei cortei del Primo Maggio, di quando portava sulle spalle mio padre e gli mostrava gli striscioni, le bandiere, la folla che avanzava come un unico corpo.
Mi parlava delle fabbriche, delle assemblee, delle lotte per il salario, della dignità che nasceva dal sapere di non essere soli. Mi diceva che votava per l’emancipazione dei lavoratori, perché sapeva da che parte stare e sapeva anche chi stava dalla sua. Mi parlava di un tempo in cui la sinistra era percepita come un baluardo, un luogo politico che non aveva bisogno di essere spiegato. Bastava nominarlo.
Oggi mio nonno ha quasi ottant’anni e quando parla di quel tempo lo fa con una malinconia che non riesce a nascondere. Io lo ascolto e mi chiedo che cosa sia rimasto di tutto questo. Non vedo cortei, vedo contratti a termine. Non vedo comunità, vedo colleghi che cambiano lavoro ogni pochi mesi.
Non vedo emancipazione, vedo stipendi che non bastano. Non vedo un futuro, vedo turni spezzati, partite IVA che non sono vere autonomie, lavori che iniziano e finiscono senza lasciare traccia. E soprattutto non vedo un luogo politico in cui riconoscermi. Mio nonno sapeva a chi affidare la speranza; io non so nemmeno dove cercarla. Lui diceva che la classe operaia “andava in paradiso”.
Io ho la sensazione che non sia mai salita da nessuna parte: è rimasta sulla terra, a patire. E io, che dovrei votare per la prima volta, non so nemmeno da dove cominciare. Questa domanda, che sembra personale, è in realtà una domanda collettiva. Perché non riguarda solo me, ma una generazione intera che non ha ereditato né la forza né la forma politica di quella classe operaia di cui parlava mio nonno. Per anni si è ripetuto che la classe operaia era “scomparsa”, come suggerivano alcune letture statistiche che, osservando la riduzione degli operai manifatturieri, concludevano che quel soggetto sociale non esisteva più. Ma altri studiosi hanno sostenuto l’opposto: che la classe operaia non è scomparsa, è stata solo dispersa, frammentata, resa irriconoscibile. E che la sua invisibilità non è un dato naturale, ma il risultato di precise scelte politiche, economiche e culturali. Luciano Gallino, che aveva visto più lontano di molti, parlava del “costo umano della flessibilità” quando la flessibilità veniva ancora celebrata come modernità. Diceva che il lavoro non è una merce, e che trattarlo come tale avrebbe prodotto una società più povera, più fragile, più diseguale. Aveva ragione.
La flessibilità non è stata una transizione verso un mercato del lavoro più dinamico: è diventata una condizione permanente, una forma di precarietà strutturale che ha eroso identità, diritti, continuità. E mentre la retorica della modernizzazione avanzava, la realtà del lavoro arretrava. La mia generazione è cresciuta dentro questa trasformazione senza nemmeno accorgersene.
Abbiamo imparato presto che un contratto non è mai definitivo, che un lavoro non è mai stabile, che un diritto può essere sospeso, ridotto, cancellato. Abbiamo imparato che la flessibilità non è una fase, ma una condizione permanente. Abbiamo imparato che la precarietà non è un passaggio verso qualcosa, ma il punto di arrivo. E mentre noi imparavamo tutto questo, la politica e l’economia costruivano un sistema in cui la continuità del lavoro non era più un valore, ma un ostacolo. Un sistema in cui la stabilità era vista come un freno, non come un fondamento. Marco Biagi, che pure immaginava un mercato del lavoro più aperto, più mobile, più capace di includere, aveva insistito sulla necessità di accompagnare la flessibilità con tutele adeguate. Parlava di un equilibrio tra libertà e sicurezza, tra mobilità e protezione. Ma quell’equilibrio non è mai stato realizzato.
La flessibilità è rimasta, le tutele no. La promessa di un mercato del lavoro più dinamico si è trasformata in una realtà in cui la mobilità è diventata instabilità, in cui la libertà è diventata solitudine, in cui la sicurezza è diventata un privilegio per pochi. La flessibilità che doveva essere un ponte è diventata un precipizio. La precarietà, così come l’abbiamo conosciuta, non è stata un effetto collaterale della modernizzazione: è stata la sua condizione. È stata la leva attraverso cui si è ridotto il costo del lavoro, si è indebolita la contrattazione collettiva, si è frammentata la forza lavoro.
È stata la chiave per trasformare il rapporto di lavoro in un rapporto di forza nudo, in cui il lavoratore è sempre sostituibile, sempre esposto, sempre ricattabile. È stata la strategia attraverso cui si è costruito un modello economico che compete verso il basso, non verso l’alto. Il punto di svolta è arrivato con il contratto a tutele crescenti, ma la sua genealogia è più lunga, più stratificata e molto meno innocente di quanto la narrazione politica abbia voluto far credere.
