L’ex-Ilva di Taranto e l’insostenibile peso degli operai dell’industria

Nelle pagine dell’Unità degli anni Settanta c’era una piccola rubrica dedicata ai “sogni proibiti dei bambini”. Nell’estate del 1974 in redazione arrivò una lettera di una studentessa di quarta elementare di Massafra, una città non lontano della zona industriale di Taranto dove sorge l’enorme stabilimento siderurgico dell’ex-Ilva, all’epoca Italsider. La bambina scriveva nella sua lettera: “Penso che il mio paese sarà così: ci dovranno essere le strade asfaltate. La luce per la strada, l’acqua, la fogna, dei giardini pubblici per far respirare un po’ d’aria. Ci doveva essere un po’ di verde, invece non c’è. Nel mio paese ci sono solamente tre ville dove non si può giocare. Nel mio paese c’è l’Italsider di Taranto, perciò, il fumo viene nel mio paese e noi bambini respiriamo tutta quell’aria inquinata”.

Due, o forse tre, generazioni dopo, nel 2008, le lettere dei bambini delle scuole elementari di Taranto, questa volta indirizzate al governo regionale, si erano fatte più cupe. “Il verde non è verde, il blu è malato, gli animali sono pochi, l’uomo sta morendo a causa di tante malattie legate all’inquinamento. Ma avere un futuro è un nostro diritto”. Finirono in un libro realizzato dalla Regione Puglia che il presidente dell’epoca, Nichi Vendola, consegnò al governo nazionale di centrodestra. Erano gli anni della legge regionale anti-diossina e dell’impegno a rimettere in piedi l’Arpa per tenere sotto controllo le emissioni dei Riva che avevano collezionato record di produzione a Taranto mentre chiudevano batterie e altoforno a Genova. In mezzo ci sono stati anni di raccolta di dati, denunce, evidenze, perizie ed epidemiologia popolare che hanno conteso ai padroni della fabbrica il sapere sui danni causati dai loro profitti e hanno stabilito nessi causali tra acciaio prodotto e malattie e contaminazioni.

Questa estate poi, l’associazione Genitori Tarantini ha ottenuto un risultato cruciale per la città, frutto di anni di militanza spesso solitaria. La loro azione inibitoria contro l’ex-Ilva è stata accolta dal tribunale di Milano che ha imposto la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento, la rimozione dell’amianto presente e la riduzione delle emissioni nocive da produzione. Gli impianti dovranno essere fermati entro la fine di ottobre per i lavori necessari ed è chiaro a tutti che uno stop totale dell’ultimo altoforno in funzione significa che questi e gli altri impianti a esso asserviti non ripartiranno più.

“Ilva is a killer” e “tutto l’acciaio non vale la vita di un bambino” sono da anni gli slogan del composito movimento cittadino e finalmente sembrano aver avuto giustizia. In un post sui social, il profilo dei Genitori Tarantini fa ordine tra gli interventi degli attivisti fatti nei giorni caldi di assemblee che hanno seguito la sentenza: “Abbiamo avuto tanta pazienza e comprensione. Persino i mitilicoltori, gli agricoltori, i pescatori dicevano: ‘se chiude la fabbrica, dove andranno a mangiare [gli operai]?’. Proprio loro che in tanti il posto di lavoro l’avevano perso a causa di quella fabbrica! E quando la mattina ci svegliavamo e guardavamo il cielo, l’orizzonte, e la puzza entrava fino in gola e la sentivamo scricchiolare sotto i denti, il pensiero andava a chi abitava nelle vicinanze, a soli venti metri da quella fabbrica, ai bambini, a come potevano salvarsi, visto che non potevano neanche andare via! E poi, quei bambini in ospedale, grigi come piccoli fantasmi! Come abbiamo potuto permettere che sacrificassero anche i nostri bambini, arrivare a questo? […]. Ci sentivamo impotenti, disarmati. E da quella fabbrica nessun segno di pentimento, di comprensione; quelli che lo facevano venivano sbattuti fuori. E i sindacalisti, muti. Anzi, un giorno li abbiamo visti percorrere la ringhiera con i loro Tir, come se per loro i tarantini fossero solo gli abitanti di una colonia intorno all’Ilva. Stavano scioperando e creavano disagio ai tarantini, che avevano avuto tanta pazienza e avevano sopportato di tutto. La guerra ai poveri, la loro contro di noi, perché noi la guerra a loro non l’abbiamo mai fatta, abbiamo sopportato e abbiamo avuto tanta pazienza. Non hanno mai capito che non era la popolazione a dover accettare quello che arrivava dalla fabbrica, ma la fabbrica a doversi adeguare a una ‘colonia’ la cui maggioranza era abitata da donne, uomini e bambini che nulla avevano a che fare con quella fabbrica. Chi ci lavora è la minoranza”.

Sembra facile tracciare la linea tra i buoni e i cattivi, le vittime e i carnefici. Certo è che la classe operaia a Taranto è sempre stata un problema. Nel dopoguerra, gli operai erano colpevoli per la loro assenza: un Mezzogiorno prettamente agricolo non presentava le basi necessarie allo sviluppo e richiedeva massicci investimenti che avrebbero dovuto portare capannoni industriali ma pure una vera rivoluzione antropologica. Quando gli investimenti nell’industria di base arrivarono, i lavoratori tarantini si dimostrarono refrattari o ritardatari nell’assorbire la razionalità industriale prevista dal modello imposto. In una ricerca commissionata dalla Comunità europea alla fine degli anni Sessanta fatta dai sociologi – tutti settentrionali – Baglioni, Cella e Manghi, si indagavano “le tensioni emergenti dall’impatto tra un’iniziativa industriale tra le più avanzate sul piano organizzativo e un tipo di manodopera che, presumibilmente, doveva essere espressione di un ambiente se non totalmente arretrato ma certo ai margini delle zone industrializzate del paese”.

