L’Italia è già dentro la guerra. Adesso lo ammette anche lo Stato

Per negare l’accesso ai dati sui traffici di armi nel porto di Ravenna, l’Avvocatura dello Stato parla di una «guerra mondiale a pezzi e ibrida» che coinvolge l’Italia. La sicurezza nazionale diventa così il paravento dietro cui sottrarre alla società il controllo democratico sulla militarizzazione del Paese.

Un secchio d’acqua gelida sulla faccia di chi continua a raccontarci che l’Italia sarebbe semplicemente spettatrice dei conflitti che stanno incendiando il mondo. Questa volta non sono i pacifisti, i portuali che bloccano le armi, i movimenti contro il riarmo o qualche pericoloso “filorusso” a dirlo. Lo scrive l’Avvocatura Generale dello Stato in una memoria presentata per difendere l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli: è in corso una «guerra mondiale a pezzi e ibrida» che coinvolge anche l’Italia.

Le parole sono importanti. Soprattutto quando vengono utilizzate da un organo dello Stato per giustificare la sottrazione di informazioni al controllo pubblico.

La vicenda nasce dalla battaglia della giornalista Linda Maggiori per conoscere quantità e caratteristiche dei materiali d’armamento transitati nel 2025 attraverso il porto di Ravenna. Una richiesta che tocca una questione elementare in una democrazia: sapere se attraverso infrastrutture civili italiane transitino armi, verso quali destinazioni e nel rispetto di quali autorizzazioni.

Il TAR dell’Emilia-Romagna, il primo luglio, ha riconosciuto il diritto di accesso ai dati. L’Agenzia delle Dogane ha però impugnato la decisione davanti al Consiglio di Stato. La questione è arrivata anche in Parlamento: un’interrogazione urgente al Senato ricostruisce come l’Avvocatura sostenga che perfino la divulgazione dei soli dati quantitativi sui materiali bellici transitati dal porto potrebbe compromettere «la sicurezza nazionale, la difesa, gli interessi militari e le relazioni internazionali dello Stato».

Ed è qui che la vicenda cambia completamente dimensione. Perché se conoscere quanti armamenti attraversano un porto civile costituisce un pericolo per la sicurezza nazionale, significa che quel porto è stato incorporato dentro una logistica di rilevanza militare. E infatti l’Avvocatura sostiene che rendere pubbliche quelle informazioni permetterebbe a potenze straniere di comprendere il ruolo «strategico» del porto di Ravenna per gli interessi nazionali e le relazioni internazionali italiane.

Un porto civile diventa dunque strategico. I suoi traffici diventano sensibili. Le informazioni diventano pericolose. E il cittadino non deve sapere.

Eccola, materialmente, la militarizzazione.

Non servono carri armati nelle strade perché un Paese entri progressivamente dentro una logica di guerra. Basta che porti, aeroporti, ferrovie, industrie, università e infrastrutture civili vengano inseriti nella macchina logistica militare. Basta che ciò che ieri apparteneva alla normale amministrazione diventi materia di sicurezza nazionale. Basta che la trasparenza venga considerata una vulnerabilità e il controllo democratico un possibile vantaggio concesso al nemico.

È esattamente ciò che sta accadendo.

E c’è un secondo aspetto ancora più grave. La battaglia di Linda Maggiori nasce dalla necessità di verificare l’effettivo rispetto della legge 185 del 1990, che disciplina esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento. Proprio la trasparenza sui flussi è indispensabile perché giornalisti, associazioni, lavoratori e cittadini possano controllare le scelte dello Stato. Lo stesso atto parlamentare presentato al Senato sottolinea che l’accessibilità di questi dati costituisce un presupposto del controllo democratico sulla normativa relativa agli armamenti.

Se però le informazioni necessarie a controllare il rispetto della legge vengono sottratte perché riguardano la sicurezza nazionale, si costruisce un cortocircuito perfetto: lo Stato decide, lo Stato autorizza, lo Stato controlla sé stesso e infine lo Stato stabilisce che i cittadini non possono sapere.

