Lotte d’Europa. Il calendario e la rivolta
Isabelle Paget-Agnès Ipacolor
Sabato 17 ottobre sono attesi cortei in tre capitali europee: a Lisbona sfilerà la CGTP, la confederazione sindacale portoghese; a Roma gli studenti medi raggiungeranno la manifestazione della Cgil per la scuola pubblica, «La Via Maestra». A Parigi, infine, dove i licei sono in agitazione da quasi un mese, la data del 17 è spuntata a settembre da un video anonimo su TikTok contro il caro carburante. I liceali l’hanno adottato come il giorno in cui la loro rivolta potrebbe saldarsi con i salariati. Nessun sindacato ha convocato: le confederazioni hanno fissato il loro sciopero generale al 5 novembre. A Lisbona e a Roma il 17 lo hanno messo in calendario le organizzazioni, da tempo. A Parigi nessuno sa chi l’abbia scelto.
A Créteil, periferia est della capitale francese, il 18 settembre gli studenti del liceo Saint-Exupéry hanno scioperato a fianco dei professori, perché le cattedre vacanti restavano vacanti. Il 21 hanno bloccato l’ingresso. Il 6 ottobre i licei toccati erano 891, in piazza c’erano 256mila persone secondo il ministero dell’Interno, 450mila per gli organizzatori. A Madrid, il 26 settembre, dopo un corteo per una donna di ottantasette anni sfrattata dalla casa in cui viveva da settant’anni, un centinaio di tende è comparso alla Puerta del Sol. Sei giorni dopo erano 1.300. Maricarmen è morta il 7 ottobre. Quel giorno i due maggiori sindacati spagnoli hanno fissato lo sciopero generale per l’11 novembre, la data proposta dagli inquilini.
La domanda che circola, perché da noi i giovani non si ribellano, è mal posta. Il punto non è se una data ci sia. È chi la fissa e se viene prima o dopo il conflitto.
Due e mezzo
Fino all’inizio di ottobre, tra i paesi latini d’Europa, il conto era di due a due: Francia e Spagna in piazza, Portogallo e Italia no. Ora è cambiato. Il 10 ottobre una piattaforma di una quarantina di associazioni, «Não dá mais para viver assim», ha portato molte migliaia di persone nelle strade di cinque città portoghesi, con l’intenzione dichiarata di fare come in Francia e in Spagna. Nessuno ha piantato le tende, gli universitari hanno fissato il loro corteo contro le tasse per il 21 ottobre. In Italia, dal 5 ottobre, le occupazioni si moltiplicano a Torino, a Roma, a Napoli, con la parola d’ordine: «Facciamo come in Francia». L’imitazione è già un dato: la ferita esiste. Resta da capire se c’è anche il resto.
Le spiegazioni correnti non aiutano. Il familismo: spagnoli e italiani lasciano la casa dei genitori alla stessa età, poco più di trent’anni, ma gli spagnoli sono in piazza. La repressione: in Italia bloccare una strada con il proprio corpo è diventato un delitto, ma in Francia i fermati sono stati migliaia e la protesta è cresciuta. L’apatia: un anno fa, il 3 ottobre 2025, per Gaza la Cgil contò oltre due milioni di persone in cento piazze. I ragazzi italiani scendono in piazza per una causa lontana e giusta più che per la propria scuola o il caro affitti.
Resta la demografia, che non va liquidata. L’Italia ha l’età mediana più alta dell’Unione, 49,1 anni; il Portogallo segue con 47,3. I minori di quindici anni sono il 16,6 per cento dei francesi e l’11,9 degli italiani, ultimi fra i ventisette. In pochi si conta poco. Ma è una condizione, non una causa: dice quanti sono, non perché restino divisi.
Due ponti
Che cosa è scattato a Parigi e Madrid? Non più rabbia, ma un ponte, un innesco materiale che costringe composizioni sociali diverse a trovarsi nello stesso posto a condividere il conflitto.
