Le complicità sugli omicidi sul lavoro, come sulla Palestina

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Ci sono similitudini politiche e di silenzio mediatico tra il quotidiano sterminio israeliano a Gaza e le centinaia di morti al giorno sul lavoro nel mondo. In Italia le riscontriamo da spettatori nell’ignavia politica e mediatica, certamente non nei numeri ma nella subdola complicità con gli imprenditori ai quali si concede di soprassedere impunemente su infortuni e morti, ormai una media annua di quattro al giorno.

E ne conteremmo tantissimi altri se venisse alla luce la strage silenziosa delle malattie da lavoro, chiamate “professionali” che mostrano una ben più elevata mortalità annuale rispetto agli infortuni.
Difficili da quantificare perché il loro riconoscimento segue un iter lungo e tortuoso, poi ci sono tanti casi che sfuggono alla attenzione mediatica ma continuano, dopo decenni e per tanti altri lustri ancora, a mietere vittime.

Per parlarne e fare giustizia occorre istruire grandi processi (proprio come si dovrebbe fare contro Israele) con decine di imputati, con centinaia famigliari di morti, ma trattandosi di eventi passati, non vengono più considerati attuali, come se, oggi, contaminazioni da sostanze tossiche e cancerogene, da organizzazione del lavoro stressante e debilitante, non esistessero più.
Significativa è la bassa attenzione e la relativa definizione che sui media si continua a dare rispetto ai decessi sui luoghi di lavoro, le definiscono “morti bianche” come se fossero dettate dal destino ineludibile e non dal criminale sistema che governa la produzione capitalista.

Una guerra unilaterale, come quella di Israele che si alimenta dall’assenza di conflitto che rappresenta l’unico strumento in grado di rimettere in piedi un depresso mondo del lavoro che ha perso la dignità e anche la speranza di vita. E’ su questa speranza da far rinascere che bisogna poggiare pensieri, parole e fatti per contrastare questa mattanza che regala questo modello produttivo criminale una media di tre morti al giorno.

Siamo di fronte all’aumento dello sfruttamento, dei bassi salari, incremento della precarietà e della flessibilità, aumento brutale dei ritmi e degli orari, tagli continui alla sanità, appunto per questo stato di cose ai confini della civiltà del lavoro si dovrebbe ridare poteri di contrapposizione conflittuale a chi si sente di esercitarlo, pena la continua conta di infortuni e di morti sul lavoro, al netto delle malattie professionali che si trasformano negli anni anch’esse in disabilità e morti.

E la politica come interviene? Con spregiudicatezza politica riducendo al lumicino i controlli nelle imprese riducendo il già, da decenni, scarso numero di Ispettori del lavoro lasciando troppo tranquilli i produttori di morte. Ma non ancora soddisfatti di tanta spregiudicatezza criminale liberalizzano appalti e subappalti, senza regole di protezione del lavoro e della dignità dei lavoratori, favorendo la crescita del caporalato che schiavizza menti e corpi in particolare di uomini e donne migranti, soprattutto in agricoltura.
Inoltre aumentando l’età pensionabile aumentano anche i rischi di infortuni di persone ultra sessantenni.

In Italia ci sono più di 800 mila invalidi del lavoro e 130 mila sono le vedove e gli “orfani del lavoro” da malattie professionali (impunemente silenziate dall’informazione e dai dati statistici in base alla smemorizzazione facilitata dalla tempistica di diluizione della morte nel tempo per esposizione o contatto con sostanze nocive e cancerogene nel processo di produzione. I limiti “ammessi” imposti per legge alle sostanze cancerogene non danno nessuna garanzia alla tutela della salute. La salute è continuamente esposta a rischi. Lo vediamo con il continuo aumento dell’inquinamento per polveri sottili e altre sostanze nelle nostre città e con il continuo superamento delle soglie.

Quando si parla di salute e sicurezza sul lavoro, uno dei temi che non viene mai affrontato perché non lo si ritiene pertinente è il diktat gerarchico, ormai imperante dopo decenni di deperimento dei diritti sindacali nei luoghi di lavoro, della fedeltà all’azienda e conseguente riduzione del diritto alla critica nell’organizzazione del lavoro.
A conferma di questa fase sociale e politica che nega i diritti costituzionali alla partecipazione dei cittadini alla vita politica e sindacale che funzionerebbe come prevenzione, c’è la stessa interpretazione fatta dalla magistratura che conferma la legittimità del cosiddetto “obbligo di fedeltà” nei confronti dell’azienda.
L’articolo del codice civile che ne parla è il 2105. Il titolo di questo articolo è infatti proprio “Obbligo di fedeltà”. Il testo dell’articolo però elenca precisamente i casi in cui varrebbe questo obbligo. Infatti, esso così recita: “Il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio”.
Sulla base di questo articolo, interpretato dalle aziende come via libera alla discrezionalità d’impresa, sono sempre più frequenti i provvedimenti disciplinari da parte delle aziende contro lavoratori/trici e delegati sindacali che esprimono opinioni pubbliche dentro e fuori i luoghi di lavoro che concernono le condizioni lavorative, le vertenze le ristrutturazioni o sui problemi di sicurezza e appalti. Parlare di “problemi” nel settore degli appalti è un eufemismo, si tratta di veri e propri campi di schiavismo, in particolare per i lavoratori migranti, sottoposti a carichi e orari criminali. Come succede contro i lavoratori palestinesi che lavorano in Israele.

