LAVORO PUBBLICO: MALA TEMPORA CURRUNT, SED PEIORA PARANTUR

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VIVIAMO TEMPI DIFFICILI, MA SE NE PROSPETTANO DI PEGGIORI

Difficoltà e disagi per i lavoratori del pubblico impiego.
In questo periodo mi capita sempre più di frequente di raccogliere confidenze e sfoghi da parte di persone da me conosciute, dipendenti da diversi settori del servizio pubblico, che lamentano sofferenza e disagio per diversi motivi. Eccessivi carichi di lavoro, stress causato loro dalle richieste sempre più stringenti, mansioni e competenze che non vengono equamente distribuite, richieste pressanti di prestazioni su cui i nuovi assunti (per concorso) non hanno competenze specifiche. Il risultato non è, ovviamente, il rischio della vita sui luoghi di lavoro, come accade per tanti lavoratori di imprese private che operano nell’ambito della costruzione di infrastrutture o dell’edilizia o in altri settori. Stefano Cecchi, amministratore comunale toscano di Rifondazione Comunista, nel suo profilo Face Book giornalmente riporta da due a tre casi almeno di incidenti mortali sul lavoro. Però anche molti dipendenti pubblici vivono uno stato di tensione e di stress continuo che produce svariati disturbi psicosomatici.

Su questo problema, che mi consta personalmente perché conosco diverse persone che lo vivono, non posso condurre un’inchiesta, per così dire, “alla luce del sole”. Chi lo vive non desidera essere intervistato in via ufficiale, anche perché ognuno di loro è tenuto alla riservatezza. Posso solo rilevare, perché di dominio pubblico, che esso si riscontra in modo particolare nelle ASL, sia tra i sanitari che tra gli amministrativi, e nel settore dei Servizi sociali. Ovviamente non ne sono esclusi altri settori di servizio pubblico, come le scuole. Qual è il risultato? Poiché, almeno formalmente, i diritti dei lavoratori vengono rispettati e quindi nessuno di loro è a rischio di penalizzazioni o al limite di licenziamenti, ognuno cerca di tirare a campare come meglio può, limitandosi a fare quello che riesce. Chi ne soffre di più sono i più sensibili, coloro che vorrebbero adempiere al loro lavoro “secondo scienza e coscienza”. Ma non possono.

E perché? I problemi sono di vario genere: dai carichi di lavoro eccessivi e mal distribuiti, alla mancanza di formazione, alla creazione di conflitti interpersonali dovuti a rivalità e a incomprensioni. Con la conseguenza che, oltre a questo stato di malessere diffuso tra i colleghi, chi ne subisce le conseguenze sono gli utenti dei servizi, che pagano di persona lungaggini, ritardi, o vere e proprie inadempienze. Si spiegano così i lunghi tempi di attesa e l’impossibilità di fruizione di servizi sociali, che consistono in offerta di beni necessari o di cure. Ci rimettono inoltre anche altri lavoratori perché molte imprese private, cui i servizi pubblici si rivolgono per l’ottenimento di forniture varie, dopo avere stipulato regolare contratto non ricevono il dovuto nei tempi previsti e, a loro volta, non possono pagare i fornitori d’opera.

Documentazione sulla sostanza del problema

Come documentazione certa, posso fare riferimento a due articoli pubblicati sul “Corriere di Chieri”. Il primo, del 3 novembre 2023, titola: “Assistenti sociali in fuga dal Consorzio. Clima pessimo, 2 anni di disordine” Il secondo, del 31 maggio 2024, titola: “Pazienti in fuga e buco di 23 milioni. Lo conterremo con i fondi statali”.
Nel primo articolo si fa chiaramente riferimento a un clima di malessere dovuto a disordine organizzativo crescente. Il risultato è che molti dipendenti chiedono la mobilità per trasferirsi ad altri Enti. Ne viene fuori la sostanza del problema: gli assistenti sociali sono troppo pochi, le liste d’attesa per gli utenti da prendere in carico si allungano. Ma, come viene sottolineato anche nell’articolo, il benessere del personale ha un costo e mancano i fondi per finanziarlo. In buona sostanza, il problema si risolve o meglio si evita peggiorando il servizio per gli utenti che non trovano risposta alle loro necessità e per i dipendenti con la ricerca di altri sbocchi professionali.

La grossa questione rilevata nel secondo articolo è il disavanzo nel bilancio dell’ASL TO5 che da 5 milioni del 2022 giunge fino a 23 milioni. La causa viene attribuita alla “fuga” dei pazienti verso il privato convenzionale o verso le strutture private, anche fuori Comune. Ma questa causa, a mio avviso, potrebbe essere invece la conseguenza perché viene meno la fiducia nell’efficacia dei servizi elargiti dall’ASL TO5. Inoltre, il direttore generale fa riferimento ad un altro aspetto che avrebbe inciso sui conti: l’assunzione di 20 dirigenti e di 50 operatori. Ogni assunzione ha un costo tale per cui le risorse finanziarie rischiano di diventare insufficienti. “Senza queste assunzioni, le perdite sarebbero state più contenute”. Anche qui, a mio avviso, si potrebbe ravvisare un rovesciamento di rapporto tra cause e conseguenze, come se la causa del disavanzo fosse l’assunzione di nuovo personale per far fronte alle esigenze sociali del servizio offerto e non invece l’insufficienza delle risorse finanziarie pubbliche messe a disposizione per farlo funzionare a dovere, anche, certo, con l’assunzione di nuovo personale, onde redistribuire in maniera più equa ed efficace i carichi di lavoro e le competenze necessarie.