Prima che il legislatore lo trasformasse nell’architrave del Jobs Act, l’idea di un contratto unico a tempo indeterminato con una fase iniziale più flessibile era stata elaborata da Tito Boeri e Pietro Garibaldi, ben prima che Pietro Ichino ne producesse una versione più radicale e più sbilanciata sul versante della libertà di licenziamento. Tra il 2007 e il 2008, Boeri e Garibaldi pubblicano su lavoce.info e poi nel volume Un nuovo contratto per tutti una proposta che nasce come risposta al dualismo del mercato del lavoro: un contratto unico che assorba la giungla dei rapporti atipici e che preveda tutele piene solo dopo alcuni anni, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la distanza tra garantiti e precari.
È una proposta che si muove ancora dentro un orizzonte di universalismo: meno segmentazione, più continuità, più diritti estesi a tutti. Successivamente, Ichino interviene con una propria elaborazione che mantiene la struttura formale del modello Boeri Garibaldi ma ne modifica l’impianto sostanziale: la progressività delle tutele non è più uno strumento per ricomporre il mercato del lavoro, bensì un modo per rendere il licenziamento economicamente prevedibile e giuridicamente meno rischioso per l’impresa. Quando nel 2015 il governo Renzi approva il contratto a tutele crescenti, la scelta politica è chiara: viene – sostanzialmente – recepita la versione Ichino dell’ex Contratto Unico, non quella, veramente “sperimentale”, di Boeri e Garibaldi. La progressività delle tutele diventa la leva per svuotare l’articolo 18, riducendo la reintegrazione a ipotesi residuali e trasformando il futuro del rapporto di lavoro in una relazione sempre più sbilanciata, dove la stabilità non è più un diritto e le “tutele crescenti” non hanno nulla a che vedere con le garanzie previste dal vecchio rapporto di lavoro “a tempo indeterminato”.
Anno 2007-2008 Proponenti Boeri & Garibaldi
Contratto unico con tutele piene dopo alcuni anni Nota – Prima formulazione organica
2010-2013 Proponente Ichino
Proposte di legge su “lavoratore economicamente dipendente” e tutele progressive
Nota – Evoluzione più radicale
2014-2015 Proponente Governo Renzi
Contratto a tutele crescenti (Jobs Act)
Nota – Recepisce soprattutto la versione Ichino
Il risultato finale non è un compromesso tra le due visioni, ma la vittoria della linea più sbilanciata sul lato datoriale. L’idea originaria di Boeri e Garibaldi – che pure nasceva dentro un tentativo di razionalizzazione del sistema – viene assorbita e rovesciata: da strumento di universalizzazione delle tutele diventa il dispositivo tecnico giuridico che sancisce la fine della stabilità come principio. È qui che si consuma il vero punto di svolta: non nel 2015, ma nel passaggio culturale che ha permesso di presentare come “modernizzazione” ciò che, nella sostanza, è stato un mutamento di paradigma. Il lavoro non è più un rapporto tra soggetti dotati di diritti, ma una relazione a sovranità asimmetrica, dove la continuità occupazionale dipende dalla volontà unilaterale dell’impresa. E da quel momento in poi, la precarietà non è più un’anomalia: è il modello, la nostra educazione sentimentale. Ci hanno detto che era temporanea, che sarebbe servita a “entrare nel mercato”, che dopo sarebbe arrivato qualcosa di più solido. Non è mai arrivato. La mia generazione ha conosciuto il lavoro dentro questa nuova asimmetria.
Non abbiamo mai conosciuto un mercato del lavoro in cui la stabilità fosse la norma. Abbiamo conosciuto un mercato in cui la stabilità è un’eccezione, un privilegio, un residuo del passato. Abbiamo conosciuto un mercato in cui la continuità del lavoro non è più un diritto, ma una concessione. Abbiamo conosciuto un mercato in cui il licenziamento non è più un evento straordinario, ma una possibilità costante.
Abbiamo conosciuto un mercato in cui la paura è diventata una componente strutturale del rapporto di lavoro. La trasformazione del rapporto di lavoro ha avuto conseguenze profonde non solo sul piano economico, ma anche sul piano sociale e politico. Ha eroso la capacità dei lavoratori di organizzarsi, di riconoscersi, di costruire un’identità collettiva.
Ha indebolito la contrattazione collettiva, che era stata per decenni il principale strumento di equilibrio tra capitale e lavoro. Ha frammentato la forza lavoro in una miriade di figure contrattuali, ciascuna con diritti diversi, tutele diverse, condizioni diverse. Ha reso più difficile la solidarietà, più difficile la mobilitazione, più difficile la rappresentanza. E mentre la forza collettiva si indeboliva, la forza individuale non aumentava. Perché la forza individuale non esiste nel mercato del lavoro: esiste solo la forza collettiva. Un lavoratore isolato non ha potere. Un lavoratore isolato non può negoziare. Un lavoratore isolato non può resistere.
