Le bombe senza colpevoli: il silenzio selettivo del Quirinale su Israele
Mattarella condanna le violenze in Libano ma evita di nominare Israele. Non è una svista: è una linea costante. Il Quirinale denuncia le conseguenze ma tace sulle responsabilità, mostrando un equilibrio sempre più sistematicamente orientato.
Le bombe senza nome del Quirinale
«Seguo con grande preoccupazione le notizie provenienti dal Libano, colpito da violenze che mettono a rischio la popolazione civile». Così Sergio Mattarella ha commentato gli ultimi bombardamenti su Beirut e sul sud del Paese. Una dichiarazione istituzionalmente composta, ma curiosamente incompleta: le bombe cadono, i civili muoiono, le città vengono devastate. Ma da chi?
Nelle parole del Presidente, ancora una volta, l’agente scompare. Le responsabilità si dissolvono in una nebbia lessicale che trasforma un’azione militare precisa in un fenomeno quasi naturale. Pioggia, tempesta, fatalità. Beirut colpita, ma non bombardata da qualcuno. Il Libano ferito, ma senza aggressore. È una scelta linguistica che non è nuova e che, proprio per questo, merita attenzione.
La grammatica dell’omissione
Non si tratta di una svista isolata. Negli ultimi anni, ogni volta che il conflitto mediorientale ha coinvolto Israele in operazioni militari contro Gaza o il Libano, il linguaggio del Quirinale ha mostrato una prudenza estrema nel nominare il soggetto. Al contrario, quando si tratta di altri scenari – dall’Ucraina alla Russia – la chiarezza terminologica diventa improvvisamente cristallina: aggressori e aggrediti vengono distinti senza esitazioni.
Nel caso di Gaza, durante i continui eccidi della popolazione civile per mano dell’IDF, Mattarella ha più volte ribadito il diritto di Israele alla difesa, sottolineando la necessità di evitare vittime civili, ma senza mai articolare una critica esplicita alle modalità delle operazioni militari, nonostante i dati diffusi da organismi internazionali parlassero di migliaia di morti tra i civili. Una postura “equilibrata” nella vulgata dei grandi media che quanda diventa sistematicamente asimmetrica, assume un altro nome. Nel caso libanese, la dinamica si ripete: si condannano le conseguenze, si tace sulle cause.
Il Presidente e il vincolo esterno
Ridurre tutto a una questione personale – ovviamente- sarebbe ingenuo. Il problema riguarda la funzione, più che l’uomo. Dalla crisi del 2011 e dal governo Mario Monti, il ruolo del Presidente della Repubblica ha subito una trasformazione profonda: da garante neutrale a snodo attivo di un sistema politico sempre più vincolato a equilibri sovranazionali.
La doppia rielezione – prima di Giorgio Napolitano e poi dello stesso Mattarella – ha consolidato questa evoluzione. Una prassi inedita, discussa anche tra costituzionalisti, che ha rafforzato il peso del Quirinale in un sistema in cui il Parlamento appare progressivamente svuotato e l’esecutivo condizionato da vincoli esterni: Unione Europea, alleanza atlantica, equilibri geopolitici globali.
Israele non è un attore qualsiasi: è parte integrante di un sistema di relazioni strategiche che coinvolge Stati Uniti, Europa e Mediterraneo allargato. Nominarlo esplicitamente come responsabile di operazioni militari contro civili significherebbe incrinare una narrazione consolidata, quella dell’alleato imprescindibile. E allora si sceglie un’altra strada: quella dell’ambiguità controllata.
Il silenzio sarebbe più onesto
C’è un paradosso evidente in questa postura. Nel tentativo di mantenere equilibrio, si finisce per produrre opacità. Nel tentativo di non esporsi, si espone una linea politica implicita. Perché le parole contano, soprattutto quando vengono dal Capo dello Stato. E omettere un soggetto, in un contesto di guerra, non è neutralità: è una forma di posizionamento.
Il risultato è una comunicazione che rischia di risultare non solo insufficiente, ma persino controproducente. Perché se le bombe cadono senza nome, anche la responsabilità evapora. E con essa, la possibilità stessa di un giudizio politico. A questo punto, viene da chiedersi se non sarebbe preferibile il silenzio. Non quello imbarazzato, ma quello consapevole di chi sa di non poter – o non voler – dire tutto. Perché tra una verità taciuta e una realtà deformata, la seconda è sempre più pericolosa.
Alex Marquez
11/4/2026 https://www.kulturjam.it/










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