E la politica come interviene? Con l’istituzione del “Ministero dell’impresa” che renderà quello del Lavoro un’appendice, il governo dell’estrema destra ha implicitamente legiferato la stabilizzazione degli infortuni e delle morti sul lavoro e la logica possibilità che aumentino in base alla priorità degli interessi di produttività delle imprese. In realtà le Leggi, dalla 626 del 1994 alla 81del 2008, non sono mai state fatte rispettare dai governi per non disturbare le imprese.

Non possiamo fermarci a sperare che il problema degli infortuni sul lavoro si risolva potenziando le attività di vigilanza degli organi preposti. Questi, in realtà, possono operare, principalmente o forse meglio dire solamente, sul terreno della riduzione del danno, cosa importante, ma il problema è sistemico la mancata tutela della salute nei luoghi di lavoro va oltre la vigilanza strettamente sanitaria. Con questo non voglio certamente affermare che la battaglia contro le morti sul lavoro, gli infortuni e le malattie professionali, oggi sempre più disconosciute, è persa in partenza o che il lavoro degli organi preposti sia di poco peso o irrilevante, solo che ci fa bene restare ancorati alla barbarie di oggi. Una realtà fatta di crimini sul lavoro che non si vuole consapevolmente affrontare, tanto è vero che in Parlamento giace nei cassetti in proposta di Legge per il reato di omicidio sul lavoro.

Quando si parla di infortuni, malattie professionali e morti c’è sempre un’amnesia e riguarda la differenza di genere. Il 29 ottobre 2022 è entrata in vigore anche in Italia la Convenzione n. 190 OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro, approvata il 21 giugno 2019 a Ginevra da 187 Paesi e ratificata in Italia attraverso la legge n. 4 del 15 gennaio 2021.

La Convenzione n. 190 affronta tutto lo spettro dei rischi riguardanti il mobbing, lo straining, il bullying, il bossing, lo stalking, le molestie morali, le molestie sessuali e le violenze psico-fisiche. Rappresenta una vera rivoluzione lessicale per comprendere, in particolare nella magistratura obbligata a una rigida interpretazione della legislazione interna (in particolare dell’art. 2087 c.c., del d.lgs. 81/2008) e della disciplina antidiscriminatoria, in merito alla categoria della violenza e delle molestie lavorative, indipendentemente dallo status contrattuale, e determina nuovi strumenti di denuncia anche per i tirocinanti, gli apprendisti, i volontari, i lavoratori licenziati e quelli alla ricerca di un impiego (art. 2); a qualunque luogo (anche esterno) in cui si svolga la prestazione lavorativa, compresi gli spostamenti per viaggi di lavoro, formazione, eventi, attività sociali, arrivando a ricomprendere anche le comunicazioni lavorative a distanza rese possibili dalle tecnologie telematiche (art. 3).

I settori in cui si registrano percentuali più alte risultano essere il commercio, i servizi, la sanità, il lavoro domestico e di cura. Ambienti a prevalenza maschile, non tanto come maggioranza numerica, ma soprattutto dove il potere è gestito da uomini.

Cosa possiamo dedurre? Si evince che i lavoratori combattano a “mani nude” la guerra di classe che le imprese private, come gli enti pubblici – veri e propri predatori del bisogno di lavoro – hanno scatenato in questi decenni con spregiudicatezza, senza remore e rimorsi, fidando del silenzio, anche della loro dimenticanza di leggi rimaste inapplicate.
Ma a loro favore avanza anche un’altra facilitazione politica, quella dell’Autonomia Differenziata con la conseguente frammentazione regionale che significherà perdita dei diritti civili e sociali, aumento delle diseguaglianze, peggioramento delle condizioni economiche di tutti, cancellazione dello stato sociale, arretramento della democrazia, ulteriore imbarbarimento del mondo del lavoro con brutali disparità tra nord e sud.

E l’apatia politica su questa guerra unilaterale dell’esercito imprenditoriale, e spesso anche di qualche sindacato, la fa padrona. Quasi come a Gaza!

Franco Cilenti

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