Lo sfruttamento israeliano delle risorse palestinesi
(Parte 1)
Da 25 anni, la politica di Israele nei confronti di Gaza è motivata non solo da [presunte, ndr] ragioni di sicurezza, ma anche dal tentare lo sfruttamento delle le riserve energetiche palestinesi. Con la cortina fumogena del cessate il fuoco, questi tentativi dietro le quinte stanno ora rapidamente intensificandosi.
New York (Special per Informed Comment) – Mentre la Seconda Intifada stava per iniziare nel settembre 2000, il leader dell’OLP Yasser Arafat celebrò la scoperta di gas naturale in un peschereccio a circa 30 chilometri al largo della Striscia di Gaza. “Questo fornirà una solida base per la nostra economia, per la creazione di uno Stato indipendente con la sacra Gerusalemme come capitale”, disse Arafat.
Gli sforzi per minare questa nobile speranza, che avrebbe potuto fare tanto per promuovere l’economia di Gaza, sono andati di pari passo con il crollo del processo di pace.
La catastrofe di Gaza riguarda (anche? principalmente?) il gas naturale
Dalla fine degli anni ’90, il Mediterraneo orientale è diventato molto attraente per gli interessi energetici, con giacimenti importanti come il Leviathan israeliano (600 miliardi di metri cubi, bcm), lo Zohr egiziano (850 bcm) e il giacimento Gaza Marine (28-30 bcm). Rispetto al giacimento Leviathan in Israele, che genera 10 miliardi di dollari all’anno di entrate da esportazione, o al giacimento Zohr in Egitto, che soddisfa il 40% della domanda di gas dell’Egitto, il giacimento Gaza Marine ha un potenziale produttivo inferiore. Tuttavia, potrebbe avere un impatto trasformativo sull’economia di Gaza e sul tenore di vita dei palestinesi.
Situato a 30 km al largo della Striscia, il giacimento Gaza Marine è stato scoperto nel 2000 dalla britannica BG e dalla palestinese Consolidated Contractors Company (CCC). Si prevedeva che avrebbe generato entrate per 4 miliardi di dollari.
Mettiamo le cose nel contesto: nel 2023, il PIL annuale di Gaza ammontava a meno di 18 miliardi di dollari. Quest’anno, dopo la devastazione causata da Israele, si stima che sarà appena 350 milioni di dollari. Il giacimento rappresenta quindi un’ancora di salvezza per i palestinesi di Gaza e una grande opportunità per superare la cronica carenza di energia a Gaza, che rimane fortemente dipendente dagli aiuti stranieri.
Con la sua industria del gas naturale, l’Egitto doveva fungere da hub onshore e punto di transito per il gas. Il gruppo britannico BG doveva finanziare lo sviluppo e le operazioni in cambio del 90% dei ricavi. L’Autorità Palestinese (AP) avrebbe ricevuto solo il 10%, più l’accesso a gas sufficiente a soddisfare le proprie esigenze.
Si trattava di un accordo di “condivisione dei profitti” in stile coloniale. Ma anche Israele voleva una parte. Nel 1999, il primo ministro Ehud Barak dispiegò la marina israeliana nelle acque di Gaza per impedire l’accordo tra PA e BG. Israele ha chiesto che il gas fosse convogliato alle sue strutture a un prezzo inferiore a quello di mercato e che gli fossero garantiti i ricavi destinati ai palestinesi, con il pretesto di impedire che i fondi fossero utilizzati per “finanziare il terrorismo”.
“Gas e petrolio del bacino levantino”, pubblicato sotto licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC-BY-SA). Tramite Seg Wiki (attribuzione).
Nel 2005, quando il primo ministro israeliano Ariel Sharon era concentrato sul “disimpegno” da Gaza, BG firmò un memorandum con l’EGAS (Egyptian Natural Gas Holding Company) per vendere il gas in quella zona. Ma l’accordo fu successivamente vanificato quando il primo ministro britannico Tony Blair intervenne all’ultimo minuto per perorare la causa del governo israeliano presso BG, presumibilmente su richiesta di Ehud Olmert, successore di Sharon come primo ministro. Nella nuova struttura dell’accordo, il gas sarebbe stato consegnato a Israele, non all’Egitto, e i fondi sarebbero stati prima convogliati alla Federal Reserve Bank di New York per una futura distribuzione, apparentemente per prevenire il “finanziamento di attacchi terroristici”.