Lo studio definiva i lavoratori più riottosi e resistenti alla disciplina di fabbrica, ai ritmi serrati, al lavoro notturno e su turni, agli incidenti mortali del subappalto, all’esposizione agli agenti nocivi e alla parcellizzazione dei compiti dovuta all’inquadramento rigido della job evaluation come “disadattati”, in ritardo di adattamento rispetto alla civiltà industriale, appunto. Fu poi il tempo della figura mitico-sociologica del metalmezzadro che mischiava lavoro di fabbrica e cura delle proprie terre finendo per non diventare mai davvero membro di una classe operaia consapevole e collettiva. Il metalmezzadro era a suo agio nell’economia informale, nella ragioneria individualizzata degli interessi, nell’arte di arrangiarsi di fronte alla crisi incombente della siderurgia iniziata negli anni Ottanta. Con la privatizzazione degli impianti poi, gli operai divennero la generazione spoliticizzata e precaria che con la prima busta paga sicura, nel contesto depresso della provincia di Taranto, correva a seppellirsi di cambiali per consumi che non poteva permettersi. Oggi, infine, sono sempre gli operai la palla al piede della storia della città, incapaci di garantire alcuna transizione, fardello di cui prendersi cura con prepensionamenti e lavori da fargli fare dopo averli riqualificati. È l’insostenibile peso degli operai dell’industria.

La sociologia ci ha poi spiegato che a Taranto, sulle macerie della produzione industriale a cui proprio gli operai – i subalterni dei luoghi produttivi – avevano contribuito, è sorto un attivismo delle forze della riproduzione sociale: le mamme, i bambini, i genitori tarantini. Alle tute blu restava l’ombra di una complicità e il peso di una storia di sviluppo nocivo a cui non avevano opposto un mondo diverso.

IL PIANO ALTERNATIVO
Poche settimane fa, nella fase calante dell’estate, gli operai delle ditte d’appalto dell’ex-Ilva in sciopero si sono fatti strada tra le vie di Città Vecchia. Mentre i delegati componevano il presidio sotto Palazzo di Città alcuni lavoratori hanno deciso di bloccare il ponte girevole. In un breve video di una testata giornalistica locale si vede uno scambio acceso tra un’attivista del movimento ambientalista e alcuni lavoratori. Lei armata di bici e loro di una certa disperazione si scambiano qualche urlo.

“E noi dovremmo morire per il vostro posto di lavoro?”, dice lei.

“E tu mi devi spiegare dove vanno a mangiare tutti questi cristiani [se l’Ilva chiude]? A casa tua vanno a mangiare?”, grida un operaio, tenuto a bada dagli altri.

Lei risponderà, senza chinare la testa, che gli attivisti si stanno dando da fare molto più dei lavoratori stessi per trovare loro un lavoro che non uccida né chi lavora né chi vive in città. Fa riferimento, credo, ai laboratori di progettazione sociale che sono nati a Taranto negli ultimi anni e che producono analisi costi-benefici, conti dei servizi eco-sistemici, suggestioni per economie alternative.

Non bisogna fermare la città ma la fabbrica, dicono dai movimenti. Non si possono arrecare disturbi alla cittadinanza e poi volere la sua solidarietà. L’aria che tira è quella di rivalsa, c’è chi invoca il decreto sicurezza per far tacere le manifestazioni. Ma le manifestazioni degli operai finiscono lo stesso in poche ore, anche senza decreti, con impegni del governo a far sì che si sospendano i licenziamenti. Altre comunicazioni di licenziamenti collettivi arriveranno nei giorni successivi, e quindi nuovi presidi e nuove rassicurazioni.

Intanto sui social si moltiplicano i racconti personali di chi ce l’ha fatta da solo. C’è chi, fuori dalla fabbrica, si è reinventato senza chiedere aiuti, senza ammortizzatori sociali, senza “mangiare a casa di nessuno”. Questa è la narrazione che va per la maggiore. C’è chi ha aperto partita Iva, chi si è inventato un mestiere, chi si è rimesso a studiare senza finire a lavorare nel mostro. Ma le figure più edificanti sono gli operai del siderurgico che si sono lasciati l’acciaio alle spalle. Anche i giornali tornano sulle storie – purtroppo poche, sempre quelle – di lavoratori dell’ex-Ilva che hanno cambiato vita con l’incentivo all’esodo previsto dopo la prima amministrazione straordinaria con gli accordi del 2018. E ciclicamente ritornano le storie esemplari del ristoratore ex-operaio del tubificio, del barista-poeta che dopo l’altoforno ha aperto un caffè letterario, del fotografo di talento ex-metalmeccanico. Per pigrizia di giornalisti in cerca di articoli che si scrivono da soli, o forse perché mai come in questa crisi abbiamo bisogno di piccoli eroi, ci facciamo bastare tre storie su tredicimila.

In queste settimane, gli attivisti si incontrano in piazza, preparano una grande manifestazione nazionale per la chiusura della fabbrica. Raffaele Cataldi, operaio dell’ex-Ilva (ora in “Ilva in AS”) in cassa integrazione dal 2018 e che spesso è la voce del Comitato Cittadini Liberi e Pensanti, ha specificato che i lavoratori della fabbrica “non sono assassini”, e questo preambolo forse racconta dell’aria che tira in città. Ha poi rassicurato i colleghi preoccupati dalla chiusura. Ha detto in assemblea a piazza della Vittoria: “A Taranto tutti hanno diritto al reddito, tutti, non solo i lavoratori dell’Ilva che non sono né assassini e non sono quelli che da domani moriranno di fame, perché io sono un cassintegrato e fino a mo’… anzi, ho preso chili, dopo la malattia ho preso pure chili; quindi, posso dire che non sono morto di fame”.

Poco meno di un anno fa, in un’altra manifestazione organizzata dal fronte ambientalista tarantino, per la chiusura della fabbrica e lo sviluppo di economie alternative, un attivista faceva invece questo discorso: “Siamo arrivati all’inevitabile resa dei conti tra passato e futuro. Se noi immaginiamo Taranto come un campo di battaglia, troviamo da un lato, sotto al gonfalone dell’Ilva chiusa, gli attivisti, le associazioni, i cittadini, gli imprenditori che vogliono un’alternativa. Dall’altra parte troviamo chiaramente chi l’Ilva la vuole aperta e io parlo quasi esclusivamente al momento dei lavoratori, perché sul campo di battaglia ci vanno le vittime. Ci stanno quelli che stanno subendo tutto questo, perché chi invece ci ha portati a fare questa battaglia se ne sta come nei film, bello sulla collina, sul cavallo a fare il generale, a vedere noi che ci scanniamo. E sono: i politici, la classe politica, ovviamente. La classe dirigente e ovviamente i sindacati. Questi tre se ne stanno sulla collina e noi siamo sotto qui a scannarci. Siamo arrivati ormai a muso duro l’un l’altro, a un tiro di schioppo, perché il momento è appunto quello dell’ora zero”.