Prima domanda: quali sono le cause del malessere?
Ma perché accade questo? Ho potuto rilevare, sempre indirettamente, attraverso informazioni che mi giungono “per sentito dire”, alcune concause. Innanzi tutto, non è un mistero per nessuno che dall’alto arrivino ordini di tagli di spesa sui servizi erogati. Anzi, i quadri dirigenti ricevono degli incentivi monetari perché i risparmi siano effettivi e debitamente quantificati. E come si fa a risparmiare?

Ad esempio, tagliando sulle assunzioni. E purtroppo gli “ultimi arrivati” si vedono attribuire mansioni “di loro competenza” di svariate tipologie, il cui corretto espletamento richiederebbe altro personale. Inoltre, queste persone si vedono attribuire mansioni su cui non hanno alcuna competenza e sulle quali non ricevono nessuna adeguata formazione. Perché anche una formazione sistematica e di qualità richiederebbe dei costi. Sicché ognuno è messo nella condizione di cavarsela da sé, come sa e come può, se può, con le conseguenze di cui si è detto sopra, di stress personale e di conflitti interpersonali. Mi sono personalmente rivolta anche a dei sindacalisti, sempre a titolo di amicizia, per capire se tutto questo è legittimo. La risposta è stata che i lavoratori di nuova assunzione avrebbero diritto intanto ad avere un orientamento generale sulla composizione dell’intero servizio, le sue diramazioni e i suoi obiettivi operativi; in secondo luogo avrebbero diritto a ricevere una comunicazione ufficiale sul mansionario effettivo che spetterebbe loro e infine, nel caso fosse necessario, a ricevere adeguata formazione.

Ma tutto questo, a quanto mi consta, in molti casi non avviene perché avrebbe dei costi aggiuntivi su cui si intende risparmiare. E devo purtroppo aggiungere che neppure i sindacati, almeno in certi settori, ne fanno oggetto di loro preciso intervento a tutela dei lavoratori. Con la conseguenza che tutto rischia di diventare un marasma informale, dove ognuno fa quello che può “alla meno peggio”. L’espressione che ho sentito dire in realtà suona molto più triviale. Così si tira a campare, ma la madre di un bambino autistico non riesce ad ottenere l’accesso a cure continuative per suo figlio, una signora anziana con significativi sintomi di demenza senile e senza parenti che se ne possano fare carico stenta ad accedere ai servizi sociali che potrebbero seguirla, una lavoratrice straniera da 27 anni in Italia non può tornare al suo Paese per un periodo di tempo perché in attesa di un intervento che è stato più volte rimandato. E questi sono solo alcuni casi di cui ho diretta conoscenza.

Seconda domanda: perché questa “corsa al risparmio”?

E adesso l’altra domanda: ma perché c’è tutta questa necessità e questa corsa al risparmio su settori pubblici di così grande impatto sociale? La risposta purtroppo la dà la realtà, e non da oggi. Non a caso quelle che una volta erano le Unità sanitarie locali sono diventate Aziende! I criteri aziendalisti mirano al risparmio per destinare ricchezze ad altri settori. Quali, ad esempio? Purtroppo non è un mistero per nessuno che viviamo in tempi in cui è diventata un’urgenza sempre più sentita dirottare ricchezza pubblica verso il settore militare!
Viviamo in un contesto storico in cui, per “appoggiare” nazioni belligeranti nostre “alleate” (come l’Ucraina o Israele) abbiamo bisogno di inviare armi e danaro, ma ora si prospetta un fantasma ancora più perverso: il Rearm Europe, un incremento di spese militari con i nostri risparmi, non sia mai dovessimo entrare in una guerra guerreggiata!
D’altronde, anche la nuova tendenza a introdurre nelle scuole superiori informazioni, insegnamenti e attività a carattere spiccatamente militare è una pratica che da un certo tempo a questa parte sta prendendo sempre più piede. Creando, tra l’altro, una situazione di paradossale schizofrenia, dal momento che ad Associazioni come la nostra, il Comitato Pace e Cooperazione Internazionale del Comune di Chieri, viene richiesto sempre più di offrire alle scuole progetti e percorsi di educazione alla pace e alla nonviolenza.

Terza domanda: a che cosa dobbiamo educare i giovani, oggi?

Ma allora, a che cosa dobbiamo educare i giovani? A diventare dei bravi soldati, obbedienti e disciplinati, pronti a dire “Signorsì” a chi li volesse eventualmente reclutare per la prossima guerra oppure a opporsi alla stessa idea di una possibile guerra, optando caso mai per un servizio civile di solidarietà verso i più disagiati? Noi abbiamo sempre optato per questa seconda scelta negli anni passati, anche in collaborazione con il Centro Studi Sereno Regis di Torino e continueremo a farlo, memori del monito di don Lorenzo Milani, cioè “L’obbedienza non è più una virtù”. E devo dire, come ultima riflessione, che i giovani sono molto più propensi, anche spontaneamente, anche con forme di autogestione, a seguire piuttosto questa strada. Dimostrando in tal modo di essere civilmente molto, molto più consapevoli di parecchi loro supposti “educatori” adulti, che siano genitori, insegnanti, politici o quadri militari.

Rita Clemente

Scrittrice – Collaboratrice redazionale di Lavoro e Salute

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