Non sorprende che BG fosse un importante cliente di JP Morgan, il gigante finanziario statunitense che in seguito ha pagato a Blair milioni di dollari come consulente senior. (Ecco perché Blair è ora tornato a Gaza, dove intravede opportunità ancora più grandi).
Questi stratagemmi hanno ucciso le prospettive di una limitata autonomia di bilancio palestinese e degli Accordi di Oslo, mentre è stata aperta la strada a nuove guerre, che sarebbero poi state attribuite ai palestinesi.
Quando il governo di unità palestinese guidato da Hamas ha rifiutato l’offerta impossibile, il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha imposto un blocco su Gaza. Si sperava che la guerra economica avrebbe portato a una crisi politica e a una rivolta contro Hamas.
Le riserve di gas offshore di Gaza
La guerra del 2008-2009 ha causato devastazioni a Gaza, ma non è riuscita a trasferire il controllo dei giacimenti di gas a Israele. Così, mentre l’Occidente era travolto dalla crisi finanziaria del 2008, il governo Netanyahu si è trovato a dover affrontare anche una crisi energetica.
Nel mezzo della Primavera araba nella regione, Israele ha perso il 40% delle sue forniture di gas ed è stato colpito dal forte aumento dei prezzi dell’energia, che ha scatenato le proteste di massa del 2011 sul costo della vita in Israele, le più grandi degli ultimi decenni. Allo stesso modo, i disordini interni hanno fornito ai gabinetti di Netanyahu un motivo convincente per cercare la sovranità energetica a Gaza.

“Proteste israeliane per gli alloggi a Tel Aviv, 6 agosto 2011”, Wikimedia Commons. Di `avivi su Flickr. Pubblicato con licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic.
Ironia della sorte, il governo Netanyahu è stato salvato dalla scoperta di un enorme giacimento di gas naturale recuperabile nel bacino levantino. I giacimenti di Tamar e Leviathan sono stati una manna dal cielo per Netanyahu. Tuttavia, Israele ha affermato che “la maggior parte” delle riserve di gas appena confermate si trovava all’interno del suo territorio, il che ha portato a crescenti tensioni con il Libano, la Siria, Cipro e i palestinesi.
Per allentare le tensioni, gli Stati Uniti hanno avviato la loro “diplomazia del gas”, sperando di utilizzare la nuova ricchezza energetica della regione per riportare i paesi in conflitto al tavolo dei negoziati.

Giacimenti di gas del Mediterraneo orientale. Fonte: International Crisis Group.
Ma anche prima del 7 ottobre, le visioni della diplomazia del gas si sono rivelate esagerate. Sebbene scoperto anni prima dei giacimenti israeliani di Tamar e Leviathan, il giacimento offshore di Gaza Marine “rimane inaccessibile a causa delle restrizioni israeliane e quindi non offre alcun sollievo alla popolazione di Gaza che soffre sotto un soffocante assedio israeliano”.
In teoria, il momento era favorevole, dati gli alti prezzi dell’energia e la necessità dell’Europa di diversificare le risorse di gas. Tuttavia, l’ecosistema del gas levantino era privo di gasdotti che uscissero dalla subregione e rimaneva dipendente dalle limitate capacità di liquefazione del gas in Egitto. Pertanto, i progressi erano frustrantemente lenti.
Oltre alle scoperte energetiche, c’era in gioco molto altro: possibili canali di distribuzione alternativi che passavano proprio accanto a Gaza.
Un’alternativa israeliana al Canale di Suez
Circa il 12% del commercio mondiale passa attraverso il Canale di Suez, che collega il Mar Rosso e il Golfo di Suez con il Mar Mediterraneo. Ciò si traduce in 9,4 miliardi di dollari di entrate annuali per l’Egitto. Ma il traffico non è sempre stato fluido.
Nel marzo 2021, il Canale è stato bloccato per sei giorni da una nave portacontainer che si era incagliata. La chiusura ha costretto le petroliere a deviare intorno al Capo di Buona Speranza, vicino alla punta meridionale dell’Africa, aggiungendo oltre 4.000 chilometri al transito dall’Arabia Saudita agli Stati Uniti.
Oggi il Canale di Suez è operativo, ma il traffico rimane significativamente inferiore al normale a causa della crisi del Mar Rosso e delle relative preoccupazioni di sicurezza. E così, nel bel mezzo della guerra di Gaza, si è intensificato il fermento mediatico su un’iniziativa israeliana relativa al canale. Ma non era un’idea nuova.