Il discorso continuava con l’elenco delle “saracinesche culturali” aperte tra Tamburi e Città Vecchia, i festival, i concerti, le partite Iva della cultura-intrattenimento, gli esperti di servizi per l’accoglienza per crocieristi. Una Taranto di imprenditori culturali che si fanno da soli emerge tra le prospettive di alternativa alla fabbrica, supportate dagli studi dal basso che prevedono la creazione di musei eco-storici, passeggiate esperienziali, l’apertura dell’aeroporto di Grottaglie a voli civili (a cinquanta chilometri da quello di Brindisi) e il potenziamento del porto per accogliere più crocieristi.

E gli operai? A fare le bonifiche. È questo l’altro tassello dell’alternativa, il Piano Taranto. Questo piano, sviluppato da associazioni e movimenti tarantini, dopo aver analizzato nel dettaglio i costi della permanenza della fabbrica, sviluppa una stima di costi e impatti per una dismissione e bonifica integrale dei terreni del Sito di Interesse Nazionale tarantino. Basandosi sull’adattamento di uno studio costi-benefici delle bonifiche fatto da Confindustria su scala nazionale, il Piano Taranto fornisce uno scenario rassicurante: “L’investimento per la sola area di Taranto – si afferma nel documento – ammonterebbe pertanto a poco più di due miliardi di euro, con un effetto sull’occupazione capace di generare oltre 40 mila potenziali posti di lavoro – vale a dire quasi 30 mila in più di quelli attualmente occupati tra Ilva e indotto – ed entrate fiscali per Stato ed enti locali di quasi un miliardo di euro”.

Per il piano, quindi, si può “ragionevolmente affermare che il numero dei lavoratori oggi impiegati presso Ilva e il suo indotto, sarebbero totalmente riassorbiti nelle nuove attività di risanamento e riconversione economica, più ulteriori unità occupate in aggiunta a queste. Tutto ciò con un investimento di fondi che, a conti fatti, risulta inferiore a quello fino a oggi profuso dagli organi statali per l’operazione di salvataggio del siderurgico”.

Un’analisi più attenta delle stime pone seri dubbi su costi e impatto occupazionale stimati, sugli assunti di base usati nello studio di Confindustria e sulla sua applicazione al caso tarantino. Non è chiara la durata dell’intervento, che nelle stime di Confindustria (poi applicate al calcolo della bonifica del sito tarantino) è fissata a cinque anni, ma che nel nostro caso pare altamente ottimista. Non è chiaro quanti dei posti di lavoro creati dalle bonifiche su tutta la filiera saranno tarantini, o perfino meridionali, e per quale lasso di tempo. Non si menziona poi che le stime di Confindustria sono tracciate sulle spese preventivate – e non le spese effettive – per la bonifica di vari SIN italiani con l’esclusione di Casale Monferrato dove la presenza di amianto, come per Taranto, rappresenta un costo aggiuntive. Sono poi escluse dai calcoli le bonifiche delle falde. Ma in fin dei conti l’accuratezza delle stime non è il punto centrale del piano, lo è invece il valore simbolico di un processo democratico di transizione dal basso. Che a trovare lavoro siano mille o diecimila persone diventa quasi un dettaglio secondario rispetto alla centralità simbolica della pratica politica stessa.

CONQUISTE OPERAIE
Sempre in una lettera inviata alla redazione dell’Unità, nel 1972, qualche anno prima della lettera della bambina di Massafra, un lavoratore dell’Italsider di Bagnoli a Napoli rispondeva al presidente del consiglio Andreotti, che in un discorso programmatico alle Camere aveva denunciato l’alto livello di assenteismo nelle imprese a partecipazione statale del Mezzogiorno e annunciava una stretta per accrescere l’efficienza. L’operaio nella lettera scriveva: “Gli italiani devono sapere che l’Italsider, oltre a produrre acciaio, produce anche la più alta percentuale di malati e di omicidi bianchi. Venga a vedere, l’on. Andreotti, luì che è cresciuto sempre nella bambagia o nei governi, venga a vedere come sono ridotti fisicamente i nostri compagni di lavoro […]; venga a dare un’occhiata alla cartella clinica di Giuseppe Cordoni (deceduto recentemente per i suol mali contratti nella fabbrica); venga a trovare le decine e decine di pensionati per invalidità, affetti da silicosi, asma, pleuriti, ecc. È chiaro che le nuove generazioni che lavorano all’Italsider, lavorano per vivere e non per morire; e lottano (piaccia o no al governo Andreotti-Malagodi) assieme a tutti ì lavoratori siderurgici per migliori condizioni di vita e di lavoro, e per la settimana lavorativa di 36 ore”.

Taranto non era da meno. La costruzione dello stabilimento, che aveva fatto tornare centinaia di emigrati e portato in fabbrica centinaia di braccianti, si chiudeva con un’enorme disoccupazione di ritorno. Migliaia di lavoratori impiegati per pochi anni nelle ditte lungo feroci catene d’appalto ripresero a emigrare a fine lavori a metà degli anni Sessanta; ne rimasero in pianta stabile circa cinquemila. Ma la disoccupazione, in una città che la fabbrica aveva dispossessato del suo accesso al mare e delle sue altre potenzialità industriali, era solo uno dei tanti costi dell’industrializzazione di stato.

“A Taranto come in guerra” titolava l’Unità in un reportage di fine estate del 1969.  C’era “un sistema illegale di appalti a ditte minori che sfruttano con ogni mezzo gli operai”, spiegava il giornalista. E nello stesso anno, nei verbali dell’“Indagine conoscitiva sulle aziende di stato” della Commissione Lavoro del Senato emergevano schedature poliziesche dei nuovi assunti, licenziamenti illegittimi, rappresaglie antisindacali, pagamenti a nero, orari interminabili, lavori a cottimo, e nessun rispetto delle più basilari regole sulla sicurezza.

