Le invisibili: donne in movimento tra Calais e Grande-Synthe

PH: Aurora Porcelli

Resistere e sopravvivere ai margini della frontiera franco-britannica

Aurora Porcelli 1

La mano di una donna mi afferra e mi chiede sottovoce: “Hai degli assorbenti?”. Alzo gli occhi: intorno a me vedo solo fango, fumo, e una folla di persone accalcate dietro una fabbrica. Questa è la mia prima immagine di Grande-Synthe, una frazione di Dunkerque, lungo la frontiera franco-britannica.

Un luogo di passaggio, dove centinaia di donne attendono per giorni nella speranza di raggiungere, finalmente, l’Inghilterra.

Alcune sono in viaggio con le loro famiglie. Altre sono sole. Altre ancora sono giovani madri insieme a bambini e bambini. Ma quando arrivano in Europa, ciò che trovano non è protezione, ma marginalità.

L’assenza di centri di accoglienza dedicati, così come la carenza di servizi di base, le costringe a considerare un’unica opzione possibile: accamparsi in spazi abbandonati e insicuri.

Nei mesi più rigidi, quando vivere all’aperto rasenta l’impossibile, una tenda o una coperta diventano un privilegio. “God bless you”, ripetono alle operatrici e ai volontari. Ma ciò che scalda per una notte non garantisce sicurezza: mancano acqua, servizi igienici, strutture di accoglienza.

Il risultato di politiche di gestione migratoria emergenziale, punitive e cicliche, che privilegiano il controllo e la deterrenza rispetto alla dignità e al rispetto dei diritti delle persone.

L’invisibilità delle donne in movimento non si misura solo nella mancanza di servizi adeguati. Spesso è il riflesso di una dipendenza forzata da figure maschili, non solo per sentirsi protette, ma anche per poter chiedere aiuto. A T. ed E., mentre attendono il loro turno per fare la doccia, chiedo se si sentono al sicuro nella giungla.

La loro risposta è diretta: “Sì, anche se siamo sole e non abbiamo mariti, siamo circondate da ragazzi della nostra comunità che ci proteggono”. T. ed E. sono due giovani donne eritree, di 24 e 26 anni. Viaggiano da sole e non si conoscevano prima di partire, ma hanno stretto un’amicizia condividendo la stessa tenda.

È questa dipendenza a renderle (in)visibili: nascoste dietro l’ombra maschile che, spesso, è l’unica disponibile. Nelle jungle – accampamenti informali lungo i margini urbani dove si rifugiano in attesa di attraversare la Manica – il rischio di violenza sessuale è elevatissimo. In alcuni casi, chi viaggia da sola riesce a inserirsi in piccole comunità, condividendo la stessa lingua o cultura. Ma quando la solitudine si fa totale, il rischio cresce in modo esponenziale.

È il caso di H., nata in Inghilterra da una famiglia yemenita. Da bambina, sua madre ha deciso di riportarla nel Paese d’origine. Oggi è a Calais, sola, nel tentativo di tornare nel luogo dove è nata.

Life is crazy, most of the people say. I say life is injust”, dice. Dorme in una tenda in un campo abitato esclusivamente da uomini. Quando insieme al Refugee Women’s Centre gliel’abbiamo consegnata, ci ha ringraziato con un sorriso amaro: “È buffo come una tenda possa dare l’illusione di proteggere da un abuso. Vi sono grata. Se proverà a partire per l’Inghilterra la nasconderò nella foresta. Il rischio di fallire è altissimo… ma almeno avrò ancora un tetto sopra la testa”. Ha già tentato l’attraversamento due volte.

Affidarsi a figure maschili non serve solo a proteggersi dalla violenza. È spesso necessario anche per superare trappole silenziose: le barriere linguistiche. Queste rendono difficile – se non impossibile – esprimere i propri bisogni, soprattutto quelli legati alla salute e all’intimità.

Le lingue più comuni tra le donne presenti a Calais e Grande-Synthe sono tigrino, persiano, arabo, amarico e curdo. Molte di loro vengono da Eritrea, Sudan, Etiopia, Iran, Kurdistan Iraniano e Iracheno. Solo una piccola parte parla inglese. Le altre si affidano a mariti, fratelli o amici per comunicare, mentre per gli uomini l’accesso all’istruzione e alle lingue straniere è più comune.

In questo contesto, ogni spazio di parola femminile va difeso. In presenza di uomini, raccontarsi diventa quasi impossibile. Restituire voce alle donne in movimento significa anche creare spazi dove esprimersi senza mediazioni maschili è possibile per concedere dignità e autonomia alle stesse. A volte bastano un traduttore automatico, una sorella, una volontaria. E la distanza tra due mondi si accorcia.

Così ho conosciuto S., 21 anni, curdo-iraniana. Si è offerta spontaneamente di fare da mediatrice per le donne che parlano la sua stessa lingua. “Pensi che la scelta di sposarsi a 21 anni possa essere affrettata? Lo penso anche io. Eppure sono qui, a Grande-Synthe, con mio marito. Ho sempre sognato di costruire prima la mia vita e poi, pensare al matrimonio. Anche se spesso è difficile fare i conti con la società che mi ha cresciuta”.

Si sono sposati un anno fa, racconta, non perché fosse arrivato il giusto momento, ma perché convinti che il matrimonio avrebbe reso più facile la partenza. E, in caso di separazione forzata, anche il ricongiungimento. Ha già provato ad attraversare la Manica tre volte.

Nonostante la dedizione delle organizzazioni locali, rispondere a tutte le richieste è spesso impossibile: la mancanza di mezzi e risorse è un limite costante. Nelle jungle non c’è accesso all’elettricità, e chi fallisce l’attraversamento spesso perde il telefono in mare e chiedere aiuto diventa difficile.

Attraversare la Manica, nei rari giorni in cui si apre una finestra di passaggio, significa quasi sempre salire su piccole imbarcazioni pericolosamente sovraffollate.

Secondo i dati ufficiali del governo britannico (gov.uk), nel solo mese di aprile 2025 sono state 225 le imbarcazioni con a bordo fino a 50 persone, 168 quelle tra 50 e 59, 189 tra 60 e 69, 123 tra 70 e 79. Ben 33 barche hanno trasportato oltre 80 persone, ben oltre la capienza prevista.

Essere donne in movimento non significa soltanto attraversare confini geografici, ma anche affrontare quotidianamente barriere invisibili ma strutturali. Il loro coraggio non è eccezionale: è una condizione ordinaria. E ogni scelta, ogni gesto, ogni tentativo di partire è un atto di resistenza.

Come afferma A., durante una distribuzione di vestiti:

This shirt is very nice for a soirée, but I need comfortable clothes. In the jungle I fight every day.”

  1. Neolaureata nel corso di laurea magistrale Human Rights and Multi-level Governance presso l’Università degli studi di Padova. Ha svolto un tirocinio presso La Luna di Vasilika nel 2024. Da Aprile a Giugno ho lavorato insieme al Refugee Women’s Centre a Calais, sostenendo le donne in movimento lungo la frontiera franco-britannica  ↩︎

30/6/2025 https://www.meltingpot.org/

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