In Francia il ponte è la scuola di periferia e passa per gli insegnanti. Il movimento non nasce contro i professori ma con loro. In Seine-Saint-Denis un docente racconta di un liceo costruito per 1.200 alunni che ne ospita più di 1.600. Dietro i primi blocchi ci sarebbe stato un piccolo sindacato liceale, l’USL; dalla banlieue la protesta è risalita ai licei del centro, poi alle università, infine ai sindacati. Per il 13 ottobre l’intero fronte sindacale della scuola, dalla FSU alla CFDT, ha proclamato lo sciopero e la CGT chiama in piazza i dipendenti pubblici. Le confederazioni, invece, hanno scelto una data loro: lo sciopero interprofessionale del 5 novembre, un mese dopo. Non è una linea retta: l’8 ottobre i manifestanti erano scesi a 71.500. Ma la Francia ha un repertorio a cui attingere: dai liceali del 1990 a quelli contro il contratto di primo impiego del 2006, un movimento che rifluisce ma sa ripartire. Parcoursup, la piattaforma che smista ogni diplomato verso gli studi superiori, accomuna tutti: un solo algoritmo per un’intera generazione. Il governo ha prima cercato un mandante nella France Insoumise, poi ha concesso 3.024 supplenti.
In Spagna il ponte è l’affitto. Solo il 14,5 per cento dei giovani tra i sedici e i ventinove anni vive fuori casa; l’affitto medio, 1.176 euro, equivale al 98,7 per cento del salario di un giovane. È una penale che attraversa classi e generazioni. Il promotore è un sindacato di inquilini, non un partito né un’associazione studentesca. Anche qui c’era un repertorio: quindici anni fa, nella stessa piazza, le tende del 15-M avevano insegnato come si fa. Il 2 ottobre il Congresso ha bocciato i decreti del governo sulla casa, Sánchez ha sciolto le Camere: si vota il 29 novembre. Gli accampati non hanno smontato: chiedono affitti dimezzati, contratti a tempo indeterminato, l’esproprio delle case dei fondi speculativi. Hanno chiesto lo sciopero generale e ne hanno indicato il giorno. Comisiones Obreras e UGT, che non ne proclamavano uno insieme da quattordici anni, si sono adeguati. Anche Madrid, dunque, ha una data. Ma l’ha scelta la piazza.
Due metà
L’Italia ha avuto la sua Puerta del Sol e la sua Créteil. Non si sono mai incontrate.
La prima è del maggio 2023: una studentessa di ingegneria pianta una tenda davanti al Politecnico di Milano. In due settimane le tende sono davanti agli atenei di una dozzina di città. Le montano le rappresentanze studentesche, le abitano i fuori sede. A Roma ottengono un tavolo con la Regione. Tre anni dopo una stanza singola a Milano costa in media 704 euro al mese; dal 2020 i canoni sono saliti del 40 per cento a Roma e del 45 a Torino.
La seconda è del novembre 2024. Ramy Elgaml, diciannove anni, muore a Milano al termine di un inseguimento dei carabinieri. Il Corvetto brucia per due notti, la rivolta non esce dal quartiere. Un mese dopo arrivano le Zone Rosse, nel primo elenco il Corvetto è l’unica periferia. In nove mesi vengono identificate 463.250 persone per emettere 3.459 ordini di allontanamento. Chi siano i controllati non si sa, perché la prefettura ha negato i dati disaggregati. Si sa come li chiamano i giornali: «maranza», il nome con cui un conflitto viene consegnato alla cronaca nera, prima che possa diventare politico. Intanto, dopo il decreto Caivano, i ragazzi negli istituti penali minorili sono passati da 381 a 572: per Antigone non è cresciuta la criminalità, è cresciuta la risposta penale.
Studenti senza periferia, periferia senza studenti: è il modo in cui la scuola italiana distribuisce i suoi ragazzi, a quattordici anni li divide in tre canali: liceo, istituto tecnico e istituto professionale. È una scelta che arriva due anni prima della fine dell’obbligo scolastico; in Francia e in Spagna si fa più tardi, a quindici o sedici anni. C’è poi la provenienza di classe: al liceo il 50% dei diplomati ha un genitore laureato; al professionale uno su sette. Gli alunni senza cittadinanza italiana sono cinque su cento nei licei e quindici su cento nei professionali; alle superiori quasi uno su due di loro è in ritardo e più di un quarto non arriva al diploma. Il decreto approvato il 24 settembre promette di combattere le classi ghetto con un tetto del 30 per cento agli alunni stranieri che non parlano bene l’italiano. Il ministro respinge come falsa l’accusa di voler spostare gli alunni già in classe: la misura riguarda le nuove classi e i nuovi arrivi. Ma un tetto per classe non tocca la distanza tra licei e professionali, né il rapporto fra scuole e abitazioni, che è dove la separazione avviene davvero.
Il calendario è lo strumento del primo canale. Fissare una data in anticipo è il gesto di chi ha qualcosa da perdere e un interlocutore da cui farsi ricevere. Gli altri non hanno né l’uno né l’altro, quando si muovono lo fanno come al Corvetto: senza data e senza seguito.