Le lotte operaie di quel periodo si concentrarono su conquistare diritti di rappresentanza e sicurezza. Attraverso la lotta, gli operai ottennero l’abolizione delle gabbie salariali (per cui i siderurgici di Taranto guadagnavano in media il quindici per cento in meno dei colleghi di Cornigliano); la fine del sistema della job evaluation basato sulla parcellizzazione alienante degli inquadramenti e delle mansioni; l’elezione diretta dei delegati sindacali e l’istituzione del consiglio di fabbrica; la creazione di comitati paritetici per migliorare la salute e la sicurezza in fabbrica e redigere pratiche operative e studi sulla salute negli ambienti di lavoro.

Quando negli anni Settanta la dirigenza dell’Italsider propose l’espansione dello stabilimento (il “raddoppio”), qualcosa era già cambiato nella classe operaia tarantina e nelle forze politiche della sinistra. È rimasta traccia di una opposizione trasversale delle forze di sinistra della città, inclusi Arci, sindacati e partito comunista. Il segretario del Pci tarantino, che poi diventerà sindaco, intervistato all’indomani della presentazione del progetto di raddoppio del siderurgico era già chiaro: “Per noi sviluppo economico significa non solo occupazione ma anche casa, trasporti, scuola, verde, ambiente. Per questo diciamo no alla decisione dell’Italsider di ampliarsi a mare, mangiandosi completamente il territorio della piccola e media industria, chiudendo la città in una morsa che la soffocherà, inquinerà il mare, aggraverà in maniera notevole i già gravissimi problemi di collegamento tra la città e la zona industriale”.

Nella primavera del 1971 gli operai dell’area industriale entravano in sciopero contro il progetto di espansione dell’Italsider verso il mare. Non era una opposizione all’allargamento dello stabilimento ma il tentativo di modificarne le scelte ed evitare che la fabbrica strozzasse la città. La contestazione apriva un solco profondo tra forze operaie e impresa di stato, che diventerà sempre più profondo in quel decennio. Al movimento operaio non bastava più la promessa di lavoro, chiedeva il diritto di negoziare il tipo di sviluppo che avrebbe interessato la città e le sue classi subalterne.

Nei reparti, l’esperienza diretta della nocività dei processi produttivi acuiva la microconflittualità tra lavoratori e manager, e il conflitto portava a una negoziazione continua. I delegati lo incanalavano in forme di lotta più o meno organizzate, nelle discussioni delle commissioni aziendali, nelle negoziazioni dei tavoli di trattative. La microconflittualità operaia, nel sindacato dei consigli, si trasformava in riflessioni collettive, piattaforme rivendicative, azioni di lotta più o meno radicali, avanzamenti parziali, clausole nei contratti collettivi, impegni di investimento.

Non si trattava solo di monetizzare il rischio ma di rinegoziare i processi produttivi, migliorare l’ambiente di lavoro, investire per modifiche impiantistiche, ridurre l’esposizione e l’orario di lavoro, riappropriarsi dei ritmi, delle conoscenze, delle tecnologie. Le poche carte rimaste, i resoconti delle assemblee, le mozioni dei gruppi, gli eventi del sindacato unitario Flm, e le memorie di chi c’era, restituiscono una classe operaia cosciente del proprio ruolo centrale nel determinare lo sviluppo cittadino, consapevole del sapere operaio sviluppato sugli impianti e attenta alla materialità di un processo produttivo infernale. Nei ciclostili del circolo giovanile “Che Guevara” di Lotta Continua in Città Vecchia, che gli attivisti di Taranto, anche loro operai e delegati di fabbrica, pubblicano nei primi anni Settanta, si leggono le vignette della fabbrica Italuccide: “Ci sono molti modi di uccidere. Si può sparare a uno, ficcargli un coltello nella pancia, togliergli il pane, massacrarlo di lavoro, ficcarlo in una casa inabitabile, farlo andare in guerra… solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro stato”.

Sul giornale Avast! (Basta!), che il circolo produce in ciclostile e distribuisce tra l’area industriale e la città, si vede la fabbrica sullo sfondo che emana fumi, ammorba l’aria e il mare, e si legge: “Il padrone dice che questo è il prezzo del progresso e che prima o poi… Ma poi cosa?!” (15 gennaio 1972). E poi ancora: “Gli operai degli appalti hanno ingressi separati, non hanno docce e gabinetti decenti, spesso sono costretti a spogliarsi all’aperto. Dentro a lavorare si entra all’alba e si resta per dodici ore e più. I ritmi di lavoro sono massacranti. I capi sono sempre lì a rompere i coglioni, a costringere gli operai a fare lavori più pericolosi. Fuori dalla fabbrica è lo stesso: trovandosi spesso disoccupati gli operai degli appalti non hanno assistenza medica, se stanno in città bisogna pagare più di 30 mila lire di affitto, se stanno in paese ogni giorno si perdono ore e ore di trasporto e per di più a spese dell’operaio”.

Anche gli operai di Taranto del circolo Città Vecchia risponderanno alle dichiarazioni programmatiche di Andreotti con un articoletto su Avast! (data sconosciuta). Il titolo chiede: “Andreotti, perché non provi tu a lavorare a Taranto?”. E poi continua: “Andreotti, capo del governo di centrodestra, nel suo discorso alle Camere, ha denunciato ‘la piaga dell’assenteismo’. E come punta massima di assenteismo ha citato Taranto e l’Italsider. Ma se ad Andreotti interessa saperlo, Taranto non ha solo quello di primati. Ha anche il primato di omicidi bianchi, visto che l’Italsider in dieci anni ha ucciso trecento operai. Ha sicuramente il primato della nocività, visto che dopo dieci anni di lavoro al siderurgico un operaio ha immancabilmente la salute rovinata. E lo sa Andreotti, quanto perde un operaio dell’Italsider e imprese solo per andare al lavoro? Due-tre-quattro ore di trasporti. Visto che gli operai vengono da paesi lontani fino a 50 km e solo per attraversare Taranto ci vogliono delle ore. E si faccia dare Andreotti dai suoi amici dirigenti dell’Italsider i dati sulle ore straordinarie lavorate dalle ditte. Di quanti operai costretti a dieci-dodici ore al giorno per colpa dei salari di fame! Ne verrebbe fuori un altro primato. Quindi Andreotti stia tranquillo. Se spera di eliminare l’assenteismo si sbaglia di grosso. A Taranto gli operai, non solo non hanno nessuna intenzione di lavorare di più, ma hanno tutte le intenzioni di lavorare di meno, di lottare per lavorare meno e salvaguardare la propria salute, di lottare contro i ritmi, gli straordinari e per ridurre gli orari”.