Nell’antichità esistevano diverse rotte famose che attraversavano il deserto del Negev. La città di Eilat fungeva da porto chiave durante il regno di Salomone, come punto di scambio commerciale con l’Africa e l’Oriente. A metà del XIX secolo, il contrammiraglio britannico William Allen promosse la costruzione di un canale tra il Mediterraneo e il Mar Rosso, come alternativa al canale di Suez proposto. Poiché Allen non riuscì a convincere le potenze dell’epoca a sostenere il suo progetto ambizioso, fu costruito il Canale di Suez. Questo ridusse il viaggio da Londra al Mar Arabico di circa 8.900 chilometri.
Tuttavia, il sogno di un’alternativa al Canale di Suez mantenne la sua posizione nelle prime visioni sioniste. Nel suo romanzo La vecchia-nuova terra (1902), Theodor Herzl, il padre del sionismo politico, vedeva la terra ebraica come un punto nodale tra due enormi blocchi regionali e immaginava un futuro in cui “il traffico tra Europa e Asia avrebbe preso una nuova rotta – attraverso la Palestina”.
Era a questa idea che il primo ministro Netanyahu alludeva con la sua mappa del “nuovo Medio Oriente” all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite appena due settimane prima dell’offensiva di Hamas del 7 ottobre 2023. Con la Palestina e i palestinesi effettivamente cancellati dalla mappa, la debacle ha causato una tempesta internazionale.
520 esplosioni nucleari da 2 megatoni?
Negli anni ’50, Israele fece costruire un porto in acque profonde a Eilat, mentre un porto moderno fu costruito sulla costa meridionale del Mediterraneo ad Ashdod, a soli 60 chilometri dal confine con Gaza.
Negli anni ’60, anche il Canale di Suez era diventato vitale per gli interessi degli Stati Uniti, come dimostra un piano del Lawrence Livermore Laboratory (LLL) che è stato declassificato solo alla fine della Guerra Fredda. Uno dei progetti proposti si basava su un memorandum di H.D. MacCabee, che sosteneva l’uso di 520 esplosioni nucleari da 2 megatoni per scavare un canale attraverso il deserto del Negev.
Nel 1970, la compagnia di navigazione israeliana ZIM ha creato una filiale per fornire servizi di trasporto merci tra Ashdod ed Eilat, mentre è iniziata la costruzione di un oleodotto da 42 pollici attraverso il Negev da Eilat ad Ashkelon, a soli 12 chilometri dalla Striscia di Gaza.
Queste visioni fecero un balzo in avanti nell’ottobre 2020, quando la società statale israeliana Europe Asia Pipeline Company (EAPC) e la MED-RED Land Bridge con sede negli Emirati Arabi Uniti firmarono un accordo per utilizzare l’oleodotto Eilat-Ashkelon per trasportare il petrolio dal Mar Rosso al Mediterraneo, appena un mese dopo gli Accordi di Abramo.
Nell’aprile 2021, Israele ha annunciato che il Canale Ben Gurion si sarebbe collegato al Mar Mediterraneo aggirando la Striscia di Gaza. A differenza del Canale di Suez, il doppio canale israeliano avrebbe gestito le navi in entrambe le direzioni. Sarebbe stato lungo quasi un terzo in più rispetto al Canale di Suez, che misura 193 km. I costi del progetto quinquennale sarebbero compresi tra 16 e 55 miliardi di dollari. Si prevedeva che il canale avrebbe generato un reddito annuo di 6 miliardi di dollari o più.
Chiunque controllasse il canale proposto avrebbe un’enorme influenza economica (e leva politica) sulle rotte globali di approvvigionamento per il trasporto di merci.
Prima del 7 ottobre, l’unica cosa che si frapponeva tra il governo Netanyahu e il massiccio progetto del canale era la Striscia di Gaza palestinese e Hamas. La sfida era sbarazzarsi di entrambi.
La ricchezza energetica perduta
Notevoli riserve di petrolio e gas naturale si trovano non solo al largo di Gaza, ma anche nell’Area C della Cisgiordania occupata. Eppure, l’occupazione israeliana continua a impedire ai palestinesi di sviluppare i propri giacimenti energetici, cercando al contempo di sfruttare e trarre profitto dalle loro risorse.
Nel 2019, l’UNCTAD ha riferito che i territori occupati si trovano sopra notevoli riserve di petrolio e gas naturale nell’Area C della Cisgiordania occupata e al largo della Striscia di Gaza. Tuttavia, come ha avvertito l’UNCTAD, l’occupazione ha impedito ai palestinesi di sviluppare i loro giacimenti energetici.