Quando il ponte c’era
Non è sempre andata così. All’università il Sessantotto nasce al centro: gli iscritti erano passati da 268mila a mezzo milione in sette anni, ma fino al dicembre del 1969 a molte facoltà si accedeva soltanto dal liceo. Nelle scuole superiori è un’altra storia. Monica Galfré ha mostrato che scioperi e occupazioni travolsero licei, istituti tecnici, magistrali e professionali senza distinzione; nel 1967-68 scioperò mezzo milione di studenti medi. Erano la prima leva uscita dalla media unica del 1962, i ragazzi di Lettera a una professoressa di Don Milani. La selezione a quattordici anni esisteva già. Non bastò a dividerli: forse perché allora il tecnico era la scuola dell’integrazione, non quella dei respinti.
Il ponte, allora, fu doppio. Il primo era la scuola stessa, appena aperta ai figli dei ceti popolari e ancora gentiliana nei programmi e nei modi: un nemico comune. Il secondo fu la fabbrica. Il 3 luglio 1969, a Torino, il corteo deciso dall’assemblea di operai e studenti parte da Mirafiori e finisce nella battaglia di corso Traiano. Era un giorno di sciopero generale contro il caro affitti e gli sfratti. Il ponte aveva un indirizzo: un cancello, un turno, un’ora. Gli operaisti parlavano di composizione tecnica: il modo in cui la produzione mette i corpi uno accanto all’altro, prima delle idee.
Nel 1977 il ponte fu l’università di massa, aperta a tutti i diplomati e diventata il parcheggio di una generazione senza impiego. Asor Rosa parlò di due società; i protagonisti si chiamarono non garantiti. Quando Lama salì alla Sapienza, il 17 febbraio, fu cacciato. Nessuno di questi ponti fu costruito da un’organizzazione. Stavano già lì, qualcuno li attraversò.
Un edificio a San Salvario
Vista così, la domanda cambia soggetto. Non riguarda il carattere dei giovani italiani e nemmeno il loro numero, che pure pone un limite. Riguarda i luoghi. La fabbrica che metteva insieme l’operaio meridionale e lo studente non c’è più. La scuola che nel Sessantotto teneva insieme liceali e periti oggi separa anche per cittadinanza. L’affitto, che in Spagna ha fatto da ponte, in Italia è rimasto un problema dei fuori sede.
Eppure, in questi giorni qualcosa si muove proprio dove bisognava guardare. A Torino le prime due scuole occupate sono un liceo e l’istituto Giulio, che l’Ansa indica come tecnico; dividerebbero lo stesso edificio, a San Salvario. Tra i motivi c’è un regolamento che punisce chi supera cinque entrate o uscite fuori orario in un trimestre: la scuola-caserma è un torto comune a tutti gli indirizzi. A Roma, dopo il Cavour, a due passi dal Colosseo, è toccato a un istituto tecnico commerciale e a un liceo scientifico del quadrante est. Al Cavour, dopo la prima assemblea sull’edilizia scolastica, era in programma un incontro con il movimento per il diritto all’abitare: è la saldatura spagnola, in miniatura. Poi l’onda si è allargata, ma lungo un solo canale. Il 12 ottobre a Torino si aggiungevano altri licei; a Napoli ne erano occupati cinque, il primo a Posillipo; a Genova un liceo annunciava la prima occupazione della città. I tecnici restano l’eccezione. Il calendario si è già riempito: lo sciopero studentesco del 16 ottobre, la Cgil il 17, una mobilitazione generale il 30, lo sciopero internazionale del 20 novembre. La cerniera c’è stata, per qualche giorno. Non stupisce che si sia cominciato da Torino, la città di corso Traiano, dove dal 2020 il prezzo di una stanza è cresciuto del 45 per cento.
A Créteil e a Puerta del Sol le organizzazioni c’erano, piccole e radicate dove stava il conflitto: un sindacato liceale di periferia, un sindacato di inquilini. In Spagna le grandi sono arrivate dopo, sulla data decisa dalla piazza; in Francia le confederazioni hanno preferito un mese di distanza. Il 17 ottobre i cortei italiani partiranno in orario. Sarà bene andarci, e contare quanti vengono dai tecnici, dai professionali, dal Corvetto.
Paolo Butturini
14/10/2026 https://www.ahidaonline.com/








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