Il gruppo Per l’Unità Operaia che prese forma in fabbrica in quegli anni comprendeva delegati attivi nella sinistra extra-parlamentare e pescava tra Lotta Continua e i trozkisti della Quarta Internazionale. La loro azione dentro i luoghi della produzione e in città, nei sindacati, nei consigli di fabbrica e nei circoli cittadini fu uno stimolo costante che collegava le negoziazioni dei vertici sindacali e le strategie politiche del Pci e degli altri partiti di sinistra con l’esperienza diretta dei lavoratori nei reparti più nocivi e la vita dei subalterni in città. Il gruppo era minoritario nei numeri ma egemonico nei consigli di fabbrica dell’area industriale. Lo testimoniano i libri e le interviste ai protagonisti del tempo. Questi delegati portarono i consigli a votare mozioni che riconoscevano le autoriduzioni delle famiglie operaie, in difficoltà di fronte al carovita, come forme di lotta legittime e supportate dai sindacati. E quando i delegati di movimento furono espulsi per le loro critiche alla decisione dei vertici sindacali di firmare uno dei primi accordi sulla cassa integrazione in fabbrica, una breve raccolta nei reparti portò migliaia di firme operaie a sostegno del loro reintegro nelle rispettive organizzazioni sindacali.

Quando, a metà degli anni Settanta, i lavori per il raddoppio si conclusero, lottare contro la nuova disoccupazione di ritorno diventò un modo per ricomporre le lotte delle classi operaie che i processi di accumulazione in corso avevano diviso. Nella Vertenza Taranto si uniranno le lotte per il miglioramento degli ambienti, la sicurezza e le condizioni di lavoro, l’opposizione agli esuberi di fine lavori, la riqualificazione degli appalti selvaggi e il superamento dello sviluppo basato sulla monocoltura dell’acciaio. Nelle piattaforme sindacali, che poi troveranno sponda istituzionale nella prima giunta comunista della città, la disoccupazione di ritorno andava affrontata stavolta rinegoziando il modello di sviluppo in città. Le maestranze e i saperi operai che Italsider voleva espellere andavano riassorbiti in un piano di opere pubbliche, edilizia popolare e scolastica, riqualificazione del porto e collegamento con l’area industriale di Grottaglie dove imprese di manifattura leggera avrebbero dovuto svilupparsi per trasformare l’acciaio prodotto dall’Italsider. In quelle rivendicazioni gli operai in esubero diventavano maestranze utili a diversificare la crescita opprimente dell’industria di base oligopolistica. Infrastrutture per i trasporti e un piano delle acque per l’agricoltura provinciale dovevano riequilibrare la monocoltura nociva. Le centinaia di ditte d’appalto presenti nello stabilimento siderurgico, invece, avrebbero dovuto essere assorbite sotto le dipendenze dirette del siderurgico, a meno che non fossero state in grado di dimostrare che almeno metà delle loro commesse venivano da clienti non riconducibili all’Italsider.

La contrattazione collettiva di gruppo e di stabilimento in quegli anni, intanto, impegnava la fabbrica a ingenti investimenti ambientali per la riduzione delle emissioni negli ambienti di lavoro e in quelli circostanti. Con la contrattazione locale poi, i lavoratori dell’Italsider ancorarono una parte degli aumenti retributivi strappati alla dirigenza per il finanziamento del cosiddetto “salario sociale”, un tesoretto gestito da una commissione paritetica tra consiglio di fabbrica e azienda che veniva destinato a opere di pubblica utilità. Con il salario sociale degli operai, negli anni vennero finanziate strade, trasporti pubblici, asili cittadini, e anche i primi presidi di medicina del lavoro locale.

In una indagine del sociologo Aris Accornero alla fine degli anni Settanta emergeva che la prima preoccupazione degli operai del siderurgico di Taranto era ancora la nocività dell’ambiente e l’impatto dei processi produttivi sulla salute molto più che in stabilimenti simili nel resto d’Italia. Si dice spesso che l’industrializzazione portò sviluppo, benessere, consumi, oltre che veleni e malattie. Un’analisi materialista della storia di Taranto permette una piccola correzione. Se sviluppo e benessere ci fu, pur tra i fumi degli altiforni, non fu per l’industria ma per le lotte degli operai tarantini che in quell’industria consumarono i loro corpi.