La guerra diventa zona franca della democrazia.

Non solo. Nell’atto di appello viene contestata persino la finalità dell’inchiesta giornalistica, sostenendo, secondo quanto riportato nell’interrogazione parlamentare, che l’accesso sarebbe finalizzato al procacciamento di notizie di forte impatto mediatico e richiamando un interesse «de lucro captando». È difficile non vedere il problema: invece di riconoscere il valore pubblico dell’inchiesta su traffici di armamenti, si mette sotto accusa chi pretende trasparenza.

È un rovesciamento inquietante. Non sono i traffici militari a dover essere sottoposti al massimo controllo democratico: è chi vuole conoscerli a diventare sospetto. Ed è qui che la frase sulla «guerra mondiale a pezzi e ibrida» acquista tutto il suo significato politico.

Da anni ci raccontano il riarmo come una misura preventiva, l’aumento delle spese militari come assicurazione sulla pace, la militarizzazione delle infrastrutture come normale adattamento alle nuove minacce. Ma quando bisogna giustificare il segreto, improvvisamente il velo cade: la guerra non sarebbe davanti a noi. Sarebbe già qui. E l’Italia ne sarebbe già coinvolta.

Se questa affermazione viene utilizzata giuridicamente per comprimere il diritto alla trasparenza, allora la domanda diventa inevitabile: quali altre conseguenze si intendono far discendere da questa condizione?

Perché la guerra non modifica soltanto i bilanci dello Stato. Modifica il rapporto tra Stato e società. Allarga il segreto, restringe l’accesso alle informazioni, trasforma il dissenso in problema di sicurezza, chiede ai lavoratori di obbedire alla logistica militare, impone ai giornalisti confini sempre più stretti, abitua la popolazione all’idea che esistano decisioni sulle quali non è più legittimo esercitare controllo.

È il passaggio dalla militarizzazione materiale alla militarizzazione democratica.

E allora dobbiamo prendere tremendamente sul serio le parole dell’Avvocatura dello Stato. Se davvero siamo dentro una «guerra mondiale a pezzi e ibrida», bisogna smettere di comportarsi come se l’unico problema fosse impedire che questa guerra arrivi domani.

È già arrivata. È nei porti attraversati dalle armi. È nelle infrastrutture civili trasformate in nodi strategici. È nelle spese militari sottratte al welfare. È nella propaganda che presenta il riarmo come inevitabile. È nella progressiva subordinazione della società alla sicurezza nazionale. Ed è anche nel tentativo di impedire ai cittadini di sapere cosa passa attraverso un porto della propria città.

Per questo la battaglia di Ravenna riguarda tutti. Difendere il diritto di conoscere i traffici di armi significa difendere qualcosa di molto più grande di un accesso agli atti: significa impedire che la guerra costruisca intorno a sé una zona d’ombra sottratta alla democrazia.

E significa soprattutto capire quale sia ormai il terreno dello scontro.

Se porti, aeroporti, ferrovie e luoghi di lavoro diventano ingranaggi della guerra, proprio lì può nascere la possibilità concreta di incepparla. Lo hanno mostrato i portuali che in diversi scali hanno rifiutato di caricare armamenti. Lo mostrano le mobilitazioni contro la logistica bellica. La guerra mondiale “a pezzi” può essere combattuta dal basso con un movimento altrettanto diffuso, capace di unire informazione, mobilitazione, obiezione, sciopero e boicottaggio.

Non basta più chiedere la pace mentre la macchina della guerra continua a funzionare.

Bisogna renderla visibile. Bisogna sapere dove passa. Bisogna chiamare per nome le responsabilità. E bisogna costruire la forza sociale capace di fermarla. Se persino l’Avvocatura dello Stato sostiene che l’Italia è dentro una guerra mondiale, allora non abbiamo più neppure l’alibi di fingere di non averlo capito.

29/8/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/

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