L’Occidente ringhia perché perde il mondo

di Marco Pondrelli

La fine dell’anno è sempre tempo di bilanci. A differenza di quanto spesso leggiamo, non cercheremo l’evento simbolo che avrebbe segnato un punto di non ritorno, dopo il quale — come si sente dire — nulla sarebbe più come prima. È invece necessario mettere a fuoco le tendenze profonde che stanno attraversando il mondo, oggi segnato da oltre cinquanta conflitti armati.

Sarebbe un errore analizzare questi eventi come se fossero separati. Quanto accade in Ucraina è intimamente legato a ciò che succede in Medio Oriente e, come abbiamo più volte sostenuto, il rischio che questi due fronti finiscano per saldarsi non è affatto venuto meno. Il dialogo per porre fine al conflitto ucraino è pesantemente compromesso dagli sforzi europei per proseguirlo, nella convinzione che una sconfitta in Ucraina coinciderebbe con la fine dell’Unione europea. In Palestina il genocidio continua ogni giorno a Gaza e in Cisgiordania nel disinteresse della politica.

Nel documento strategico presentato da Trump si parla apertamente di un “corollario Trump alla dottrina Monroe”, di conseguenza la politica statunitense verso il Venezuela e Cuba si è fatta pericolosamente aggressiva. Il Venezuela è stato ripetutamente colpito con l’accusa, palesemente infondata, di essere al centro del traffico internazionale di droga. Allo stesso tempo, Trump ha dato il via libera a un intervento in Nigeria, formalmente giustificato dalla difesa delle comunità cristiane, ma in realtà volto a contenere la crescente presenza cinese nel continente africano.

Accanto alle guerre militari, gli Stati Uniti stanno combattendo una guerra economica. I dazi rappresentano il tentativo di ricostruire una base manifatturiera interna drenando risorse dal resto del mondo, in particolare dall’Europa. L’Unione europea, priva di una reale sovranità militare e finanziaria, non ha gli strumenti per opporsi a questa strategia e sta di fatto lavorando per consegnare i propri popoli a un progressivo impoverimento.

Da questo quadro emerge una dinamica chiara: la fine del mondo unipolare a guida statunitense. Trump tenta di gestire questo passaggio mentre prova, simultaneamente, a modificare in profondità il sistema economico e produttivo americano. Gli Stati Uniti cercano oggi di costruire aree di stabilità proprio laddove, per decenni, hanno prodotto guerra e distruzione. Dall’altra parte, la Cina continua a crescere e i festeggiamenti per la vittoria nella Seconda guerra mondiale hanno mostrato — oltre all’abissale ignoranza di Kaja Kallas — che una larga maggioranza della popolazione mondiale non riconosce più la leadership statunitense. Per miliardi di persone, la narrazione occidentale non rappresenta più un orizzonte credibile né desiderabile: essa è percepita come ipocrita, selettiva e funzionale esclusivamente alla conservazione di rapporti di forza sempre più contestati.

L’Occidente, autoproclamatosi centro del mondo, mostra così il suo volto più feroce proprio nel momento in cui comprende che il proprio modello è entrato in crisi. Una crisi non solo economica, ma anche politica, culturale e morale, che si traduce in una crescente intolleranza verso ogni forma di dissenso interno e verso ogni tentativo di costruire un ordine internazionale alternativo. È in questo contesto che vanno lette l’escalation militare, la criminalizzazione delle voci critiche e la riscrittura selettiva della storia: strumenti attraverso i quali un sistema in declino tenta di difendere la propria egemonia, non più con il consenso, ma con la forza.

In Italia, tuttavia, questi cambiamenti faticano a emergere. E sebbene l’opposizione alla guerra sia largamente maggioritaria nel Paese, essa non trova una rappresentanza politica all’altezza. Gli spazi democratici continuano a restringersi, ma — a differenza di quanto qualcuno, anche a sinistra, è portato a pensare — la responsabilità non è solo del governo Meloni. Gli squadristi che a Napoli hanno aggredito Angelo D’Orsi e Alessandro Di Battista non erano militanti di Fratelli d’Italia: essi hanno dato voce, e soprattutto mani, a politiche dell’odio che trovano spazio anche all’interno del cosiddetto “campo largo”.

Di fronte a questa situazione, di fronte a un sistema mediatico capace di parlare di una fantomatica aggressione russa alla Finlandia “condotta con i lupi”, diventa indispensabile lottare per allargare gli spazi democratici nel nostro Paese. Una battaglia che deve aggregare il maggior numero di forze politiche e sociali, perché la guerra — economica, politica e culturale — è ormai arrivata anche in Italia. E a pagarne il prezzo, come sempre, non saranno certo Calenda, Pina Picierno o le élite che oggi invocano il riarmo e la censura, ma i lavoratori, i giovani e le classi popolari, chiamati ancora una volta a sacrificarsi in nome di interessi che non sono i loro.

28/12/2025 https://www.marx21.it/

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