Della portata visionaria della Vertenza Taranto, però, restò poco. I disoccupati di ritorno non furono costretti a emigrare ma le ambizioni di programmazione sociale di sindacati e partiti della sinistra dovette ridimensionarsi. La crisi del settore siderurgico portò i sindacati sulla difensiva e la riforma delle relazioni industriali sganciò i delegati dalla microconflittualità dei reparti. Erano gli anni del riflusso, della cogestione della crisi dell’acciaio, della marcia dei quarantamila a Mirafiori e della fine del sindacato unitario dei metalmeccanici. A Taranto le forze organizzate del movimento operaio gestirono i primi accordi di cassa integrazione mentre chiudevano o si ridimensionavano le acciaierie del resto d’Italia. In fabbrica arrivavano i consulenti della Nippon Steel che sapevano trasformare le relazioni basate sul conflitto in circoli di qualità e toyotismo. La volontà di negoziare e la ricomposizione tra lavoratori diretti e in appalto portò a miglioramenti tecnologici per alcuni e super-sfruttamento per altri. Gli Ottanta sono anche anni di criminalità organizzata che infiltra la gestione delle ditte in appalto e riporta indietro al dispotismo dei regimi del lavoro. Arrivarono poi i primi prepensionamenti e la privatizzazione. L’arrivo di patron Riva fu una cesura senza precedenti: il pensionamento dei padri otteneva in cambio l’assunzione dei figli; mandare in soffitta le lotte era la moneta di scambio per il lavoro precario dei giovani. Le conquiste sugli impianti, gli investimenti per la salute e la sicurezza si erosero, a dimostrazione che le conquiste sindacali richiedono potere operaio per resistere ed evolversi. La produzione a tutti i costi diventò il nuovo mantra nello stabilimento. I vertici sindacali intanto compromettevano la legittimità residua che gli restava agli occhi dei nuovi operai con la cogestione del dopo-lavoro fatta con i soldi dei Riva e mostravano tutta la loro debolezza di fronte al dispotismo padronale, dal reparto confino alla Palazzina Laf, fino alla struttura-ombra manageriale dei “fiduciari” che seminavano panico e timore nei reparti pur non ricoprendo alcuna posizione ufficiale nell’organigramma aziendale. Allo stesso tempo, si aprivano spazi per farsi strada in fabbrica, per far carriera e sentirsi pure appagati, ma da soli, a costo di lasciare tutti gli altri indietro. La città dimenticava la storia di lotte della sua classe operaia e gli operai dimenticavano di essere una classe. Come racconta Alemanno, operaio e scrittore anche lui, in un libro del 2012: “L’orgoglio siderurgico dei padri è sepolto per sempre. L’Ilva era pubblica, si chiamava Italsider, e i nostri Cipputi si permettevano il lusso di studiare, formarsi sul ciclo di produzione dell’acciaio, farne un tutt’uno con i concerti di Giorgio Gaber al circolo Italsider o con le biblioteche popolari, stimolati dal genio incompreso di Peppino Francobandiera. Certo, c’era il Partito (comunista). E c’erano i sindacati. Ora l’Ilva è qualcosa da chiudere dietro la porta di casa a fine turno, facendo calare il silenzio. Non parliamo. A casa non parliamo mai di lavoro perché dialogare non è facile. E dialogare con chi poi? Tanti di noi avrebbero sognato di fare il carabiniere. Essere fuori, essere altrove. Di questo parliamo, sì; oppure lo pensiamo e ce lo teniamo dentro. Perché parlare può fare male”.

I movimenti sociali, fuori dalla fabbrica, si attivavano per produrre evidenze scientifiche sull’impatto dell’acciaio sulla salute e sull’ambiente. Alcuni operai, un’avanguardia che cercava ancora di connettere fabbrica e città, erano presenti nell’onda nuova di mobilitazioni che emerse nella seconda metà degli anni Duemila. Nell’estate 2012, però, con il sequestro dell’area a caldo per disastro ambientale da parte della magistratura e con l’emergere del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, in opposizione alle mediazioni sindacali della crisi e alla loro gestione dei rapporti con Riva, la lotta per la giustizia ambientale si centrò sempre più chiaramente sulla necessità di immaginare una città post-industriale. Quella prospettiva passava, e passa ancora, dalla chiusura dello stabilimento, e chi prova a tenerlo aperto, con tutti i distinguo del caso (l’ambientalizzazione, la decarbonizzazione, la proprietà pubblica per la transizione ecologica), agli occhi degli attivisti è un venditore di fumo. È così che il solco tra operai e sindacati da una parte, e il resto del fronte ambientalista dall’altra si è fatto negli anni incolmabile. Con la storica cacciata delle leadership sindacali nazionali fatta dagli operai del Comitato a bordo del tre ruote nell’estate del 2012 si concludeva pure la stagione della modernità industriale. Nuovi attori e soggetti collettivi, nuove pratiche di democrazia, nuove economie e una nuova coscienza di classe sarebbero dovuti emergere dalle macerie di quel movimento operaio stanco, forse già morto.

LE SOLITUDINI DELL’OPERAIO
E la nuova stagione è arrivata con i suoi soggetti, gli attivisti, gli eroismi. Il ruolo dell’operaio nella nuova configurazione si è fatta sempre più solitaria. La solitudine della tuta blu non è un tema nuovo. Tre libri recenti, scritti da tarantini (un giornalista e due operai del siderurgico) ne parlano con trasporto.

In un bel libro, il giornalista tarantino Fulvio Colucci, racconta dell’epopea delle squadre di calcio del quartiere Tamburi. Da bambino, anche Colucci giocava nella squadra della parrocchia di Gesu Divin Lavoratore e da grande ripercorre le memorie di un gruppo fatto di operai siderurgici capaci di disegnare trame di gioco elegantissime sul campo sporcato dalla polvere scura del minerale. Il campo è quello che sorge a pochi metri dai parchi minerari della fabbrica, Ilva Football Club è il nome del team. Quando il giornalista decide di ricostruirne l’epopea, i protagonisti sono già quasi tutti morti di tumore. Tra ricordo d’infanzia, romanzo collettivo e sogno, Colucci narra di Peppe siderurgico, punta della squadra, alle prese con la solitudine di un rigore da battere. Il capoturno e i colleghi lo hanno lasciato dormire a lavoro durante il turno di notte e ora si aspettano freddezza nell’esecuzione. Lo stesso Peppe che, tra la chance di diventare calciatore professionista e la paura di perdere tutto deciderà di restare operaio. Mentre sistema la palla sul dischetto e guarda i cumuli di minerali a distanza di uno sputo, Peppe passa in rassegna una storia personale che sembra destino collettivo. Così scrive Colucci: “Dalle acciaierie arriva odore di sgomento. Inarrestabile. A fredde folate spazza il piano di carico dei pensieri. […]. I bambini si aggrappano ai tubi Innocenti e, dalla tribuna, urlano spazientiti: ‘Mae’ e tiralo stu rigore!’. Peppe punta la scarpa sulla terra battuta, più nera di un vulcano spento. Prende tempo. Non vuole darla vinta al disagio infilatosi tra le linee dei pensieri, per colpa del siderurgico seduto lì, poco distante a fumar tranquillo, a rosolare la città e il quartiere Tamburi, ad attendere il suo errore. Già si vede infilzato dalle ciminiere come un pollo allo spiedo. […] L’Ilva ha avuto tutto: gli onori, le autorità, le benedizioni dei vescovi. I carabinieri col pennacchio. Grandi cerimonie, tragedie enormi, piccole miserie. Scruta tutto, tutto decide. Il rigore no. Peppe non vuol sbagliarlo, non vuol dare la soddisfazione al capoturno, vendere anche l’anima alle acciaierie. Lui aveva varcato con orgoglio i cancelli dello stabilimento, poi si era accorto del progresso dal volto d’inferno, del risultato scritto a tavolino, della sfida persa in partenza di fronte all’immensità della macchina, al suo istintivo divorare l’uomo e alla perfetta solitudine dell’operaio. Se n’era accorto sfogliando un pomeriggio l’Unità nella sezione del partito comunista ai Tamburi. Quei numeri agghiaccianti solo a dirsi. All’Italsider come in guerra: centinaia di morti, migliaia di feriti. Un solo ambulatorio non attrezzato, il numero incalcolabile di operai deceduti per malattie gastriche o respiratorie contratte sul lavoro, l’inchiesta del Consiglio di fabbrica. Il Consiglio di fabbrica, già. Che senso aveva giocare a pallone? […] La fabbrica sembra un plotone d’esecuzione, le ciminiere fucili puntati sul petto. Peppe prende la rincorsa. Tenta una finta per sbilanciare il portiere che non abbocca. Tira con quel po’ di forza rimastagli incollata al corpo. Una botta violenta, centrale, piega le mani al ragno nero”.