La precarietà non ha solo indebolito i lavoratori: li ha isolati. Li ha resi soli di fronte all’impresa, soli di fronte al mercato, soli di fronte alla politica. Li ha resi individui senza collettività, lavoratori senza classe, cittadini senza rappresentanza. E quando il lavoro non è più un terreno comune, diventa una somma di biografie precarie che non si incontrano mai. E una società fatta di individui isolati è una democrazia più debole, perché il conflitto scompare e resta solo la paura. Quando si parla della classe operaia, la prima obiezione che emerge è sempre la stessa: “non esiste più”. È un ritornello che si ripete da anni, sostenuto da statistiche che mostrano la riduzione degli operai manifatturieri, la trasformazione del tessuto produttivo, la crescita dei servizi, la diffusione del lavoro autonomo. È un ritornello che ha avuto una sua forza, perché sembrava descrivere un cambiamento reale: la fine della fabbrica fordista, la fine della grande industria, la fine del lavoro stabile. Ma quel ritornello ha prodotto un effetto collaterale devastante: ha reso invisibile ciò che non era affatto scomparso. Ha trasformato una trasformazione economica in una scomparsa politica. Ha confuso la fine di una forma con la fine di una condizione.
La classe operaia non è scomparsa: è stata disarticolata. È stata dispersa in una miriade di figure contrattuali che condividono condizioni simili ma non hanno più un nome comune. È stata frammentata in lavoratori a termine, partite IVA finte autonome, addetti della logistica – la nuova fabbrica del XXI secolo – operatori dei servizi, lavoratori poveri, giovani senza continuità contributiva, precari cronici. È stata resa irriconoscibile non perché non esista più, ma perché non ha più la forma politica che la rendeva visibile. Non ha più un luogo, non ha più un linguaggio, non ha più un’organizzazione capace di darle voce. Non ha più un nome che la contenga.
Alcuni sociologi hanno sostenuto che la classe operaia esiste ancora, ma è stata resa invisibile da un processo di individualizzazione forzata. Non è scomparsa: è stata privatizzata. È stata trasformata in una somma di individui isolati, ciascuno con il proprio contratto, il proprio salario, la propria precarietà. È stata separata da se stessa. È stata resa incapace di riconoscersi come classe. E una classe che non si riconosce non può agire, non può rivendicare, non può esistere politicamente. Può solo subire. La mia generazione vive dentro questa invisibilità senza nemmeno accorgersene.
Non abbiamo mai conosciuto la classe operaia come soggetto collettivo. Abbiamo conosciuto solo la sua condizione materiale, ma non la sua forma politica. Abbiamo conosciuto la fatica, ma non la forza. Abbiamo conosciuto il salario basso, ma non la solidarietà. Abbiamo conosciuto la precarietà, ma non la rappresentanza. Abbiamo conosciuto la solitudine, ma non la comunità. Abbiamo conosciuto la paura, ma non il conflitto. Abbiamo conosciuto la frammentazione, ma non l’unità. E mentre tutto questo accadeva, la politica ha smesso di parlare di classe. Ha smesso di parlare di lavoro come fondamento della cittadinanza. Ha smesso di parlare di diritti come strumenti di emancipazione. Ha smesso di parlare di uguaglianza come obiettivo. Ha smesso di parlare di conflitto come motore della democrazia. Ha smesso di parlare di ciò che mio nonno considerava ovvio: che il lavoro è il centro della vita sociale, e che la sua dignità è la misura della dignità di un Paese.
La classe operaia non è scomparsa: è stata lasciata sola. È stata lasciata senza rappresentanza, senza protezione, senza voce. È stata lasciata in un mercato del lavoro che la considera sostituibile, in un sistema economico che la considera un costo, in un discorso pubblico che la considera un residuo del passato. È stata lasciata in un presente che non le appartiene e in un futuro che non può immaginare. È stata lasciata in una condizione che non ha scelto e da cui non può uscire da sola. E allora la domanda non è se la classe operaia esista ancora. La domanda è perché non ha più un luogo in cui riconoscersi. Perché non ha più un linguaggio che la descriva. Perché non ha più un’organizzazione che la rappresenti. Perché non ha più una politica che la difenda. Perché non ha più una speranza a cui affidarsi. Perché mio nonno sapeva da che parte stare, e io no.
Chi parlerà per chi non ha più voce.
Renato Fioretti
Esperto Diritti del Lavoro. Collaboratore redazionale di Lavoro e Salute
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