Sulla base dell’indagine geologica statunitense del 2010, le scoperte di petrolio e gas naturale nel bacino del Levante ammontavano a 122 trilioni di piedi cubi di gas naturale e 1,7 miliardi di barili di petrolio recuperabile. In dollari statunitensi del 2023, il valore di queste risorse era pari rispettivamente a 557 miliardi e 87 miliardi di dollari. Alla vigilia del 7 ottobre, si trattava di circa 644 miliardi di dollari in totale.
Nel 2018 erano passati 18 anni dalla perforazione di Marine 1 e Marine 2. Poiché l’Autorità Palestinese non era stata in grado di sfruttare questi giacimenti, le perdite accumulate ammontavano già a miliardi di dollari. In Occidente, la posizione israeliana era considerata inutilmente dura.
Nel febbraio 2021, nella nebbia della pandemia di Covid-19, i colloqui su un gasdotto che avrebbe fornito energia affidabile alla povera Gaza sembravano andare avanti. Il piano prevedeva che il gas naturale proveniente dal giacimento in acque profonde Leviathan, gestito da Chevron nel Mediterraneo orientale, fluisse attraverso un gasdotto esistente in Israele e da lì a Gaza attraverso una nuova estensione proposta. La parte israeliana del gasdotto previsto sarebbe stata finanziata dal Qatar e la sezione a Gaza sarebbe stata pagata dall’Unione Europea.
Dopo una dolorosa pausa di sette anni, il progetto del gasdotto avrebbe dovuto fornire “una fonte di energia stabile a Gaza, ponendo fine ai blackout che hanno contribuito a paralizzare l’economia dell’enclave palestinese sotto blocco”. Il controllo di queste risorse energetiche era un elemento centrale nel programma di costruzione dello Stato di Yasser Arafat.
Come osserva Michael Barron, consulente energetico che ha lavorato per le parti interessate e ha scritto articoli sull’energia a Gaza, “lo sfruttamento israeliano delle risorse palestinesi era e rimane una parte centrale del conflitto”.
Ma la letale intransigenza dei gabinetti Netanyahu sta andando contro l’interesse a lungo termine di Israele per la pace e la stabilità. In particolare, il riconoscimento dello Stato palestinese, soprattutto da parte di paesi come il Regno Unito e l’Italia con grandi aziende energetiche registrate nella loro giurisdizione (rispettivamente BG ed ENI), potrebbe chiarire l’ambiguità giuridica. Ancora più importante, potrebbe garantire all’Autorità palestinese una fonte di reddito sicura che non dipenda più da Israele.
Il ponte terrificante
Dalla sua ascesa al potere alla fine degli anni ’90, il primo ministro Netanyahu e i suoi gabinetti, e certamente i membri messianici di estrema destra della sua coalizione, hanno mostrato scarso o nessun interesse per uno Stato palestinese.
Non sorprende che anche le licenze di esplorazione concesse nel 2021 fossero basate sul presupposto che Israele fungesse da guardiano dell’energia palestinese, sebbene non avesse la sovranità sulle riserve energetiche non sfruttate.

Mediterraneo orientale. CIA. Dominio pubblico. Via Picryl.
Anche quando la pandemia si è attenuata, Israele ha mostrato scarsa propensione ad allentare il blocco intorno a Gaza e, dopo il 7 ottobre 2023, ha reso tale blocco totale, pienamente consapevole della miseria, delle carestie e delle atrocità genocidarie che ne sarebbero derivate.
L’obiettivo del gabinetto Netanyahu non era quello di condividere le riserve energetiche non sfruttate con i palestinesi. Piuttosto, l’obiettivo era quello di porre fine alla presenza palestinese e alla sovranità su Gaza, come dimostrano i piani israeliani di espulsione etnica su larga scala, inizialmente accolti con favore anche dall’amministrazione Trump.
Sono state queste decisioni terrificanti a preparare il terreno per la distruzione di Gaza e il genocidio dei suoi abitanti palestinesi.
[Seguirà la seconda parte del commento]
Fonte: Informed Comment, 16/10/2025
https://www.juancole.com/2025/10/scramble-palestines-reserves.html
Traduzione di Enzo Gargano per il Centro Studi Sereno Regis
23/10/2025 https://serenoregis.org










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