Nel romanzo Malesangue dello scrittore operaio dell’ex-Ilva Raffaele Cataldi, il paragone calcistico ritorna insieme alla solitudine. È una lunga lista di tradimenti quella che elenca l’autore raccontando della sua esperienza di lavoratore e attivista del Comitato Liberi e Pensanti: il dipendente dell’ufficio del personale che lo accusa per i giorni di malattia che ha preso legittimamente, i compagni che negli anni non hanno più sostenuto la sua scelta di militare nel Comitato, i cittadini che di fronte all’occasione di occupare e bloccare la fabbrica si sono tirati indietro, e le realtà associative che non hanno condiviso la stesura del Piano Taranto: “Lo sdegno e il senso di abbandono che ho provato in tutti questi momenti resta indescrivibile. E se ho sostenuto quella solitudine, è solo grazie a ciò che ho imparato giocando a calcio. Quando giocavo in porta e prendevo un gol, quando i miei compagni festeggiavano un gol lontano da me nella metà campo avversaria, quando il mister nell’analisi della partita negli spogliatoi diceva di aver perso per un solo tiro in porta subito, facendo ricadere la colpa su chi, involontariamente, quell’unico tiro in porta non era riuscito a pararlo…. È la solitudine del portiere. Ed è simile alla solitudine dell’operaio”.

Anche Cataldi, come Peppe siderurgico, è operaio suo malgrado. Se nelle pagine di Colucci la scelta di finire in fabbrica fa i conti con la mancanza di alternative, per Cataldi è una sorta di equivoco del destino. Lui in stabilimento ci finisce perché una cognata aveva mandato la sua candidatura a sua insaputa. È il rispetto familiare più che la prospettiva di un lavoro stabile a spingere Cataldi nello stabilimento, ed è lì che realizza presto che la busta paga garantisce “pane e veleno”. Ma Cataldi non si fa piegare dal regime di fabbrica, è anzi categorico: “Ho sempre lottato per la sicurezza sul lavoro e non sono mai sceso a compromessi”. È questo che porta Cataldi in rotta con i sindacati e spiega la sua solitudine. E tuttavia quello di Malesangue è un operaio sui generis a confronto con il resto della letteratura working-class. A differenza del riottoso metalmeccanico Di Ciaula o dell’epopea siderurgica e poi post-industriale dei libri di Alberto Prunetti, la parabola narrata da Cataldi non apre questioni, non pone dubbi, non restituisce un protagonista angosciato, internamente combattuto, crocevia di tensioni, ma piuttosto un individuo risolto, a una dimensione, nient’affatto dubitativo, come solo un giusto può essere. Ci sono buoni e cattivi nella sua fabbrica, ma questi non seguono la linea demarcata dalla struttura economica, dalla posizione di classe. La demarcazione non è il risultato di una visione materialista della società che si fa spazio tra le righe del memoriale, che prende forma nel resoconto dell’esperienza vissuta nei luoghi di lavoro. Si tratta piuttosto di una distinzione morale tra pochi operai dalla schiena dritta e tutti gli altri che mandano la città all’inferno. L’obiettivo politico del libro è chiaro e riflette il conflitto non sanato in città. La lotta contro la fabbrica non è tanto una lotta di classe, vecchio arnese del secolo scorso, ma una lotta di santi, di giusti contro cattivi, nella quale non resta che schierarsi. La solitudine dell’operaio di Malesangue non è tanto diversa da quella di Peppe siderurgico ma è una solitudine che ci conforta e consola perché traccia senza tentennamenti il confine tra buoni e cattivi. Non è il risultato di una struttura economica, dei rapporti di forza tra classi, ma il prezzo da pagare per essere stato sempre tra i giusti. La fine di quella solitudine, quindi, non richiede la trasformazione del sistema economico complessivo; basterà chiudere la fonte del male che è la fabbrica; né richiede la ricostruzione di corpi collettivi, intermedi, politici; basterà che la rivolta morale di ognuno di noi porti la conta dei giusti ad aumentare.

Anche Luca Russo è lavoratore del siderurgico alle prese con la sua personale solitudine di tuta blu. Sta nel romanzo di Fabio Boccuni, anche lui operaio dell’ex-Ilva e scrittore, delegato della Fiom tarantina. Ne La Settimana decisiva, l’operaio di Boccuni parla della famiglia dei Tamburi, del lavoro in fabbrica, dell’impegno nel sindacato. Viene assunto in primavera, “quando sbocciano i fiori e si inizia a respirare quell’aria buona di nuove opportunità”, con un sospiro di sollievo. L’impiego industriale non è il risultato di un equivoco o di un obbligo familiare, ma la fine del lavoro nero e precario da manovale edile prima e da metalmeccanico in formazione-lavoro poi. Con la fine della precarietà inizia l’impegno sindacale e con l’impegno sindacale arriva la disillusione. La fabbrica è una bestia complessa, i sindacati hanno armi spuntate da leggi e contratti e sono ormai privi del vecchio potere collettivo delle mobilitazioni. I lavoratori hanno opportunità di carriera personali e poca solidarietà, i capireparto hanno il volto feroce del padrone e quello ammiccante di chi ce la può fare se riesce a stare nelle grazie di chi comanda. L’orgoglio operaio ormai perso lo custodisce nonno Pietro, siderurgico in pensione che anima i ricordi delle estati infantili del protagonista, e che però muore poco dopo il primo sequestro della fabbrica nel 2012. “Era stato un uomo fortunato – riflette il protagonista su suo nonno – ad appartenere a quella generazione che era stata protagonista di un cambiamento, una generazione che aveva avuto la possibilità di riconoscersi nelle grandi organizzazioni di massa, politiche e sindacali, pur senza esserne necessariamente parte attiva. Quella fortuna, insomma, di non sentirsi troppo soli a questo mondo”.

Boccuni segue la crisi della fabbrica inventata che aderisce a quella dell’ex-Ilva e racconta dell’impotenza sostanziale di chi prova a tenere uniti il fronte operaio e quello ambientalista. Non è una lotta eroica la sua, ma una prova di resistenza, un continuo farsi attraversare dalle tensioni, dalle ragioni di ognuno che sono tutte legittime, dagli ostracismi reciproci, dalle umane miserie, dall’impotenza di mettergli ordine e farne organizzazione politica. La fine del libro coincide con la fine della fabbrica, che nel romanzo come nella realtà si appresta a una lenta chiusura. Il protagonista in cassa integrazione aspetta qualche buona notizia da un editore che ha un suo manoscritto e da sua sorella che sta per partorire e ragionando sulle sue ferite di classe scrive: “Ci avevano detto di trovarci un lavoro, di darci da fare, di prendere moglie, di comprare casa, di fare dei figli, di mettere su famiglia, di non disdegnare all’occorrenza di impegnarci nel sociale. Noi ci avevamo provato, ci avevamo provato a fare tutto quello che ci avevano detto di fare. Nonostante tutto, la nostra condizione era peggiorata: Marcella non c’era più, il mio lavoro non c’era più. Non c’era più neanche il mio impegno sociale, non avevo figli, nessuna opportunità, nessuna speranza. Questa era la mia condizione, mia e di tanti miei coetanei, di tanti miei colleghi di fabbrica”.

La solitudine dell’operaio si è fatta piena, completa e angosciante. Non c’è giustizia né missione superiore per cui battersi nel libro di Boccuni ma solo un enorme malinteso: a nascere operai non c’è redenzione, si salvano in pochi, i giusti, per tutti gli altri ci sono solo macerie.

Il passaggio dalla classe operaia – con i suoi riti, le organizzazioni e le azioni collettive – alla solitudine dell’operaio sta nello spirito del tempo, ma a Taranto è anche il risultato del processo di marginalizzazione e stigmatizzazione delle tute blu tarantine. La crisi ambientale di Taranto si produce e si aggrava nel cambiamento dei rapporti di forza dentro la fabbrica e si riproduce fuori con il solco tra movimenti cittadini e organizzazioni dei lavoratori. La resistenza al disastro ambientale, che prima trovava spazio nelle lotte sindacali che a partire dalla fabbrica avevano avuto l’ambizione di negoziare lo sviluppo della città, ha lentamente trovato forma fuori dai cancelli del siderurgico e fuori dagli attori politici e collettivi del movimento operaio. In questo passaggio, però, spesso il sindacato, senza forza di rinegoziare i processi produttivi con l’azienda, ha finito per diventare l’obiettivo principale – forse perché più facile da colpire – delle critiche, delle accuse e dei tic dello sciame di soggettività alternative che ha preso forma in città. Messo in soffitta l’operaio massa, ci è rimasto l’operaio con la sua solitudine, eroica o angosciante a seconda dei casi.

ULTIMI PREPARATIVI
Nel 2008, quando ho preso il diploma da perito tecnico industriale in una scuola di paese della provincia di Taranto, il docente di elettronica si raccomandava con i più studiosi tra noi di impegnarci per prendere un bel voto agli esami di maturità. I reclutatori dell’Ilva si sarebbero interessati a noi se avessimo preso bei voti, ci avrebbero dato un’opportunità. L’Ilva in realtà era già vicina al tracollo e in quella classe già sapevamo che la fabbrica non sarebbe stato il nostro futuro. Io sono finito a fare altro e dopo anni di lavoro nero e precariato ho trovato un impiego precario dove mi pagano per fare ricerca. A tanti anni di distanza la mia precarietà non è diminuita ma si è fatta più pesante e, nonostante gli sforzi, continua a tenermi lontano dalla mia terra. Ma è solo un caso che non sia oggi in cassa integrazione ad assistere alla mia fabbrica che chiude.

In questi giorni contesi, un caro amico che lavora in fabbrica mi ha detto che si sta preparando alla chiusura. Ha fatto il passaporto, qualche concorso, si sta guardando intorno. Mi ripete sempre che, finita la fabbrica sarà impossibile negoziare alcunché. Senza la fabbrica e la sua classe operaia lì concentrata, il potere contrattuale del territorio sarà ulteriormente indebolito, e tutta la città – non solo gli operai – sarà incapace di negoziare per bonifiche, investimenti, e protezioni sociali. Ecco perché i sindacati ancora credono alla decarbonizzazione, mi spiega, e alla continuità produttiva. «Se mi pagassero per non lavorare, starei pure zitto e buono – mi dice –, che non è che a me piace andare a lavorare lì, però bene non sto neanche in cassa integrazione… Io ho fatto l’acciaio, France’, non so se è chiaro! Le vostre macchine, i vostri frigoriferi, le vostre lavatrici probabilmente le ho fatte io».

Agli ambientalisti invidio la loro guerra santa, la convinzione davvero legittima di essere dalla parte di un bene assoluto. Agli operai invidio la possibilità di tenere i piedi in una storia, la maestria e il sapere che si ruba nei luoghi della produzione anche quando sei sottopadrone e per lui devi produrre, la solidarietà meccanica che si crea nella materialità del lavorare fianco a fianco con un compagno. A Taranto invidio il suo mare, i suoi intellettuali, la sua storia di lotte operaie dimenticate, la sua rivolta della riproduzione sociale. (francesco bagnardi)

14/10/2026 https://napolimonitor.it/

Immagine: disegno di mario damiano

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